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20 Luglio 2026 13:00

Quanto dovrebbe costare davvero un uovo biologico? Lo abbiamo chiesto a chi le uova le produce

Al supermercato un uovo bio costa circa 50 centesimi, ma secondo tre piccoli allevatori la cifra che ripaga qualità, benessere animale e lavoro è giusto il triplo.

A cura di Rossella Neiadin
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Mangi in media più di duecento uova all'anno, le sbatti compulsivamente a colazione per convincerti che stai mettendo su massa muscolare, le anneghi nel guanciale per la carbonara del venerdì sera e, nel novantanove per cento dei casi, le metti nel carrello con la stessa soglia di attenzione che dedicheresti a un calzino spaiato. Calcolatrice alla mano, però, lo scaffale del supermercato è un posto in cui convivono squilibri quasi surreali: si passa dalle uova svendute all'industria per 5 centesimi al pezzo fino ai prodotti di nicchia che sfiorano i 2 euro, con il biologico che si piazza pacificamente nel mezzo, sui cinquanta centesimi.

Ma come si giustifica una differenza di prezzo così sfacciata per lo stesso alimento, e soprattutto, quanto dovrebbe costare un uovo per potersi dire di qualità?

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Per capirlo abbiamo messo a confronto due mondi all'apparenza inconciliabili. Da una parte tre piccoli allevatori con approcci radicali: Virginia Marsan (azienda San Bartolomeo), Massimo Rapella (Uovo di Selva) e Giovanni Tava (Uova di Montagna). Dall'altra la grande industria, rappresentata da Naturelle (gruppo Eurovo), un colosso che porta le uova nei supermercati di tutta Italia. Sono prospettive lontanissime che aiutano a capire una cosa fondamentale: il bollino stampato sulla scatola racconta solo l'inizio della storia.

Mentre la grande distribuzione lavora sui volumi garantendo proteine accessibili a tutti, i tre piccoli produttori convergono senza essersi mai parlati su una cifra ben diversa: per ripagare la qualità, il lavoro manuale e il benessere animale, un uovo dovrebbe costare circa 1,50 euro. Praticamente il triplo dei circa 50 centesimi che Eurovo ci ha indicato come prezzo medio nazionale di un uovo biologico da supermercato, reso possibile dall’ottimizzazione della filiera industriale. Come si arrivi a questo divario di visioni, te lo spiegano i diretti interessati.

"Dovrei venderlo a 1,50 euro per guadagnarci qualcosa": la scelta di Virginia Marsan di San Bartolomeo

L'azienda agricola San Bartolomeo prende forma a metà anni Novanta tra le colline della Tuscia grazie a un'intuizione di Silvio Marsan, all'epoca affascinato dal modello francese del poulet de Bresse. Oggi al timone c'è la figlia Virginia: le sue galline vivono fino a quattro anni scorrazzando su 14 metri quadrati di pascolo a testa, una superficie che triplica abbondantemente le pretese del disciplinare biologico. Anche la selezione delle razze è una chiara dichiarazione d'intenti: le Marans sfornano uova color cioccolato che, mescolate a quelle delle Livornesi e delle Loman, compongono confezioni miste e colorate nei punti vendita di famiglia tra Viterbo, Roma e Milano.

La filiera è tutta interna, al punto da includere persino il mangimificio e un impianto di biogas, e ripercorrerla aiuta a capire quanta strada c'è dietro ogni guscio. Si parte dal pulcino di un giorno, che trascorre i primi quaranta nella pulcinaia, l'ambiente riscaldato dove avviene lo svezzamento. Verso i quattro mesi la giovane gallina – la pollastra, in gergo – trasloca nel capannone di deposizione, dove impiega circa un mese ad ambientarsi prima di deporre le prime uova. Da lì in poi tutto si ripete quotidianamente: le uova raccolte a mano, le lettiere pulite, la selezione e il confezionamento, con le ordinazioni prese ancora al telefono, come si faceva una volta.

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Se le chiedi quale sia il prezzo giusto per un uovo biologico di livello, Marsan risponde senza esitare: "Un uovo come lo facciamo noi dovrei venderlo a 1,50 euro per guadagnarci qualcosa". La stranezza è che lei quella cifra non la chiede: nei suoi negozi le uova costano 50 centesimi l'una. Vende sottocosto per scelta, consapevole che il mercato odierno fa un'enorme fatica a percepire la differenza tra un prodotto eccellente e uno mediocre. Dietro alle voci di costo del suo prodotto si cela una mole di lavoro interamente manuale, fatta di temperatura dei capannoni da controllare anche di notte e di mangiatoie e abbeveratoi da riempire uno per uno.

Tornando al disciplinare, San Bartolomeo si tiene stretta la certificazione biologica per una questione di chiarezza verso chi compra. "Non c'è un codice migliore di quello del biologico", ammette Marsan, riconoscendo che quello 0 stampato sul guscio resta l'unico appiglio certificato che arriva intatto fino a te che fai la spesa.

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Virginia regala anche un paio di dritte per valutare la qualità dell'uovo una volta aperto: devi guardare la consistenza, verificare l'odore e valutare il sapore. Albume e tuorlo devono restare compatti e sodi, tenendo a mente che un giallo intenso non è sinonimo di genuinità ma dipende solo da ciò che la gallina ha deciso di mangiare.

Il vero indizio di qualità risiede nella varietà: se apri cinque uova dello stesso allevamento e trovi tuorli leggermente diversi tra loro, significa che le galline hanno razzolato e becchettato in totale autonomia. "Se ti accorgi che il tuo cibo è standardizzato, sempre uguale, c'è chiaramente qualcosa che non va".

"È ridicolo per il lavoro che c'è alle spalle": il metodo di Massimo Rapella di Uova di Selva

La storia di Uovo di Selva comincia quasi per caso nel 2013, in Valtellina, quando Massimo Rapella inizia a popolare il bosco di famiglia con quattro galline ovaiole. Da lì nasce l'idea di un uovo biologico capace di bypassare del tutto i punti vendita, per essere raccolto e consegnato a mano entro ventiquattr'ore dalla deposizione. Oggi le galline sono circa settecento, ciascuna libera di perlustrare una decina di metri quadrati di bosco, e le consegne le fa ancora lui, di persona, tanto che alcuni clienti storici gli lasciano addirittura le chiavi di casa.

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Sul prezzo, Rapella sfodera un paragone con il mondo del vino. "Nessuno si stupisce se a scaffale una bottiglia da 2 euro sta accanto a una da 20. Prova a farlo con l'uovo! Io lo vendo a 90 centesimi, a 1 euro se consegnato a casa in 24 ore. È ridicolo se rifletti su quanto lavoro c'è alle spalle". E quel lavoro si traduce in quattordici ore e mezza di presenza quotidiana, dalle sette del mattino fino alle nove e mezza di sera; senza contare, aggiunge, che nello spazio vitale riservato a una sola delle sue galline, un allevamento intensivo ne stiverebbe comodamente a decine.

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Il risultato è un uovo più strutturato, che ingloba più aria quando viene montato e di conseguenza rende meglio. Il pasticciere Luca De Santi, pastry chef di Iyo e suo cliente, riesce a dimezzare le dosi di uova per le sue preparazioni, sia per il tuorlo che per l'albume. "Se lo paghi di più ma ne usi la metà, il calcolo finale torna a sorriderti."

Pur figurando tra i fondatori del distretto biologico valtellinese, sulla burocrazia delle certificazioni conserva un pragmatismo notevole: "Fatta la legge trovato l'inganno. Per quello insisto sulla conoscenza diretta dei miei clienti". La sua proposta per il futuro è semplice: affiancare ai valori nutrizionali un QR code in etichetta che mostri come l'animale abbia vissuto davvero.

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A fine intervista, anche lui ti lascia un consiglio da spendere ai fornelli, nato da un complimento involontario: "Mi dicono: le tue uova non sanno di uovo. Ma sai cos’è quell’odore lì? È la spia di un ambiente sporco". Siccome il guscio è poroso e assorbe gli odori dell'ambiente circostante, mi riferisce, quel sentore pungente che molti ritengono normale racconta semplicemente il livello di pulizia del pollaio.

"Avere lo stesso bollino non sarebbe un vanto per me": la via radicale di Giovanni Tava di Uova di Montagna

Uova di Montagna nasce nel 2016 in Trentino dallo slancio di Giovanni Tava e Mattia Cristoforetti, che allevano galline livornesi a guscio bianco in quota, tra i 600 e i 1.200 metri. Sono le uova più costose d'Italia – circa 1,60 euro nei negozi e 1,92 sullo shop online del distributore – eppure hanno conquistato rapidamente l'alta ristorazione, a cominciare da chef come Massimiliano Alajmo (Le Calandre, 3 stelle Michelin) e Carlo Cracco fino ad arrivare in botteghe selezionate come la macelleria Bruno di Milano.

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Il progetto parte sotto l'ombrello della certificazione biologica, spingendosi ben oltre i paletti piantati dal protocollo: 7 metri quadrati all'aperto per capo anziché 4 e gruppi ristretti di 150 animali per evitare il debeccaggio. Si tratta della spuntatura della punta del becco, praticata sui pulcini negli allevamenti intensivi, dove migliaia di galline che non riescono a riconoscersi tra loro finiscono per ferirsi a colpi di beccate nel tentativo di stabilire una gerarchia. In una comunità di 150 individui, invece, il becco può restare integro e servire al suo scopo naturale, ovvero esplorare il terreno e procurarsi da sole una parte del cibo.

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Eppure, sul guscio di queste uova troverai stampato l'1 invece che lo 0. Tava ha infatti deciso di abbandonare la certificazione perché, dichiara, quel marchio finisce su prodotti troppo diversi dai suoi: "Avere lo stesso bollino sulla mia confezione non costituirebbe un vanto". Per garantire metodo, cura e trasparenza preferisce metterci la faccia e il proprio nome.

Un prezzo da record, il suo, sostenuto però da spese altrettanto fuori scala. Mentre l'industria convenzionale paga il mangime sui 30-40 euro al quintale e quella biologica da grande distribuzione viaggia sui 70-80, la miscela su misura di Tava costa tra i 90 e i 100 euro. Dividere gli animali in piccoli gruppi cancella ogni possibilità di automazione: si fa tutto a mano, dalla raccolta all'approvvigionamento del cibo, e si pagano ore di lavoro per gestire galline più anziane che di fatto depongono meno, spalmando costi enormi su un numero di uova decisamente più basso.

"Il prezzo non identifica la qualità nutrizionale": la risposta della grande industria

Per completare il quadro abbiamo interpellato Eurovo, tra i maggiori gruppi del settore in Italia, presente nella grande distribuzione con marchi biologici come Le Naturelle. Emiliano Di Lullo, responsabile marketing dell'azienda, parte da una precisazione che ribalta la premessa del pezzo: parlare di "prezzo giusto" ha senso fino a un certo punto, perché il costo riflette il sistema di allevamento, non un divario di sicurezza o di qualità nutrizionale. Un uovo biologico industriale e uno del piccolo produttore, davanti alla legge, sono lo stesso alimento.

Che dietro ci sia un contadino con cento galline o un gruppo da milioni di pezzi, per stampare quello 0 sul guscio le regole sono identiche: quattro metri quadrati all'aperto per capo, strutture a norma, mangimi bio certificati. Sono queste voci, secondo Di Lullo, a spiegare la media nazionale di 50 centesimi a uovo per il biologico contro i 32 centesimi di un allevamento a terra.

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La differenza, sostiene, non sta nel taglio dei costi ma nell'ottimizzazione: una filiera strutturata serve a garantire scaffali sempre riforniti e un prodotto costante tutto l'anno, e permette di tenere due uova biologiche intorno a 1 euro, alla portata di qualunque famiglia. Anche sul colore del tuorlo Di Lullo smorza i falsi miti: una tonalità più accesa si ottiene dosando nel mangime pigmenti naturali come paprika e fiori di tagete, e non è di per sé un indice di qualità (su questo l'industria e i piccoli allevatori dicono la stessa cosa).

Cosa significa il codice stampato sulle uova e perché conta più di ogni etichetta

Se c'è un dettaglio su cui questi produttori concordano senza riserve, è l'inutilità di gran parte delle scritte che trovi sulle confezioni. Formule rassicuranti come "naturale", "fresche di giornata", "cage-free" o "benessere animale" non hanno alcun valore legale se non affiancate da una certificazione riconosciuta: senza quella, restano trovate di marketing a cui è meglio non affidarsi.

L'unico elemento che inchioda davvero chi produce alle proprie responsabilità è il codice stampato direttamente sul guscio, peraltro obbligatorio in tutta Europa. Leggerlo richiede pochi secondi e il primo numero è quello che ti orienta nella scelta: lo 0 indica il biologico, l'1 l'allevamento all'aperto, il 2 quello a terra e il 3 quello in gabbia. Ciò che segue, ovvero sigla della nazione (IT per l'Italia), codice Istat del comune, sigla della provincia e matricola dell'azienda, serve a tracciare l'uovo fino al pollaio d'origine.

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Eppure, le storie che hai appena letto servono anche a delineare i confini di quei numeri. Il codice ti spiega come è classificata l'azienda davanti alla legge, ma non ti dice fino a che punto si spinga l'impegno di chi ci lavora tutti i giorni.

Di Lullo ha ragione, le regole dello 0 valgono per tutti, ma sono una soglia minima, non un tetto. Chi la supera, come Tava con i suoi sette metri quadrati e i gruppi da 150 animali, si ritrova in etichetta lo stesso 1 di un allevamento all'aperto qualsiasi, senza un modo per dire al consumatore quanto è andato oltre. Il codice certifica il minimo garantito, non l'impegno di chi fa di più.

Tiriamo le somme

Come si conciliano questi due mondi che viaggiano su binari paralleli? Semplice: soddisfano bisogni profondamente diversi.

Da una parte hai l'industria, che fa il suo lavoro secondo le regole: ti garantisce una proteina sana, sicura e tracciabile, alla portata di tutte le tasche. Dall'altra ci sono allevatori come Marsan, Rapella e Tava, per i quali il disciplinare europeo rappresenta solo la linea di partenza, il minimo sindacale. Se fissano, o vorrebbero fissare, un prezzo di 1,50 euro per uovo è perché sostengono sulle proprie spalle un ecosistema complesso, fatto di manodopera continua, animali liberi di "invecchiare" e spazi sterminati che non si potrebbero mai irreggimentare con una legge statale.

La prossima volta che sbatti due uova in una ciotola, dà un'occhiata allo scontrino. Qualche decina di centesimi in più non compra solo un uovo più sicuro ma qualcos'altro: un prodotto migliore, più denso, legato a un luogo e a una stagione, e la scelta di finanziare un sistema in cui le galline fanno una vita più che dignitosa, così come gli operatori che se ne prendono cura.

Tava chiude il discorso nel modo migliore, definendo la sua vendita "un patto che faccio coi miei clienti". Un accordo onesto con cui ti impegni a pagare il giusto, per far stare bene tutti, pennuti compresi.

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