Stop ai “turbopolli”: la Danimarca vuole vietare i polli che crescono in appena 6 settimane

Immagine
Dopo una scottante inchiesta televisiva, il governo danese ha annunciato l’intenzione di vietare i polli a rapido accrescimento e di proporre lo stesso divieto in tutta l’Unione europea. In Italia, queste linee genetiche rappresentano oltre il 95% della produzione nazionale.

Quasi tutto il pollo in vendita al supermercato proviene da una genetica selezionata per raggiungere i tre chili di peso in sole sei settimane, praticamente nel tempo in cui molti di noi disdicono l'abbonamento in palestra. Li chiamano "turbopolli", un nome commerciale raccapricciante, affibbiato ad animali con un ritmo di accrescimento tale che le zampe non riescono a sostenere il peso del petto.

In Danimarca hanno appena scatenato un mezzo terremoto politico: il governo di Copenhagen, infatti, vuole vietare per legge le razze a ingrasso accelerato, chiedendo a Bruxelles di imporre lo stesso divieto in tutta l'Unione europea. Una questione che ci riguarda da vicinissimo, considerato che in Italia questi animali monopolizzano oltre il 95% della produzione nazionale.

Che cosa sono i "turbopolli"

Con il termine turbopollo si indicano specifiche linee genetiche programmate (non in laboratorio, ma attraverso decenni di selezione genetica spinta all'estremo) per trasformare il mangime in massa muscolare nel minor tempo possibile. Le più diffuse negli allevamenti intensivi europei si chiamano Ross 308 e Cobb 500.

Le curve di accrescimento pubblicate da Aviagen, l'azienda che seleziona la Ross 308, partono da un pulcino di 44 grammi alla schiusa. Quel pulcino supera i due chili in 33 giorni e sfiora i tre a 42, dopo avere ingoiato 4,6 chili di mangime. Le linee a crescita lenta, invece, richiedono tempi di allevamento più lunghi, generalmente tra i 46 e i 63 giorni, mentre nel biologico europeo si utilizzano razze a lento accrescimento oppure si rispettano età minime di macellazione più elevate.

Immagine

Poiché il petto è il taglio più redditizio del pollo, la selezione ha lavorato soprattutto sull'accrescimento di quella parte specifica, al punto che oggi può pesare quasi un quarto dell'animale. Scheletro e organi interni non riescono a tenere il passo di quella crescita e le conseguenze sono patologie come zoppia, difficoltà respiratorie e ustioni plantari, cioè lesioni alle zampe causate dal contatto prolungato con lettiere sporche e umide.

Cosa prevede il divieto annunciato in Danimarca

Il 28 ottobre, il ministro danese per la Natura e il Benessere animale, Christian Rabjerg Madsen, ha dichiarato: "Lavoreremo per un divieto nazionale e per un divieto a livello europeo". Nel frattempo ha caldamente sconsigliato ai suoi concittadini di comprare carni da allevamenti intensivi.

A far traboccare il vaso è stata un'inchiesta dell'emittente TV2, entrata con telecamere nascoste in un mega-allevamento dello Jutland settentrionale. Le immagini mostravano capannoni dove ai polli venivano concesse solo tre ore di buio al giorno invece delle sei previste per legge. Il motivo? Meno dorme l'animale, più mangia e, di conseguenza, ingrassa.

L'allevatore, Christian Tvergaard, ha dovuto fare mea culpa in mondovisione ammettendo di aver preso "decisioni sbagliate" sulla gestione dell'alternanza "giorno/notte".

Immagine

La soglia delle sei ore di buio ogni ventiquattro (di cui almeno quattro ininterrotte) è imposta dalla direttiva europea sui polli da carne, valida ovviamente anche in Italia. Oggi in Danimarca la proposta di divieto gode dell'appoggio di nove partiti, una bella virata rispetto al 2024, quando il Parlamento di Copenaghen aveva rimbalzato un testo analogo in attesa che l'Europa prendesse dei seri provvedimenti.

Perché il petto di pollo ha le strisce bianche

Crescere a quella velocità lascia sul corpo dell'animale cicatrici che ci ritroviamo direttamente nel piatto. Si tratta di miopatie, ovvero alterazioni del muscolo pettorale visibili a occhio nudo.

La più diffusa è il white striping (strisce bianche): righe di grasso e tessuto connettivo che segnano la carne cruda. Poi c'è il wooden breast (petto legnoso), che in cottura si trasforma in un pezzo di truciolato, e lo spaghetti meat (carne a spaghetti), dove le fibre muscolari collassano e il petto si sfilaccia tra le mani.

Immagine
Le strisce bianche che caratterizzano la maggior parte dei polli a crescita rapida, da Il Fatto Alimentare

Nessun pericolo per la salute umana, sia chiaro, ma queste alterazioni muscolari compromettono consistenza e resa in padella, spiegando perfettamente perché certe cotolette rilascino ettolitri d'acqua in cottura diventando poi stoppose come cartone. La testata Il Fatto Alimentare ha documentato per anni questa deriva, fotografando petti striati nei banchi di molte catene della grande distribuzione italiana.

Perché nei supermercati olandesi non si trovano più queste carni

Il vero schiaffo al mercato non è arrivato dalla politica, ma dai supermercati dei Paesi Bassi, che non distribuiscono più polli a rapido accrescimento dal gennaio 2024. Tutte le grandi catene, da Albert Heijn a Jumbo, passando per Lidl e Aldi, si sono accordate volontariamente per vendere solo carne fresca da linee a crescita lenta, certificate dallo standard di benessere animale Beter Leven. Attenzione: i polli a crescita veloce olandesi non si sono estinti, li allevano ancora, ma li piazzano sull'export.

Anche la Norvegia ha imboccato la stessa via, perché l'industria avicola nazionale ha giurato di liberarsi della razza Ross 308 entro il 2027. La morale della favola, ricostruita sempre dal Fatto Alimentare, è dirompente: la grande distribuzione ha il potere di stravolgere il mercato da sola, senza aspettare i tempi biblici delle direttive europee.

Quanti polli a crescita rapida si allevano in Italia

Da noi la musica è un'altra perché il pollo a crescita lenta è una gemma rara (e costosa) segnalata con orgoglio in etichetta, mentre la produzione nazionale è concentrata nelle mani di pochi giganti come Aia, Amadori, Fileni e Martini. I report europei sul benessere animale nelle filiere ci collocano al penultimo posto, a pari merito con la Polonia e davanti alla sola Romania.

Immagine

Qualcosa si muove, seppur lentamente: Eataly è stato il primo colosso italiano a completare la transizione verso l'European Chicken Commitment, un protocollo che impone razze a crescita lenta, meno affollamento negli stabilimenti e metodi di stordimento meno invasivi. Carrefour e Fileni lo hanno firmato, ma per ora dichiarano solo percentuali di adeguamento parziali. E se guardiamo invece ai fast food italiani, il ritardo sulla tutela animale è davvero imbarazzante.

Come riconoscere un pollo a crescita lenta

Se un produttore sceglie un pollo a crescita lenta e ne sostiene i costi, stanne certo, lo scriverà in etichetta a caratteri cubitali. Cerca le formule "a crescita lenta", "allevato all'aperto" o la specifica sui giorni di allevamento, che devono superare i 50. Nel biologico europeo si utilizzano linee a crescita lenta oppure, per quelle che non lo sono, si prevede un'età minima di macellazione di 81 giorni. Attenzione, però: la dicitura "allevato all'aperto" non garantisce, da sola, che si tratti di un pollo a crescita lenta.

Al banco frigo, fidati dell'esame visivo: se il petto è innaturalmente gonfio, spesso e segnato da righe biancastre parallele alle fibre, lascialo lì. Ne avrai la riprova quando sarà il momento di cuocerlo, perché la carne a crescita lenta rilascia meno liquidi e regge bene le cotture lunghe, come quelle per l'arrosto, conservando morbidezza e umidità.

Immagine
Resta aggiornato

Ogni giorno nuove Ricette tutte da gustare

News
Immagine
Quello che i piatti non dicono
Segui i canali social di Cookist
api url views