
Se quando entri in un supermercato senti di essere confuso sugli acquisti da compiere sappi che non sei solo: andare a fare la spesa, per quanto tecnicamente semplice, può diventare complicato nella pratica a causa di diversi fattori. Non c’entrano solo le oscillazioni dei prezzi, ma anche la qualità dei prodotti, la loro origine, l’effettiva convenienza, soprattutto quando tra gli scaffali spiccano cartellini in cui si esaltano i benefici degli alimenti e gli sconti. Di seguito abbiamo raccolto 10 cose a cui fare attenzione quando si gira con il carrello tra gli scaffali, puntando i riflettori su cibi popolari di cui però si conoscono poco gli ingredienti o il loro utilizzo corretto, su come scegliere uova, carne e pesce pensando anche al benessere animale e come “difendersi” da operazioni di marketing che spesso illudono di prendere la decisione migliore.
1. Le “finte” olive nere

Tra le diverse tipologie di olive che si trovano al supermercato ci sono anche le olive nere, anzi nerissime. Ecco, in natura così scure non esistono, ma le sfumature vanno dal verde al marrone-rossiccio: in questo caso vengono trattate artificialmente perché risultano più facili da lavorare (infatti sono spesso già denocciolate) e più belle da vedere, in quanto molto lucide. Scoprire se nel prodotto si sia fatto uso di coloranti – che sono legali e sicuri, ricordiamolo – basta leggere l’etichetta e vedere se compaiono i seguenti additivi alimentari: E579 (gluconato ferroso) ed E585 (lattato ferroso). Per evitarli, il consiglio è di acquistare olive biologiche.
2. Le uova da galline allevate a terra

Il sistema di allevamento più diffuso in Italia delle galline ovaiole (ovvero destinate alla produzione di uova) è quello indicato con la dicitura “a terra”. Significa che i volatili sono confinati all’interno di capannoni, in un piano unico o su più piani, dove la densità da rispettare è di 9 capi ogni m²: un ambiente in cui c’è una minima possibilità di muoversi, ma sempre in condizione di sovraffollamento. In più, non c’è un accesso all’esterno, quindi le galline non entrano mai in contatto con la luce del sole, ma solo con quella artificiale. Per questo, al momento dell’acquisto, guarda il codice sul guscio: l’allevamento a terra è indicato con il numero 2, quindi preferisci il biologico (0) oppure quello all’aperto (1).
3. Le strisce bianche sul pollo

Dalle galline passiamo ai polli: come sappiamo più del 90% di quelli allevati nel nostro paese sono polli broiler, ovvero esemplari sottoposti a una crescita forzata che fa raggiungere i 3 kg di peso in appena 40-45 giorni di vita e sviluppare in eccesso le dimensioni di petto e cosce, causando stress e sofferenza nell’animale. Un metodo che ha come obiettivo la iperproduttività, ma che consegna al consumatore una carne meno proteica, con più lipidi e con una consistenza tendenzialmente più dura e fibrosa. Tra i segnali di riconoscimento c’è il cosiddetto white striping (in particolare si nota sui petti), strisce bianche che di fatto sono striature di grasso che indicano un danneggiamento del tessuto muscolare. Scegli carne di qualità, come quella che proviene dagli allevamenti estensivi e biologici, e portala in tavola con moderazione.
4. I frutti di bosco surgelati

Comodi da avere in congelatore, i frutti di bosco surgelati venduti in busta possono essere usati in cucina in molteplici ricette. Probabilmente non tutti sanno che vanno consumati obbligatoriamente previa cottura e mai crudi, informazione riportata su tutte le confezioni e che deve essere rispettata. Il motivo è legato a potenziali danni alla salute, dato che i frutti potrebbero essere stati contaminati da batteri nocivi come norovirus ed epatite A durante la raccolta o le seguenti fasi di lavorazione: è lo stesso Ministero della Salute a dettare le linee guida per mangiarli in sicurezza, bollendoli per almeno 2 minuti a 100 °C, così da inattivare gli agenti infettivi e usarli come decorazione su gelati, e per realizzare coulis, salse e farciture.
5. Le caramelle gommose

Morbide, golose, colorate: le caramelle gommose mettono sempre allegria e spesso sono irresistibili. Ciò che conta è non esagerare, perché sono un prodotto fondamentalmente privo di nutrienti: sono composte soprattutto da zuccheri (più del 90% tra zucchero, sciroppo di glucosio e destrosio), gelatina, utilizzata per conferire la classica consistenza e identificata dalla sigla E441 (la stessa della colla di pesce) e che si ricava da collagene animale, solitamente bovini e suini, e coloranti, tra cui in alcuni casi la cocciniglia (E120), un insetto che una volta essiccato è responsabile delle tonalità del rosso
6. I prodotti che sembrano vegani (ma non lo sono)

Gli ingredienti con cui si realizzano le caramelle gommose fanno riflettere su un aspetto spesso sottovalutato: non tutti i prodotti che immaginiamo vegani in realtà lo sono. Al supermercato è necessario prestare attenzione all’etichetta per averne la certezza: per esempio, nella piadina tradizionale viene utilizzato lo strutto, così come nei prodotti da forno possono comparire latte e burro, o le uova utili a dorare la superficie. Occhio ai cibi ultra-processati come le patatine in busta, che possono contenere derivati del latte per dare maggiore fragranza e conservabilità, o ai succhi di frutta multivitaminici, dove l’aggiunta di vitamina D o di omega-3 può arrivare da una fonte animale (come la lanolina, estratta dalla lana delle pecore, o il pesce azzurro).
7. Il surimi

Uno di quei prodotti popolari al supermercato, ma di cui è ignota l’origine è il surimi: viene venduto solitamente come pesce, sotto forma di economici bastoncini bianchi e arancioni, ma in realtà con il mare non ha molto a che fare. Si tratta, infatti, del risultato di un lungo processo industriale che coinvolge nella maggior parte dei casi scarti di pesce bianco come merluzzo o rana pescatrice che vengono trasformati in una pasta omogenea aromatizzata in modo tale da assumere il gusto e l’aspetto della polpa di gamberi o granchi. Nulla a che vedere con il vero surimi giapponese, un alimento della tradizione che significa letteralmente “pesce tritato” o “pesce macinato”.
8. La carne di squalo

Considerati dei pericolosissimi predatori, in realtà gli squali rientrano nel “club” dei pesci più vulnerabili al mondo: come denunciato dal WWF, in Italia il loro consumo è molto diffuso (siamo nella top 5 dei paesi importatori), ma anche molto inconsapevole. Cosa significa? Che portiamo in tavola carne di squalo senza rendercene davvero conto. Tra i più venduti, infatti, ci sono specie in pericolo di estinzione come la verdesca (Prionace glauca), il palombo (Mustelus mustelus), lo spinarolo (Squalus acanthias) e lo smeriglio (Lamna nasus), che porzionati possono anche somigliare a tranci di pesce spada. Il consumatore da un lato rischia di essere ingannato, dall’altro ha però delle armi a disposizione: l’etichetta non mente, in quanto devono esserci informazioni obbligatorie che rendono riconoscibile la tipologia e la provenienza, come la denominazione commerciale e il nome scientifico, la zona FAO di cattura, il metodo di produzione e l’attrezzo di pesca utilizzato. Se ti imbatti in uno di questi squali, il consiglio è non acquistarli.
9. La dicitura “senza zuccheri aggiunti”

Conseguenza di un sempre maggiore interesse da parte del consumatore nei confronti di un'alimentazione sana, molteplici confezioni attirano con sigle sotto il segno del benessere come “senza zuccheri aggiunti”, una tra le più comuni. Questo, però, non significa che il prodotto in questione ne sia privo, ma che non vi è stata un’addizione di saccarosio, glucosio, fruttosio o sciroppi a quelli già presenti. Non necessariamente, quindi, si tratta di un cibo che fa bene, ma essendo presentato come tale ci crediamo. Siamo di fronte a un fenomeno chiamato effetto framing, che coinvolge anche altre diciture tipo “ricco di fibre”, “senza olio di palma”, “100% naturale”, “solo 99 calorie”: l’obiettivo è di farci percepire quel prodotto in modo positivo, con il fine ultimo di metterlo nel carrello.
10. Le offerte ingannevoli

Concludiamo con le allettanti offerte multiple, pubblicizzate con i classici “3×2”, “formato convenienza” o “formato famiglia”: non sempre il prezzo al chilo – o al litro – è davvero vantaggioso. A volte il formato grande costa proporzionalmente più di quello piccolo, contando sul fatto che il consumatore controllerà solo il costo finale. Oltretutto, le offerte possono anche indurre a portare a casa una quantità di alimenti maggiore di quella di cui si ha bisogno, con il rischio di causare sprechi.