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15 Settembre 2026 13:00

Perché si chiama maritozzo? Il simbolo d’amore che si nasconde dietro il suo nome

Il celebre dolce della tradizione gastronomica romana è diventato nel tempo una specialità di tendenza: la sua storia ci porta in un passato lontano, quando da pagnotta nutriente per i contadini si trasforma in pegno d'amore.

A cura di Federica Palladini
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Tra i dolci italiani più golosi in circolazione il maritozzo ha senza dubbio un posto d’onore: merito della sua consistenza soffice, data dalla morbida pagnottella aperta a metà e dalla generosa farcitura di panna fresca montata che lo rende irresistibile al primo sguardo. Stiamo parlando di una specialità romana che ha varcato i confini regionali, diventando celebre in tutta Italia (e non solo): il maritozzo ha anche un suo giorno dedicato, che cade il primo sabato di dicembre, per celebrarlo in tutte le sue varianti di gusto messe a punto dai pasticcieri. Quella del maritozzo è una storia di golosità antica, che in forme più semplici lo vede protagonista già in tempi passati sia come simbolo d’amore sia in veste di peccato di gola.

Perché si chiama maritozzo: l’origine del nome

Se il termine maritozzo ti richiama alla mente la parola marito, allora sei sulla strada giusta, perché significa esattamente quello. Il nome, infatti, sarebbe nato come alterazione buffa e vezzeggiativa, prendendo in prestito questa espressione che deriva dal dialetto romano.

Il maritozzo: un regalo d’amore

Ma chi erano i “maritozzi” in carne e ossa? Secondo la tradizione, l’appellativo nascerebbe da una pratica in voga soprattutto nell'Ottocento romano: il primo venerdì di marzo, giorno dedicato agli innamorati nella tradizione popolare dell'epoca, i fidanzati portavano in dono alle promesse spose una graziosa pagnotta, che custodiva all’interno un anello o piccolo gioiello. Nella narrazione popolare trova spazio anche un'altra usanza: in questo caso sarebbero state le donne nubili a realizzare il dolce e a regalarlo agli scapoli, con quest’ultimi che avrebbero scelto la loro futura sposa in base all’abilità nel preparare il maritozzo.

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“Er santo maritozzo”: il peccato di gola della Quaresima

Mettiamo indietro le lancette dell’orologio: oggi il maritozzo lo vediamo ripieno di panna, ma nella sua versione quaresimale era un pane dolce rigorosamente magro che fungeva da pasto ai contadini: per rispettare il digiuno ecclesiastico che vietava uova e grassi animali, si impastava con olio d'oliva, miele (o zucchero), arricchito da uvetta, pinoli e canditi. Nel Medioevo, il maritozzo diventa “santo”, così come lo definisce anche Gioachino Belli nel sonetto “La Quaresima” scritto nel 1833. Il motivo? Durante il lungo periodo di digiuno, rappresentava uno dei pochi alimenti dolci ammessi, accettato pure dagli ecclesiastici e che valse al maritozzo questo celestiale e ironico soprannome, oltre a quello di “quaresimale”. Come si presentava? Aveva l’aspetto di un panetto dalla consistenza morbida, dove nell’impasto non mancavano uvetta, canditi e qualche pinolo: in alcune pasticcerie romane si può ancora assaggiare in questa variante.

Maritozzi di Quaresima: la ricetta per farli soffici a casa

L’evoluzione del maritozzo: sotto il segno della creatività

Il maritozzo con cui abbiamo a che fare ai nostri giorni rientra nel variegato universo delle brioche ideali per la colazione: può essere gustato in modo rustico passeggiando, in chiave street food, oppure comodamente seduti ai tavolini di una raffinata pasticceria. Come tutti i grandi classici, è un dolce che si presta a essere personalizzato, diventando un prodotto originale e di punta di un pasticciere: l’esempio più noto è probabilmente quello di Iginio Massari, che lo ha reso negli anni uno dei suoi cavalli di battaglia. A essere protagonista di rivisitazioni è soprattutto il ripieno: la panna fresca si “potenzia” con frutta fresca, salse ai frutti di bosco, crema pasticcera, al cioccolato, al pistacchio, granella di frutta secca, può diventare addirittura un gelato. Senza dimenticare le declinazioni salate a base di formaggi freschi tipo robiola, ricotta o stracciatella, insieme agli abbinamenti più creativi, con prosciutto, mortadella, alici, pomodori secchi, salmone affumicato, che diventano un finger food perfetto per l’aperitivo o per il brunch. La regola da rispettare è una sola: quella dell’abbondanza. L’unico vero peccato, infatti, è essere avari con la farcitura.

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