video suggerito
video suggerito
22 Agosto 2026 11:00

Cazzimperio, la versione romana del pinzimonio: perché si chiama così

La gastronomia italiana è costellata di piatti dal nome irriverenti, ma “cazzimpero” li batte tutti: che cos’è questa specialità tipica delle osterie romane e a cosa deve questo nome del tutto singolare? Ecco la storia e le origini dell’antico pinzimonio di Roma.

A cura di Martina De Angelis
0
Immagine

Brandacujun, pasta alla puttanesca, minne di Sant’Agata: la gastronomia italiana è ricchissima di piatti dai nomi irriverenti, spesso anche volgari o comunque un po’ “spinti”. Non dovrebbe sorprenderti, se pensi che buona parte delle ricette tradizionali della cucina italiana nasce nelle case della gente comune, dove l'allegria e la malizia popolare trasformavano il cibo in occasioni di risate e scherzi. Inoltre molti nomi descrivono in modo buffo o esplicito l'aspetto fisico del piatto, come i cazzilli siciliani o il già citato brandacujun, in altri casi era un modo per sdrammatizzare la fatica della vita di tutti i giorni, in altri ancora erano modi per colpire la fantasia e ricordare qualche storia legata all’origine del piatto.

Rientra in questo filone il cazzimperio: no, non è una parolaccia, anche se a leggerlo per la prima volta è lecito avere dubbi. Chi è di Roma, invece, lo sa bene: il cazzimperio non è altro che la versione romana del pinzimonio, quel mix di verdure crude, fresche e croccanti, da intingere in una ciotolina di olio, sale e pepe. Una preparazione così semplice da sembrare quasi una non-ricetta, eppure presente sulle tavole italiane da secoli. Scopriamo che cos’è precisamente il cazzimperio e, soprattutto, da dove deriva il suo nome goliardico.

Che cos’è il cazzimperio romano

“Cor sale er pepe e quattro gocce d’ojo poderessimo facce er cazzimperio”: sono le rime di un sonetto del 1831 di Giuseppe Gioacchino Belli, una delle molte testimonianze storiche in cui viene citata l’esistenza di una ricetta nota come “cazzimperio”. Ma che cos’è questo piatto dal nome a dir poco singolare? Lo spiegano bene le parole di Belli: è semplicemente il nome tradizionale romano per indicare un intingolo simile al pinzimonio, a base di olio extravergine d'oliva, sale e pepe (con l'aggiunta facoltativa di aceto) in cui si tuffano verdure crude di stagione come sedano e finocchi.

Le prime testimonianze scritte del cazzimperio risalgono all’Ottocento, ma è probabile che il cazzimperio affondi le sue radici già in epoca romana: l’abitudine di mangiare verdure crude intingendole nell'olio risale già ai tempi dell'antica Roma, quando a questi ortaggi venivano attribuite anche proprietà energetiche o afrodisiache. L’usanza si consolida come abitudine della cucina popolare tra il Medioevo e il Rinascimento, fino a diventare un vero must delle osterie e taverne della Roma ottocentesca.

L’intingolo del cazzimpero è identico a quello del pinzimonio che conosciamo ancora oggi – olio, sale, pepe, talvolta aceto – mentre gli alimenti da intingere sono ciò che differenzia le due ricette. Se per il pinzimonio servono finocchi, sedano (anzi, pare siano stati i primi due a essere utilizzati per la preparazione), ravanelli, carote, il cazzimpero usava due ingredienti specifici: l'aglio tritato e il finocchietto selvatico. Il finocchietto selvatico, in particolare, era la vera star di questo piatto popolare. È una pianta spontanea che cresce nell’area del Mediterraneo fin dall’antichità: già i Romani ne conoscevano le virtù e si racconta che i gladiatori se ne cibassero prima dei combattimenti, perché ritenuto un energizzante naturale. Durante il Medioevo era così prezioso che la Scuola Medica Salernitana lo consigliava per un sacco di disturbi, oltre a ritenerlo un alimento dalle proprietà afrodisiache.

Immagine

Al di là dei benefici ad esso attribuiti, il finocchietto selvatico era, soprattutto, un ingrediente facile da procurarsi a costo zero: è una pianta selvatica, che cresce nelle campagne ma che, un tempo, si trovava frequentemente anche in giro tra le strade della città. Per questo era un prodotto che anche i cittadini più umili potevano permettersi facilmente e, di conseguenza, era sempre presente negli ortaggi da consumare nel cazzimperio.

Perché l’intingolo romano si chiama cazzimperio?

Veniamo ora alla questione più interessante, l’origine del termine “cazzimperio” per descrivere il pinzimonio romano. Perché è passato alla storia con questo nome? In realtà il motivo rimane un mistero: non ci sono testimonianze scritte che spieghino l’origine del termine, ma diversi studiosi hanno provato a dare una spiegazione. Una è quella formulata dallo storico Piero Camporesi, in un commento alla ricetta del “cacimperio” dell'Artusi (che in realtà è una fonduta valdostana): lo storico ricorda che in dialetto romagnolo (Artusi era romagnolo) “cazzimpevar” indica proprio “pinzimonio”; da qui potrebbe derivare anche il nome cazzimperio abruzzese, che è una fonduta a base di caciocavallo.

Risulta tuttavia più diffusa la teoria per cui la parola cazzimperio deriverebbe da una fusione del termine “cazza”, che nell'italiano arcaico indicava il mestolo usato per mescolare la salsa, e “piperio”, cioè pepe. Non mancano anche, ovviamente, spiegazioni legate alle credenze popolari. In questo caso, l’origine goliardica del nome cazzimperio viene attribuita proprio alle antiche virtù afrodisiache attribuite al finocchietto selvatico. Plinio il Vecchio, naturalista latino, testimonia nei suoi scritti come questa credenza fosse già ben radicata nell’antica Roma, una convinzione che si è protratta nel tempo e che, nelle osterie, si è tradotta in un accostamento tra la componente scanzonata del nome dialettale romanesco e le virtù rinvigorenti ed eccitanti riconosciute anticamente agli ortaggi da intingere nell’intingolo.

Immagine
Quello che i piatti non dicono
Segui i canali social di Cookist
api url views