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22 Febbraio 2024 15:37

Il 90% dei polli Lidl presenta il white striping, ma il problema è l’intero sistema

Un'inchiesta di Essere Animali ha portato alla luce un dato che ha lasciato di stucco i consumatori: il 90% dei polli venduti da Lidl presenta il fenomeno del white striping. Il problema non sta nella vendita di una singola catena, ma coinvolge un intero sistema che sarà difficile scardinare: oggi, infatti, il 98% dei polli che compriamo sono polli broiler.

A cura di Francesca Fiore
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Un'inchiesta di Essere Animali riporta all'attenzione il problema del white striping: le strisce bianche sui polli che, nella gran parte dei casi, sono sintomo di una crescita ultra rapida e quindi di un sistema di allevamento intensivo, in questo specifico caso quello dei polli broiler. Fra dicembre 2023 e gennaio 2024, infatti, l'associazione ha analizzato molte confezioni di petti di pollo in 38 punti vendita Lidl: il 90% dei pacchetti mostrava la presenza di white striping (o strisce bianche). Il problema, però, non sta nella singola catena di supermercati, ma è dell'intero sistema di allevamento.

Perché i dati sui polli Lidl non devono sorprenderci

L'analisi di Essere Animali ha considerato 603 confezioni di petto di pollo a marchio Lidl fotografando i prodotti in 38 negozi del circuito sparsi fra 11 città italiane. Raccolto il materiale, a ogni immagine è stato assegnato un punteggio da 0, dove lo 0 indica nessun segno di white striping, a 3, dove invece si rileva una presenza evidente del fenomeno delle strisce bianche. I risultati hanno scioccato un po' tutti: il 90% dei petti di pollo presi in considerazione presentano in maniera evidente il white striping. "Alcuni studi hanno mostrato un aumento del contenuto di grassi del 224%, una diminuzione delle proteine del 9% e un aumento del collagene del 10% rispetto alla carne di pollo non affetta dalla malattia – si legge nello studio – Anche le calorie derivate dai grassi subiscono un cambiamento, passando dal 7% al 21%, e l’aumento in proporzione di tessuto connettivo peggiora la digeribilità e provoca una carenza di alcuni aminoacidi essenziali".

Ma perché tutto ciò non deve sorprenderci? In Italia, secondo i dati dell’Anagrafe Nazionale Zootecnica, i polli macellati sono più di 550 milioni ogni anno e, fra questi, il 98% sono polli a rapido accrescimento, ovvero polli broiler. In sostanza, quando ci rechiamo in un supermercato per acquistare del pollo, se non scegliamo polli ruspanti o biologici possiamo essere praticamente sicuri di aver acquistato un pollo broiler. Polli che sono statti cresciuti in maniera forzata, causando così problemi agli arti (tanto che spesso hanno pochi mesi di vita, vissuti in grande sofferenza) deformazioni e malattie di vario tipo, da curare con i farmaci, un limitato spazio di movimento e accesso alla luce naturale quasi inesistente.

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È evidente, dunque, che il problema non è legato al singolo marchio o catena, come Lidl in questo caso. Si tratta di un sistema intero che garantisce tanta carne a prezzi molto bassi: questa tipologia di carne, fra le altre cose, ha un sapore più neutro di quella dei polli cresciuti all'aperto, tanto da indurre a pensare che sia quello il "vero" sapore di pollo e a diffidare da sapori più intensi. Oltre alla grande sofferenza a cui sottoponiamo i polli, consumare prodotti da allevamenti intensivi come quelli dei polli broiler può creare problemi alla salute umana.

  • Il cibo prodotto con l'allevamento intensivo, infatti, possiede scarse capacità nutritive: la crescita accelerata e i metodi usati per produrre carne da allevamento intensivo fanno sì che sugli scaffali dei nostri negozi arrivino prodotti che hanno perso le loro proprietà originarie e che risultano scarsamente nutritivi.
  • Può provocare resistenza agli antibiotici, ovvero quel fenomeno per cui i farmaci sono poco efficaci o non lo sono per niente. La maggior parte degli antibiotici ingeriti però proviene proprio dagli allevamenti intensivi: l'Italia è il terzo Paese europeo a farne il maggior uso, secondo i più recenti dati dell'Agenzia europea per i medicinali (EMA).

Cosa facciamo in Italia per migliorare il sistema

In tutto ciò, la prima domanda che ci si pone è: cosa facciamo a livello di normative per contrastare questo sistema? L'allevamento di polli broiler in Italia è sottoposto a diverse normative che regolano le condizioni di allevamento per tutelare il benessere animale.

  • La Direttiva Europea 98/58/CE, che stabilisce i requisiti minimi per la protezione dei polli in allevamento, come lo spazio di movimento, l'accesso alla luce naturale e la densità di popolazione.
  • Il Decreto Legislativo 146/2001, che attua la Direttiva Europea 98/58/CE in Italia e specifica le norme per l'allevamento dei polli broiler, includendo requisiti per l'alimentazione, l'abbeveraggio, la lettiera e la gestione sanitaria.
  • Il Piano Nazionale per il Benessere Animale: Contiene ulteriori misure per migliorare il benessere dei polli broiler in allevamento, come l'obbligo di arricchimento ambientale e la formazione degli operatori.

Nonostante le normative esistenti, però, diverse organizzazioni animaliste e ambientaliste hanno sottolineato come l'allevamento intensivo dei polli broiler non rispettino i requisiti relativi al benessere animale e al loro impatto ambientale. L'Italia ha già ricevuto diverse procedure di infrazione da parte dell'Unione Europea per il mancato rispetto della Direttiva 98/58/CE relativa alla protezione dei polli in allevamento. I motivi sono essenzialmente tre: la densità eccessiva di popolazione, la mancanza di arricchimento ambientale (l'Europa ha chiesto all'Italia di rendere obbligatorio l'uso di materiale di arricchimento ambientale negli allevamenti per stimolare il loro comportamento naturale) e l'inadeguatezza dei controlli.

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A fronte di tutto questo, qualcosa è stata fatta, aumentando ad esempio il limite della densità in alcune zone, rendendo obbligatorio l'uso di materiale di arricchimento ambientale e rafforzando i controlli, ma è evidente che tutto questo non basta a scardinare un sistema che non è solo nazionale ma mondiale. Diventa quindi fondamentale comprendere che le scelte di consumo consapevole possono contribuire a promuovere un sistema di allevamento più sostenibile: solo creando un grande movimento di opinione e di pressione possiamo avere delle chance di trasformare un sistema oggettivamente poco "umano" e avviarci verso una produzione alimentare rispettosa dell'ambiente, degli animali e della nostra salute.

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