
Negli ultimi anni il tofu è passato dall'essere un alimento di nicchia, associato quasi esclusivamente alle diete vegetariane e vegane, a uno dei simboli più riconoscibili della transizione verso un'alimentazione a minore impatto ambientale. Lo si trova ormai nei supermercati, nei menu delle catene internazionali e nelle ricette proposte da chef e influencer: la sua diffusione è stata trainata da una combinazione di fattori, come la ricerca di alternative alla carne, una maggiore attenzione alla salute e la crescente consapevolezza del peso ambientale degli allevamenti intensivi.
Eppure, proprio mentre la domanda continua a crescere, emergono segnali di fragilità lungo la filiera che rende possibile la produzione di questo alimento. Il tofu dipende quasi interamente dalla disponibilità di soia di grado alimentare (food-grade), e soprattutto non OGM. Anche se la produzione mondiale di soia generica è dominata da colossi transgenici come Brasile e Stati Uniti, il mercato della soia alimentare segue canali specifici, regionali e molto più rigidi. L'instabilità dei raccolti dovuta al clima, le barriere commerciali e l'aumento dei costi agricoli stanno mettendo sotto pressione un settore che fino a pochi anni fa appariva destinato a una crescita esponenziale.
Questo scenario non indica un calo di popolarità nel senso tradizionale del termine: i consumatori non stanno abbandonando il prodotto e il mercato continua a espandersi. La questione riguarda piuttosto la capacità della filiera di sostenere questa crescita in un contesto caratterizzato da maggiore incertezza. In altre parole, il tofu sta diventando un caso di studio interessante per comprendere le sfide che attendono l'intero comparto delle proteine vegetali.
Capire cosa sta accadendo significa guardare oltre lo scaffale del supermercato e seguire il percorso della soia alimentare dai campi ai processi industriali. È lì che si concentrano le tensioni che potrebbero influenzare prezzi, disponibilità e sostenibilità di uno degli alimenti più rappresentativi della dieta plant-based contemporanea.
Una questione di approvvigionamento
La prima cosa da chiarire è che il tofu non sta attraversando una crisi di consumi: al contrario, le analisi di mercato mostrano una crescita costante della domanda a livello globale. L'aumento del numero di consumatori interessati a ridurre il consumo di carne, insieme alla diffusione di prodotti vegetali sempre più accessibili, continua a sostenere il settore. Per questo parlare di "crisi" può sembrare un controsenso: se le vendite aumentano, dove sarebbe il problema?
La risposta è che le difficoltà non riguardano il prodotto finale ma la sua complessa catena di approvvigionamento. Dietro un panetto di tofu si nasconde una filiera specializzata che, a differenza della soia industriale usata negli allevamenti, richiede standard di purezza, tracciabilità e certificazioni d'origine estremamente elevati. Quando uno di questi anelli si indebolisce, gli effetti si fanno sentire sul prezzo finale del prodotto che troviamo nel banco frigo.

Il peso della soia alimentare
Il tofu è uno degli alimenti più semplici che esistano: acqua, soia e un agente coagulante sono sufficienti per produrlo. Questa semplicità, però, nasconde una totale dipendenza da un'unica materia prima che non può essere facilmente sostituita o miscelata.
A differenza della soia destinata alla mangimistica, quella destinata prevalentemente alla produzione di mangimi e oli vegetali, la soia per il tofu deve possedere caratteristiche precise: un alto contenuto proteico, un colore chiaro del seme e la quasi totale assenza di modificazioni genetiche (NO-OGM). In Europa, questo ha portato alla nascita di filiere corte e regionali (concentrate in Italia, Francia, Austria e Germania) per garantire la sicurezza del raccolto. Tuttavia, la scala ridotta di queste coltivazioni specializzate le rende incredibilmente vulnerabili alle anomalie locali.
Negli ultimi anni il settore agricolo ha dovuto confrontarsi con fenomeni meteorologici sempre più frequenti: siccità prolungate nel bacino del Mediterraneo, ondate di calore estive e precipitazioni irregolari. Per una coltura esigente come la soia alimentare, anche variazioni climatiche contenute si traducono in bruschi cali di resa per ettaro. La conseguenza diretta è una forte volatilità dei prezzi: quando il costo del seme certificato aumenta, i produttori di tofu vedono erodersi i propri margini, con il rischio di dover scaricare i rincari sul consumatore.
Il caso della Corea del Sud
Accanto alle variabili climatiche esistono fattori economici e politici che possono rendere particolarmente fragile la filiera della soia alimentare. Un esempio significativo è arrivato nel 2025 dalla Corea del Sud, uno dei Paesi in cui il tofu rappresenta un alimento quotidiano. In quell'anno il governo ha ridotto le quantità di soia importata ammesse nel sistema delle quote tariffarie agevolate (Tariff Rate Quotas, TRQ), uno strumento che consente ai produttori alimentari di acquistare materia prima estera a prezzi più bassi rispetto a quelli di mercato. La decisione aveva l'obiettivo di sostenere i coltivatori nazionali di soia, incentivando l'industria ad acquistare prodotto locale.
La misura ha però suscitato forti proteste tra i produttori di tofu: secondo le associazioni di settore, la soia coreana è significativamente più costosa di quella importata e non può sostituirla rapidamente su larga scala. Poiché circa l'80% del tofu consumato nel Paese viene realizzato con soia d'importazione, la riduzione delle quote agevolate ha alimentato il timore di aumenti dei costi, rincari al consumo e possibili difficoltà di approvvigionamento, soprattutto per le piccole aziende.
Il caso sudcoreano mostra come le vulnerabilità della filiera non derivino necessariamente da cattivi raccolti o eventi climatici estremi. Talvolta possono nascere da scelte regolatorie che, pur perseguendo obiettivi agricoli legittimi, modificano improvvisamente l'equilibrio tra produzione nazionale, importazioni e prezzi della materia prima.

Una sfida che va oltre il tofu
Le tensioni che colpiscono questo settore raccontano qualcosa di più ampio. Negli ultimi anni le proteine vegetali sono state presentate come la risposta definitiva alle sfide ambientali del futuro: tuttavia, la loro crescita dipende dall'esistenza di filiere robuste, diversificate e resilienti. Se l'intera transizione alimentare si poggia su un numero troppo limitato di colture specifiche, qualsiasi shock locale rischia di produrre effetti a catena.
Per questo motivo molte aziende e centri di ricerca stanno investendo in fonti proteiche alternative, ampliando l'uso di legumi tradizionali nostrani come ceci, fave e piselli proteici, fino allo sviluppo di nuove tecnologie basate sulla fermentazione di precisione. L'obiettivo non è sostituire il tofu, ma ridurre la dipendenza da una sola pianta e costruire sistemi alimentari più flessibili.