
La lotta allo spreco alimentare da anni è un tema di strettissima attualità, con tantissime iniziative che coinvolgono privati cittadini, supermercati, scuole, istituzioni di varia natura e, ovviamente, anche il mondo della ristorazione. Attorno a quest’ultimo, da tempo, c’è un termine che aleggia quasi come fosse uno spirito, una presenza che c’è, ma che non è del tutto tangibile. Stiamo parlando della doggy bag, il contenitore in cui gli avventori possono mettere gli avanzi di cibo (e bevande) che non riescono a consumare al momento, per portarli a casa. In teoria, niente di più semplice: un pezzo di pizza – per esempio – che resta nel piatto viene infilato in una vaschetta take away se la persona lo desidera. In America quella della doggy bag è una pratica consolidata (è stata inventata proprio qui negli anni ‘40), e in Paesi europei come Francia e Spagna è obbligatoria rispettivamente dal 2021 e dal 2025: significa che il ristorante, il bar o un altro locale che somministra alimenti è tenuto a fornirla al cliente che la chiede espressamente. E in Italia come funziona? L’argomento è cronaca di queste ore. Vediamo perché.
Doggy bag: in Italia non è (ancora) un diritto del cliente
Lo scorso 23 luglio è stato approvato dal Consiglio dei Ministri il cosiddetto Ddl concorrenza presentato dal Mimit (Ministero delle Imprese e del Made in Italy) dove, tra le diverse disposizioni, sarebbe dovuta comparire anche quella riguardante la famigerata doggy bag, in cui si affermava il diritto dei consumatori a ottenerla dai ristoratori, quindi di poter "trattenere per l’asporto il cibo e le bevande pagati e non consumati” con tanto di “logo che gli operatori del settore della ristorazione e gli esercenti abilitati possono utilizzare per comunicare questa possibilità”, come citato dall’Ansa. Il testo appariva nella bozza, ma è scomparso nella versione definitiva: il quotidiano la Repubblica riporta che se ne potrebbe riparlare a settembre, ma non c’è nulla di certo. Cosa significa? Che per il momento non vi è nessun obbligo per chi ha un locale di fornire la doggy bag.
Nella versione finale del provvedimento approvata dal Consiglio dei Ministri, la misura è stata stralciata per tre ragioni principali:
- Mancanza di consultazione con la categoria: Come evidenziato dalla FIPE (Federazione Italiana Pubblici Esercizi), il testo era stato redatto senza un effettivo confronto con le associazioni di settore, rischiando di scaricare costi e responsabilità burocratiche unicamente sulle spalle dei ristoratori.
- Costi e gestione dei contenitori: Imporre l'obbligo avrebbe costretto ogni attività (anche i piccoli bar o chi fa somministrazione veloce) ad acquistare e stoccare contenitori a norma per l'asporto, oltre a doversi far carico dello smaltimento di eventuali materiali non ecologici.
- Nodi sulla responsabilità igienico-sanitaria (HACCP): Uno dei punti più critici riguardava la conservazione del cibo fuori dal locale. Se un cliente porta a casa un alimento deperibile (es. tartare o pesce crudo), lo conserva male e si sente male il giorno dopo, di chi è la responsabilità? Senza una tutela legale chiara per l'esercente, l'obbligo rischiava di generare un vuoto normativo pericoloso.

La doggy bag tra obblighi e vergogna
Non è la prima volta che nel nostro paese si affronta la questione dell’opportunità di portare via con sé gli avanzi del pranzo o della cena consumati fuori dalle mura domestiche: una proposta di legge era datata 2024, messa a punto dagli esponenti di Forza Italia Giandiego Gatta e Paolo Barelli, e aveva già fatto discutere gli chef in quanto intesa esclusivamente come “dovere” del ristoratore con tanto di multe e sanzioni. Si tratta di una pratica virtuosa su cui tutti concordano, ma è nella sua attuazione reale che potrebbe risultare inefficace: come sottolineato da Enrico Stoppani, presidente della Federazione Italiana Pubblici Esercizi (Fipe), sempre su la Repubblica, nella disposizione attuale, non vi è stato un coinvolgimento delle associazioni di categoria, che potevano essere d’aiuto nella formulazione della norma. La Fipe ha all’attivo il progetto “Rimpiattino”, che fornisce tramite Confcommercio ai ristoratori gli appositi contenitori: l’iniziativa sulla carta piace anche ai consumatori, con il 74% che ne farebbe uso. Allo stesso tempo, però, il dato che emerge secondo un’indagine della stessa associazione del 2024 è che solo il 15,5% degli italiani porterebbe via il cibo in più, e il motivo principale che ostacola il suo utilizzo, secondo ristoratori e consumatori, è una “forma di imbarazzo psicologico”: in in poche parole ci si vergogna di chiederla; a questo fattore seguono la scomodità di portare con sé il contenitore (19,5%) e l'indifferenza (18,3%). Stoppani aggiunge che “il 95% dei ristoratori in Italia sono già attrezzati” ed è quindi molto probabile che se vai al ristorante non ci sia nessun problema nell’avere la doggy bag, ricordando però che non si tratta ancora di un obbligo di legge.