Protesta degli autotrasportatori, pomodori fino a 7,50 euro: a rischio anche la produzione di pasta

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La protesta degli autotrasportatori sta mettendo in difficoltà la filiera alimentare: a Roma i pomodori raggiungono i 7,50 euro al chilo all’ingrosso, mentre i blocchi delle forniture di semola hanno già fermato la produzione del pastificio Rummo e rallentato quella della Molisana.

Fare la spesa potrebbe diventare ancora più costoso, soprattutto quando si tratta di acquistare frutta e verdura fresca. Dopo le difficoltà registrate nei supermercati del Sud Italia, le conseguenze delle proteste degli autotrasportatori iniziano a farsi sentire anche nella Capitale, dove alcuni prodotti ortofrutticoli scarseggiano e le quotazioni all'ingrosso raggiungono cifre particolarmente elevate. Ma i problemi non riguardano soltanto i prodotti freschi: anche l'industria della pasta sta subendo le conseguenze dei blocchi, con stabilimenti costretti a fermarsi o a rallentare la produzione per la mancanza di materie prime.

Quanto stanno aumentando i prezzi di frutta e verdura

Secondo i dati diffusi il 20 ottobre 2026 dall'Osservatorio del Centro Agroalimentare Roma (CAR), le difficoltà nelle forniture dal Mezzogiorno stanno contribuendo ad aumentare la tensione sui prezzi all'ingrosso, già elevati per alcune produzioni a causa dei danni provocati dal caldo estivo.

In particolare, i pomodori siciliani ciliegini e piccadilly superano i 5 euro al chilo, rispetto ai circa 2,50 euro registrati nello stesso periodo dello scorso anno. Ancora più marcato l'aumento dei datterini rossi, che raggiungono i 7,50 euro al chilo, contro i 2,50 euro di un anno fa: una crescita del 200%, che significa un prezzo triplicato. Non sono soltanto i pomodori a registrare quotazioni elevate: i peperoni, che un anno fa costavano circa 2,30 euro al chilo all'ingrosso, oggi superano i 3 euro, mentre l'indivia è passata da 1,20 a 1,80 euro al chilo.

Si tratta, è importante precisarlo, di prezzi all'ingrosso e non dei prezzi applicati nei supermercati. Tuttavia, le difficoltà nella disponibilità dei prodotti potrebbero riflettersi anche sul costo finale della spesa.

Nei mercati rionali romani sono già stati segnalati alcuni aumenti: le zucchine sarebbero passate in pochi giorni da 3 a 6 euro al chilo e altre verdure da 3 a 5 euro. Questi rincari locali non rappresentano però necessariamente l'andamento dei prezzi nel resto d'Italia.

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I blocchi fermano anche la produzione di pasta: cosa sta succedendo a Rummo e La Molisana

Le conseguenze della protesta stanno coinvolgendo anche uno dei settori simbolo dell'industria alimentare italiana: la produzione di pasta. Come riportato da Il Post, diversi pastifici stanno incontrando difficoltà nel ricevere le forniture di semola di grano duro, la materia prima indispensabile per produrre la pasta secca.

Tra le aziende colpite c'è Rummo, storico pastificio con sede a Benevento, che martedì 20 ottobre ha dovuto interrompere la produzione a causa dell'esaurimento delle scorte di semola. L'amministratore delegato Cosimo Rummo ha spiegato a Repubblica che nello stabilimento non arrivano più camion né cisterne per il trasporto delle materie prime. L'azienda, non disponendo di mulini propri, dipende infatti dalle consegne effettuate dalle imprese molitorie.

Anche La Molisana, con sede a Campobasso, ha segnalato difficoltà nelle forniture. Pur disponendo di mulini propri, l'azienda ha rallentato la produzione e ha cominciato a utilizzare le scorte disponibili. Il problema riguarda una filiera produttiva particolarmente concentrata nel Mezzogiorno, dove hanno sede molti dei principali pastifici italiani. Già nei giorni precedenti, Italmopa, l'associazione che rappresenta l'industria molitoria nazionale, aveva segnalato al ministero dell'Interno una situazione di emergenza per i blocchi alla circolazione delle merci.

Le difficoltà nei pastifici non significano che la pasta stia per scomparire dagli scaffali dei supermercati: al momento le notizie riguardano principalmente l'approvvigionamento delle materie prime e la continuità della produzione. Un prolungamento dei blocchi, però, potrebbe compromettere ulteriormente il funzionamento della filiera.

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Perché i blocchi dei trasporti rischiano di far aumentare i prezzi?

Le difficoltà riguardano soprattutto i collegamenti con Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, regioni da cui proviene una parte importante della frutta e della verdura destinata ai mercati della Capitale. Secondo il CAR, le criticità si stanno estendendo anche al Lazio meridionale.

Il problema non è soltanto l'aumento del costo dei carburanti: le proteste e i blocchi stradali rendono imprevedibili i tempi di consegna, creando difficoltà per le aziende agricole che devono spedire prodotti altamente deperibili. Quando frutta e verdura non riescono a raggiungere i mercati nei tempi previsti, la quantità di merce disponibile diminuisce e questo può esercitare un'ulteriore pressione sui prezzi. Allo stesso tempo, i produttori rischiano di non riuscire a commercializzare i raccolti, subendo perdite economiche.

La situazione è particolarmente critica per le produzioni agricole del Sud: secondo quanto riportato da Il Post, dal 16 ottobre nessun tir avrebbe trasportato merci dal mercato ortofrutticolo di Ragusa, con il rischio che grandi quantità di prodotti freschi rimangano invendute.

Bisogna però distinguere le diverse cause degli aumenti: i pomodori, per esempio, registravano già quotazioni particolarmente alte prima dell'attuale emergenza nei trasporti, soprattutto a causa delle condizioni climatiche estive che hanno danneggiato le coltivazioni. I blocchi rappresentano quindi un'ulteriore criticità per una filiera già sotto pressione.

Aumentano le importazioni di frutta e verdura dall'estero

Per compensare le mancate consegne dal Sud Italia, gli operatori del mercato romano stanno ricorrendo maggiormente ai prodotti provenienti dall'estero. L'Osservatorio CAR segnala, in particolare, l'arrivo di pomodori tondi a grappolo dall'Albania, venduti a circa 2 euro al chilo all'ingrosso, e di peperoni dalla Spagna, con quotazioni intorno ai 3,80 euro al chilo. Questi prodotti permettono di integrare le forniture e mantenere una maggiore disponibilità di ortaggi, ma non sostituiscono completamente le produzioni italiane, soprattutto per i consumatori che preferiscono acquistare prodotti locali.

A contribuire alla tenuta dell'offerta ci sono anche le coltivazioni di Lazio e Abruzzo, che continuano a fornire ortaggi a foglia, pomodori, melanzane e zucchine: la disponibilità di questi prodotti, però, non è sufficiente a eliminare tutte le difficoltà legate al rallentamento delle consegne.

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Cosa potrebbe succedere ai prezzi nei prossimi giorni

Al momento non è possibile stabilire quanto aumenteranno i prezzi al dettaglio né se i rincari si estenderanno in maniera uniforme a tutte le regioni italiane. Non ci sono nemmeno elementi sufficienti per prevedere aumenti generalizzati del prezzo della pasta nei supermercati.

Secondo il CAR, il rischio principale è legato alla durata delle proteste: un prolungamento dei blocchi potrebbe aggravare le perdite per i produttori agricoli del Sud e tradursi in ulteriori aumenti per i consumatori. "Non possiamo permettere che la crisi logistica e il caro carburanti pesino in modo incontrollato sulle tavole dei romani", ha dichiarato Fabio Massimo Pallottini, direttore generale del CAR, sottolineando l'importanza di monitorare i listini e contenere le pressioni sui prezzi.

L'impatto economico della protesta si sta già facendo sentire: secondo le stime di Confcommercio Sicilia, cinque giorni di blocco dei trasporti potrebbero provocare danni economici compresi tra 40 e 50 milioni di euro nella sola Sicilia, tra mancate vendite di prodotti freschi, difficoltà logistiche e merci a rischio deterioramento. Il rischio, se la situazione non dovesse sbloccarsi, è quindi duplice: da una parte le aziende agricole e alimentari potrebbero subire ulteriori perdite o interruzioni della produzione, dall'altra i consumatori potrebbero ritrovarsi a pagare di più alcuni prodotti di uso quotidiano.

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