12 Maggio 2022 13:00

Una favola di cibo: quanti piatti e prodotti gustosi nelle fiabe della nostra infanzia

Il mondo delle favole per bambini è pieno zeppo di riferimenti al cibo. Da Pinocchio a Biancaneve, passando per Cappuccetto Rosso e Alice nel Paese delle Meraviglie: i protagonisti delle storie alle prese con alimenti e ricette tra le più disparate. Leggiamo queste fiabe con un occhio "diverso".

A cura di Alessandro Creta
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Le pere in Pinocchio, i biscotti in Alice nel Paese delle Meraviglie, o ancora la focaccia di Cappuccetto Rosso e la celeberrima mela rossa di Biancaneve, solo per fare qualche esempio. Quanto cibo nelle fiabe dell’infanzia di noi tutti! I grandi classici dei racconti per i più piccoli sono, a ben vedere, pieni zeppi di cibo e di riferimenti al mondo del food. Probabilmente, però, nella maggior parte dei casi non se ne fa così tanto caso.

I bambini si concentrano sulla storia, catturati da mondi fantastici e personaggi immaginari, gli adulti badano più alla morale, cercando di trasmettere un valido insegnamento al giovane uditorio. Noi, siccome siamo deviati professionalmente, ci concentriamo sul cibo. Sulla grande quantità di cibo contenuto nelle fiabe che ci venivano raccontate da piccoli o che abbiamo visto negli anni all’interno delle trasposizioni animate.

Chi non ha mai sognato di vivere nella casa fatta di marzapane comparsa in Hansel e Gretel, di seguire le briciole di pane lasciate da Pollicino o di gustare la lepre in salmì apparsa ne Il Gatto con gli Stivali. E di fronte alla succosa e invitante mela rosso acceso di Biancaneve, chi avrebbe resistito dallo sferrarle un morso? Il cibo è tra i trait d’union di molte delle fiabe che abbiamo ascoltato o visto da piccoli, ma ci ricordiamo quali pietanze appaiano in ognuna, o quasi, di queste? Per rinfrescare la memoria andiamo alla scoperta delle prelibatezze – si fa per dire, in alcuni casi – comparse nelle favole (o almeno, alcune di loro) che hanno caratterizzato la nostra infanzia.

Torsoli, ostriche e… persone: il cibo da favola

Nonostante sia una creatura lignea, anche Pinocchio (come Geppetto e chiunque appartenesse alla stessa classe sociale) si ritrova a combattere contro fame e povertà. Alle fine dell’800 la sussistenza del popolo passava per il consumo di legumi, polenta, pane, uova, prodotti frugali frutto della terra. La realtà sociale in cui viveva il ragazzo burattino, insomma, non era delle più semplici.

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Scena dal film Pinocchio di Comencini – Youtube

Anche alla luce di ciò assume grande valore il gesto di Geppetto che, vedendo Pinocchio preso dai morsi della fame, decide di cedergli le tre pere inizialmente messe da parte per la sua colazione. L’unica richiesta del protagonista? Che i frutti fossero prima sbucciati, con tanto di rimbrotto del falegname dinnanzi a tale implorazione. “Sbucciarle? Male! In questo mondo, fin da bambini, bisogna avvezzarsi abboccati e a saper mangiar di tutto, perché non si sa mai”. E, infatti, il resto dell'episodio dà ragione al saggio artigiano: non sazio dei frutti e ancora affamato Pinocchio si convinse a mangiare le stesse bucce, facendosi fuori anche i torsoli scartati in un primo momento. Il cibo, inoltre, nella casa di Geppetto è sogno, desiderio: lo dimostra la pentola dipinta sul muro, così come anche il fuoco stesso disegnato sulla parete. A dare, quantomeno, un'illusione di pietanze in preparazione, di qualcosa di caldo in arrivo.

Povertà e miseria nella sicura casa di Geppetto, abbondanza e opulenza (ma sinonimo di pericolo) all’osteria Il Gambero Rosso, dove Pinocchio si reca assieme al Gatto e alla Volpe. Il ragazzo, abituato e avvezzo a una cucina frugale e umile, non ordina che una noce e del pane, mentre la coppia di loschi compari fa decisamente razzia della cucina del locale (con soldi non loro). 35 triglie, quattro porzioni di trippa al sugo e parmigiano, lepri, pollastri e galletti: questo l’umile pasto dei due figuri. Come non citare, poi, i 400 panini imburrati “sotto e sopra” (oltre a 200 caffè) promessi dalla Fata Turchina a Pinocchio per festeggiare la sua trasformazione in un bambino vero. Ed è lo stesso Pinocchio a diventare cibo in prima persona, così come il padre dopotutto: “ingerito come un tortellino di Bologna” dirà. Questo quando il ragazzo di legno venne fagocitato dal gigantesco pesce cane (divenuto poi balena nella trasposizione Disney) nel 34 esimo capitolo della fiaba.

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Dal film Alice in Wonderland – Youtube

Dalla Toscana di fine ‘800 di Collodi voliamo nella Gran Bretagna dell’epoca di Carroll. Il controverso Alice nel Paese delle Meraviglie venne pubblicato per la prima volta nel 1865, e sono tante e a dir poco strambe le citazioni legate al mondo del food.

Il “non compleanno” della protagonista viene festeggiato con torte, pasticcini e fontane dell’immancabile inglese. Vediamo un ingordo Tricheco fare scorpacciata di ostriche, mentre iconiche sono le panfarfalle (farfalle fatte di pane in cassetta) volanti nel fantastico mondo immaginato dall’autore. Mondo nel quale compaiono pure strani biscotti e bevande misteriose capaci di far mutare grandezze e dimensioni alle persone, Alice in primis. Il cibo che compare in Alice è spesso esageratamente marcato, quasi caricaturale. Tutto è molto strambo nel racconto; un racconto in cui Alice arriva in ritardo al banchetto organizzato dalla Regina, perde l’occasione di mangiare zuppa e piatti di pesce e per educazione si ritrova costretta a rinunciare a montone e budino perché… le si erano presentati con un inchino. Il cibo è preponderante nella storia, pare che lo stesso Carroll fosse ossessionato dal mangiare, e tutto nel racconto per magia può diventare improvvisamente commestibile, anche ciò che non lo è. Un esempio? I sassi che si trasformano in pasticcini.

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Fin troppo semplice associare la figura di Biancaneve all’accattivante mela rossa propostale dalla Strega cattiva. In pochi, probabilmente, si ricordano della torta di uva spina preparata dalla stessa protagonista per i sette nani, i quali avevano accettato l’estranea come loro coinquilina solo dopo essersi accertati che sapesse cucinare anche la torta di mele e la crostata di more. Come non citare poi Cappuccetto Rosso in questo elenco: in fin dei conti l’intera storia avviene perché la bambina doveva portare un cesto pieno di cibo a sua nonna (“è debole e malata e si ristorerà” si raccomanda la madre), salvo poi diventare inconsapevolmente preda del lupo “mascherato”. Focaccia, un pezzo di torta, pane imburrato e un po’ di vino: questo il contenuto del cesto che Cappuccetto stava portando alla nonna, ignara che sarebbe divenuta lei stessa la cena dell’ingordo animale, capace di inghiottire poco prima l’anziana signora.

Anche chi non ha mai avuto modo di assaporarla probabilmente la conoscerà. Pur essendo una ricetta tipica Toscana, da Nord a Sud d’Italia l’hanno sentita nominare almeno una volta. Non fosse per la canzone, datata 1960, con cui Rita Pavone la rese celebre. Stiamo parlando della pappa al pomodoro, una ricetta semplice e frugale citata già ad inizio 1900 da Vamba, l’autore de Le Avventure di Gian Burrasca. Nell’oratorio in cui il protagonista vive i bambini si rivoltano contro la solita, insipida, minestrina di magro proposta a mensa, con lo stesso Gian Burrasca a capo dei suoi compagni per reclamare una bella porzione di gustosa e saporita pappa al pomodoro. Festeggiata e celebrata con il celebre e arcinoto motivetto canoro.

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Quello che i piatti non dicono
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