24 Febbraio 2022 16:11

Perché la guerra in Ucraina porterà a un aumento del prezzo della pasta in Italia

Russia e Ucraina sono tra i maggiori esportatori al mondo di grano. Non solo quantità ma anche qualità: il prodotto è eccellente e tante aziende italiane hanno contratti decennali con gli agricoltori dell'est. Il conflitto può creare un cortocircuito che si ripercuoterebbe sulle tasche degli italiani.

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Presto ci troveremo ad affrontare una crisi dell'agroalimentare senza precedenti. Le prime avvisaglie le abbiamo viste con la decisione della Molisana di sospendere la produzione di pasta a causa del caro prezzi del gasolio; segue Divella con la sospensione dell'attività causata dal rincaro del grano e dal caos alle frontiere. La sensazione è che queste potrebbero essere solo le "prime" aziende a fare una scelta del genere, seguite poi dalle altre. Tutto questo a causa del conflitto tra Russia e Ucraina.

I venti di guerra si ripercuotono inevitabilmente anche sui mercati internazionali: qualcuno ci guadagnerà ma, come in ogni guerra, le spese maggiori ricadranno sul popolo. Ciò che sta accadendo ad Est non è solo un affare di cattivo vicinato tra Putin e gli ucraini, è qualcosa che mette in seria discussione tutti gli equilibri europei, in tutti i campi. Un grosso peso ce l'ha l'agroalimentare perché l'Ucraina è da secoli famosa come "il granaio d'Europa" e questo scontro comporterà un enorme aumento del prezzo di grano, cereali, farine. Altro problema sarà sul gas: l'Europa importa gas russo per il 30% del totale, e un quarto di tale fornitura passa nel gasdotto Transgas che attraversa l'Ucraina. Questo è il gasdotto che rifornisce anche l'Italia. Vediamo però nel dettaglio tutti gli scenari.

La guerra può far schizzare alle stelle il prezzo di pane e pasta

Qualche mese fa c'è stato l'aumento del costo del caffè dovuto alle gelate in Sudamerica: il campanello d'allarme per dirci che la geopolitica, per quanto possa sembrarci lontana, in realtà si ripercuote sempre sulla vita di tutti i giorni. Con la guerra in Ucraina anche pasta, pane e pizza rischiano di diventare più salati. Con lo scoppio del conflitto i prezzi di tutti i cereali e i derivati potrebbero aumentare. I primi rincari ci sono stati a inizio mese dovuti agli aumenti dell'energia elettrica, con le prossime importazioni di mais, grano e soia, (quindi anche dei derivati come l'olio di semi o il latte di soia), potrebbero lievitare ulteriormente andando a intaccare uno dei capisaldi della dieta mediterranea: il carboidrato.

Gli analisti temono che la situazione di tensione sul fronte ucraino imprima un duro colpo alle esportazioni e quindi ai prezzi dei prodotti venduti in Occidente. Secondo le stime del Dipartimento dell'Agricoltura degli Stati Uniti, l'unico che si è preso la briga di fare questo studio, il 30% del commercio globale di grano, il 20% di mais e l'80% delle esportazioni di olio di girasole provengono da Russia e Ucraina, rispettivamente primo e quarto Paese al mondo per la produzione di questi alimenti.

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La maggior parte dei cereali esportati dall'Ucraina arrivano nella Comunità Europea e questo comporterà un aumento di tutti gli alimenti che contengono soia, mais e grano, in primis la pasta. A tal proposito la Divella ha già fatto sapere che la pasta aumenterà di circa 10 centesimi al pacchetto e che tutta la linea di pasticceria è a rischio perché il carico di farina manitoba, attualmente in Russia, è bloccato al fronte. Al costo della pasta si aggiunge l'aumento del prezzo del pane dovuto ai costi di produzione, imballaggio e trasporto e se il petrolio continua a salire, va da sé che anche la pagnotta di pane costerà di più al consumatore. Il food cost di cui si parla tanto nei ristoranti è presente nella vita di tutti i giorni e far quadrare i conti di una famiglia è esattamente lo stesso processo fatto per far quadrare i conti di un'impresa.

Cosa dobbiamo aspettarci nei supermercati con la situazione attuale

La domanda a questo punto sorge spontanea: e ora che succede? Purtroppo i primi rincari sono inevitabili per un calcolo molto basilare: se prima, ad esempio, un'azienda aveva la bolletta della luce da 100.000 euro e ora ce l'ha da 150.000 euro, il costo del prodotto aumenta di conseguenza. Questo tipo di rincaro lo abbiamo avuto tutti in bolletta, il che renderà ancora più complicata la situazione per le famiglie: se prima un nucleo familiare spendeva circa il 14% del proprio reddito in alimentari, oggi questa percentuale aumenterà pur mantenendo inalterato il proprio stile di vita. Il potere d'acquisto cala ulteriormente se pensiamo agli aumenti in bolletta. Lo scenario è quindi disarmante. Secondo Gautier Le Molgat, un analista di fama mondiale, esperto in questo tipo di crisi alimentari, il mercato "non conosce sfumature: con la guerra i prodotti salgono, con la pace i prodotti scendono".

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Questo scenario tanto particolare ha come variante anche la scelta degli obiettivi russi: se il conflitto dovesse bloccare il porto di Odessa, l'Ucraina sarebbe quasi impossibilitata ad esportare; non più una questione di prezzo quindi, ma di approvvigionamento. Dall'altro lato ci sono le sanzioni di Stati Uniti e Unione Europea alla Russia: potrebbe essere vietato il commercio di grano russo in dollari, andando a chiudere, di fatto, i rapporti commerciali con tutto il blocco della NATO. I Paesi più colpiti da questa situazione non sarebbero comunque quelli occidentali ma Egitto, Turchia, Indonesia e Marocco, i maggiori importatori tra i Paesi a basso reddito, il che potrebbe creare ulteriori problemi interni in quelle zone già falcidiate da lotte intestine.

In termini capitalistici c'è anche un risvolto della medaglia positivo: Divella ha candidamente ammesso che questo tipo di situazioni portano sempre a un aumento di fatturato per le aziende che producono beni di prima necessità. La paura, l'indecisione, gli scenari oscuri, spaventano le persone che si rifugiano in questo tipo di situazioni per timore di non trovare più nulla nei supermercati. Alla vigilia del secondo anniversario del lockdown ci tornano in mente le immagini dei supermarket presi d'assalto perfino di notte e dei corridoi della pasta completamente deserti. Se la domanda non dovesse diminuire, il grano europeo, statunitense e australiano potrebbe beneficiare enormemente della situazione. Ovviamente bisogna tener conto delle condizioni metereologiche: in Canada il clima è ostico al momento, l'Australia è in piena siccità.

Il nostro Paese è un grande produttore di grano ma circa il 65% serve a coprire il fabbisogno interno. Il grano importato dall'estero, sempre malvisto dai consumatori italiani, è in realtà una misura necessaria a colmare il divario tra domanda e offerta interna. Bisogna anche ammettere che spesso il grano estero ha una qualità superiore al nostro. Molte colture dell'est hanno valori nutritivi più alti e una resa maggiore rispetto al grano italiano. Quindi che succederà? Ogni italiano consuma circa 23 kg di pasta ogni anno, con il prezzo attuale del grano il prezzo medio al dettaglio è passato da 60 centesimi a 80 centesimi per un pacchetto da mezzo chilo. Un aumento del costo della vita sostanziale se rapportato a una famiglia di 4 persone, sommando tutti gli aumenti che ci sono stati e che ci saranno ancora. La situazione potrebbe peggiorare molto prima di migliorare.

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