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5 Settembre 2026 15:00

Negli Stati Uniti hanno creato dei biscotti stampati in 3D e fatti di plastica

L'obiettivo è massimizzare le risorse in ambienti estremi: mare profondo, spazio lontano e luoghi dove l'approvvigionamento alimentare è più complicato. Non sono stati ancora assaggiati, ma viene riferito che hanno un odore particolarmente invitante.

A cura di Lorenzo Napolitano
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C'è una regola non scritta secondo cui quando si parla di cibo del futuro, prima o poi, qualcuno tirerà in ballo gli insetti fritti o le alghe liofilizzate. Questa volta, però, la sorpresa è di tutt'altra natura: un gruppo di ricercatori statunitensi ha messo a punto dei biscotti realizzati con plastica riciclata. Detta così suona come la trama di un inquietante film di fantascienza; eppure il progetto, oltre a essere reale, è finanziato dalla NASA, che negli ultimi anni ha guardato con crescente attenzione tutto ciò che riguarda l'alimentazione nello spazio.

L'iniziativa nasce all'interno della Deep Space Food Challenge dell'agenzia spaziale americana, un concorso pensato per stimolare soluzioni alimentari capaci di reggere il confronto con le missioni di lunga durata, quelle in cui portarsi dietro scorte per anni non è semplicemente praticabile. A guidare la ricerca è il dottor Lahiru Jayakody, microbiologo della Southern Illinois University Carbondale, il cui laboratorio si dedica da tempo al riciclo creativo della plastica. L'intuizione di partenza, spiegata dallo stesso ricercatore, è disarmante nella sua semplicità: la plastica è fatta di carbonio, il cibo pure, quindi perché non provare a colmare quella distanza apparentemente incolmabile?

Come trasformare la plastica in un alimento

Il processo comincia da uno dei materiali plastici più diffusi al mondo, il polietilene tereftalato, meglio noto come PET, lo stesso che compone la stragrande maggioranza delle bottiglie d'acqua monouso. Prima di tutto la plastica viene lavorata attraverso un trattamento ad alta temperatura e pressione, in presenza di acqua e ossigeno, che spezza le lunghe catene molecolari del materiale in frammenti più piccoli e ricchi di carbonio. Qui, entrano in gioco i lieviti geneticamente modificati, allevati appositamente per nutrirsi di queste molecole derivate dalla plastica.

Questi microrganismi metabolizzano il carbonio della plastica e lo trasformano in nuove molecole biologiche: proteine, grassi e altri composti nutritivi. Un ceppo differente viene invece impiegato per generare, a partire da biomassa vegetale, un aroma di vaniglia che serve a rendere il tutto un po' più appetibile. Il risultato viene mescolato con amido, fibre e dolcificanti fino a ottenere un impasto che passa poi attraverso una stampante 3D, da cui escono dischetti chiamati µBites, o "microbites". Al congresso autunnale della Società Americana di Chimica, tenutosi a Chicago, il team ha presentato i primi risultati di questo curioso esperimento.

I ricercatori non hanno ancora ottenuto il via libera istituzionale per assaggiare ufficialmente il prodotto, ma raccontano che, nei test informali, l'aroma raccoglie giudizi piuttosto lusinghieri. Resta però un dettaglio che raffredda un po' gli entusiasmi: al momento produrre questi biscotti costa circa 60 dollari al chilogrammo, una cifra che li rende, per ora, uno dei dolcetti più esclusivi – ma anche improbabili – del pianeta.

Spazio, mare… e una chiave per il futuro (che si prospetta difficile)

Le motivazioni che hanno spinto a condurre questo studio sono diverse: come ha sottolineato lo stesso Jayakody, l'obiettivo è massimizzare le risorse a disposizione degli astronauti, che dovranno intraprendere lunghissimi viaggi nei prossimi anni (per concludere un viaggio su Marte, per esempio, occrrono più di 3 anni). Oltre lo spazio, gli autori della ricerca immaginano anche un utilizzo sulla Terra: questi biscotti possono infatti diventare risorse preziose per gli equipaggi dei sottomarini, oppure per le persone che vivono in luoghi colpiti spesso da calamità naturali, dove l'approvvigionamento alimentare è spesso più complicato.

C'è, infine, una prospettiva ancora più ampia, quella della sicurezza alimentare globale. Le stime indicano che la domanda di cibo nel mondo potrebbe crescere fino al 56% entro il 2050, con quasi un terzo della popolazione mondiale potenzialmente esposto al rischio fame. Di fronte a numeri del genere, l'idea di trasformare un problema, i rifiuti plastici, nella soluzione di un altro, la scarsità di cibo, assume tutt'altro peso. Certo, la La strada che separa un laboratorio dallo scaffale di un supermercato è ancora lunga – specie considerando che il prodotto non ha ancora ottenuto il via libera all'assaggio ufficiale – ma se il principio dovesse dimostrarsi solido, potremmo trovarci di fronte a una delle intuizioni più originali della lotta contro l'inquinamento.

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