
L'estate 2026 passerà alla storia come una delle più difficili per la mitilicoltura italiana. A Taranto, città che con le sue cozze ha costruito una forte identità produttiva, le elevate temperature stanno compromettendo il "seme" – ovvero il novellame – da cui dipenderà la produzione dei prossimi mesi. E non si tratta di un caso isolato: nelle stesse settimane, infatti, l'insolito calore del mare ha colpito anche gli allevamenti dell'Alto Adriatico, tra Veneto ed Emilia Romagna, con danni già stimati in decine di milioni di euro. Il fenomeno è subito spiegato: quando l'acqua di mare resta a lungo sopra una certa soglia di temperatura, i molluschi non riescono più a respirare e nutrirsi a dovere. Il risultato, quindi, è una moria che colpisce sia le cozze già pronte per la vendita sia il novellame, ossia i giovani mitili che dovrebbero garantire i raccolti futuri.
Taranto, allarme nel Mar Piccolo: a rischio la produzione di domani
Nello specifico, a Taranto il problema si concentra soprattutto nel Primo Seno del Mar Piccolo, uno dei bacini interni della città in cui ci si dedica all'allevamento dei mitili. Qui è stata segnalata una consistente mortalità di novellame: il piccolo seme di cozza che i produttori tengono sott'acqua in attesa che cresca e raggiunga la taglia commerciale. Essendo un bacino chiuso e poco profondo, questo mare si scalda molto rapidamente raggiungendo temperature elevatissime; complici anche l'afa e la polvere sahariana, i mitili non riescono a sopravvivere, smettendo di alimentarsi e morendo per asfissia.
A fronte di una situazione così delicata, è stato lanciato un allarme da tutte le principali sigle del settore: Coldiretti Taranto, Unci Agroalimentare, Confcooperative Taranto, Legacoop Agroalimentare, Confesercenti, oltre ai sindacati Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Pesca. Le associazioni chiedono un monitoraggio immediato con il coinvolgimento delle istituzioni, così da decifrare in modo approfondito ogni singolo dato e capire, al di là della gravità della situazione, in che modo intervenire per salvare quantomeno i lotti recuperabili.
Il punto centrale, spiegano i produttori, è che il danno di oggi si trasforma automaticamente in un problema per il futuro: se il seme muore ora, nei prossimi mesi non ci sarà prodotto da far crescere e da immettere sul mercato. Non è la prima volta che Taranto affronta questo scenario: un episodio simile, e altrettanto grave, si era già verificato nell'estate 2024, segno che il caldo estremo è ormai diventato una minaccia strutturale per la mitilicoltura locale, aggravata da criticità ambientali del Mar Piccolo che si trascinano da anni.

Non solo Taranto: l'emergenza si allarga all'Alto Adriatico
La crisi non riguarda soltanto il Sud Italia ma colpisce anche il Nord della nazione. Se a Taranto la situazione del novellame è critica, stando al monitoraggio di Confcooperative Agroalimentare e Pesca la quinta ondata di calore è stata devastante per alcune zone dell'Emilia Romagna, tra cui Goro e Porto Garibaldi, dove si concentra oltre il 60% della produzione regionale. Si parla di 20-25 mila tonnellate di cozze già pronte per la vendita, e destinate anche a fare da seme per le produzioni del prossimo anno, andate in fumo. Il danno diretto stimato supera i 50 milioni di euro, cifra che, tra l'altro, secondo i produttori è destinata a salire se si considerano i pessimi presupposti per il futuro.
Anche il Veneto ha pagato un prezzo alto. Nella Sacca di Scardovari, in provincia di Rovigo, la temperatura dell'acqua ha toccato i 32°C, provocando una moria improvvisa di circa mille quintali di cozze proprio nel momento clou della stagione commerciale. Il Consorzio Cooperative Pescatori del Polesine ha dovuto sospendere la vendita del prodotto Dop allevato in laguna, limitando la produzione ai soli allevamenti in mare aperto. Per la stessa zona, il caldo arriva peraltro dopo un'altra emergenza: quella delle vongole, colpite a fine luglio da una fioritura algale.
Ciò che accomuna Taranto e l'Alto Adriatico è dunque un'unica causa di fondo – il mare che si scalda troppo in fretta – e un'unica conseguenza a lungo termine: la difficoltà di garantire, negli anni a venire, la stessa quantità e qualità di un prodotto che per intere comunità costiere rappresenta una fetta determinante della propria economia.