Con la protesta dei trasportatori si ferma anche la produzione di pasta: ecco perché

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Il grano c’è ed è intatto, ma senza mezzi per portare la semola fresca ai pastifici le linee si fermano: la spiegazione, passo dopo passo.

Il fermo degli autotrasportatori contro il caro carburante, in corso da circa una settimana nel Sud Italia, ha compromesso anche uno dei simboli della tavola italiana: la pasta. Il pastificio Rummo di Benevento ha spento gli impianti, La Molisana di Campobasso ha ridotto drasticamente l’attività e Garofalo, a Gragnano, è ripartito solo martedì 20 ottobre con il 40% della produzione. Senza camion non arrivano semola e imballaggi, e il prodotto finito resta nei magazzini.

Il quadro cambia di ora in ora. I trasportatori siciliani hanno revocato il fermo, mentre in Campania e Calabria le proteste proseguono e in Puglia è stata annunciata una revoca parziale dei blocchi. Il governo ha promesso lo sblocco di 480 milioni di euro, ma la partita è aperta: il prossimo incontro istituzionale è fissato per il 27 ottobre. Per ora gli scaffali vuoti riguardano alcune zone del Sud, ma le aziende temono un effetto a catena sulla produzione nazionale.

Cosa sta succedendo al Sud: blocchi, merce ferma e trattative

Al centro della mobilitazione c’è il costo dei carburanti. Dopo un primo tavolo di confronto, l’esecutivo ha annunciato lo sblocco di 480 milioni di euro già stanziati, una misura evidentemente non sufficiente a placare una parte della categoria. Ai camionisti si sono affiancati gli agricoltori, con mezzi pesanti e trattori fermi in diversi snodi della logistica meridionale, Puglia compresa. Gli effetti si vedono lungo tutta la filiera. I magazzini si riempiono di merce impossibile da spedire, mentre nei campi e negli orti i prodotti rischiano di rovinarsi senza un mezzo capace di portarli al consumatore. In alcune zone i supermercati hanno già gli scaffali vuoti. Il blocco ha allarmato anche l’industria molitoria: Italmopa, l'associazione Mugnai d'Italia, ha scritto al prefetto di Foggia, Antonio Giannelli, e al ministro dell’Interno Matteo Piantedosi, segnalando una situazione di “assoluta emergenza” causata dai mezzi pesanti fermi sul territorio pugliese.

Le aziende colpite mostrano comprensione verso chi protesta. Massimo Menna, amministratore delegato di Garofalo, ricorda come i contratti con i trasportatori siano legati al prezzo del gasolio: le ragioni della categoria, quindi, si capiscono. Chiede però una soluzione rapida, anche solo temporanea, e sottolinea la collaborazione trovata in questi giorni tra i fornitori. Cosimo Rummo, presidente e amministratore delegato dell’omonimo pastificio, spiega invece di aver già adeguato i compensi all’aumento del carburante, senza riuscire comunque a evitare lo stop. Solidarietà arriva anche dai panificatori: a Reggio Calabria il presidente del settore panificazione della Claai, Giuseppe Bellamena, si dice pronto a scendere in piazza con uno sciopero regionale e chiede misure straordinarie su luce, gas e carburanti.

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La pasta: perché senza camion si fermano i pastifici

La spiegazione sta nella geografia della filiera. La Puglia e la Sicilia sono capitali del grano duro, ma allo stesso tempo le due regioni toccate per prime dai blocchi.  Il secondo nodo riguarda la semola, indispensabile per produrre la pasta secca. Anche se può essere conservata per mesi in condizioni adeguate, deve comunque raggiungere gli stabilimenti: se i camion non circolano, i mulini non riescono a effettuare le consegne e i pastifici privi di mulini propri che hanno esaurito le scorte sono costretti a fermare le linee produttive. Questo può accadere anche quando, a pochi chilometri di distanza, ci sono silos pieni di grano.

Per questo i marchi non sono colpiti tutti allo stesso modo. Rummo e Garofalo dipendono dai mezzi che portano la semola fresca da Puglia e Sicilia. Rummo è rimasto senza scorte, con consegne bloccate e nessuna cisterna in arrivo, mentre Garofalo ha ripreso a ranghi ridotti e non riesce ancora a consegnare. La Molisana possiede mulini propri, ma coprono soltanto metà del fabbisogno: l’azienda lavora a ritmi molto ridotti con le scorte di magazzino, alle prese con la scarsità di materie prime e imballaggi e con le difficoltà di spedizione del prodotto finito. Se i blocchi proseguiranno, la produzione potrebbe fermarsi del tutto nel giro di pochi giorni. Meglio posizionato De Cecco, autosufficiente sul fronte dei mulini, mentre Barilla può contare su stabilimenti anche al Nord, che a oggi non sembra particolarmente colpito da questi disagi.

Al momento non si parla di emergenza nazionale: gli effetti più evidenti riguardano il Sud e i pastifici più legati ai rifornimenti del territorio. Ma più si allunga il fermo, più cresce il rischio di sentirne le conseguenze anche altrove, Nord compreso. Molto dipenderà dall’incontro del 27 ottobre e dalla capacità del governo di offrire risposte alle richieste dei trasportatori.

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