10 Febbraio 2023 15:00

Si chiama Doggy Bag, ma i cani non c’entrano nulla. Come è nata la busta anti spreco

Perché e come è nata la Doggy Bag? Chi è stato il primo a renderla socialmente accettata e dove si è diffusa originariamente tale pratica? Alla scoperta della storia di uno dei rimedi anti spreco adottato da clienti e ristoratori.

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A cura di Alessandro Creta
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Perché il sacchetto per gli avanzi del ristorante si chiama doggy (o doggie) bag? Quando e come è nato e c'entrano veramente qualcosa i cani? Alla scoperta delle origini di questa pratica diffusissima all'estero e che da noi si sta lentamente facendo largo tra la clientela.

Oggi è una delle abitudini più consolidate al ristorante. All'estero è pratica affermata, in Italia la stiamo imparando a conoscere ma forse ancor fin troppo lentamente. Nel nostro Paese è abitudine comune per circa 4 italiani su 10: il trend è fortunatamente in crescita, con l'auspicio di arrivare ai livelli soprattutto di tante altre Nazioni (in Francia è legge, in Spagna lo sarà a partire da quest'anno). Stiamo parlando della famosa doggy bag, quella confezione anti spreco che al ristorante viene richiesta dai clienti per portarsi a casa gli avanzi del pranzo o della cena. Avanzi che, altrimenti, finirebbero nella pattumiera del ristorante. Tanti di noi hanno conosciuto le doggy bag grazie a film o serie tv, incuriositi da questa pratica e con la speranza, chissà, di poterla vedere prima o poi anche in Italia. Da qualche anno a questa parte pure i ristoratori dello Stivale hanno aperto alla doggy bag, contribuendo a una pratica etica, sostenibile e con radici a tinte fortemente solidali. Non tutti i clienti, però, sembrano essere consapevoli di questa possibilità.

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Stiamo parlando di una consuetudine sempre più condivisa nata negli anni Quaranta del secolo scorso negli Stati Uniti. Siamo a New York, dove un ristoratore ebbe un'intuizione capace nel corso dei decenni di affermarsi, consolidarsi, sino a travalicare l'Oceano arrivando pure nel Vecchio Continente. E no, nonostante il nome sia un evidente richiamo ai cani i nostri amici a quattro zampe (almeno secondo questa storia) poco c'entrano con la doggy bag.

Così è nata la doggy bag

Siamo nella New York degli anni quaranta. La Grande Mela, così come gran parte del resto del mondo, sta cercando di risollevarsi dalla devastazione causata dalla Seconda guerra mondiale, con povertà, penuria e fame alle quali il conflitto bellico stava sottoponendo i cittadini. Secondo la tesi più accreditata, o comunque la più diffusa, il proprietario di una bisteccheria (tale Dan Stampler) cercando di venire in soccorso dei suoi clienti ideò la pratica della doggy bag. Gli avventori più bisognosi potevano ora chiedere un sacchetto per gli avanzi da portarsi a casa, con la scusa che sarebbero stati destinati al proprio cane. Una giustificazione quella dell'amico a quattro zampe per poter richiedere il cibo rimasto senza vergognarsi della propria situazione di necessità e indigenza. Con il pretesto del cane, insomma, nessun imbarazzo nel domandare gli avanzi del pasto. E andarsene da un ristorante avendo con sé un sacchetto contenente cibo rimasto iniziò a essere socialmente accettato.

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Accanto a questa tesi, sicuramente romantica, c'è però anche un'altra storia legata alla nascita della doggy bag, localizzata stavolta nella West Coast degli Stati Uniti. Da New York infatti si vola a San Francisco, correva l'anno 1943 e una serie di bar abbracciarono un'iniziativa di sensibilizzazione contro il maltrattamento degli animali. Nei locali infatti vennero consegnati ai clienti dei sacchetti contenenti cibo, destinati agli amici a quattro zampe che attendevano trepidanti a casa. Nel giro di pochi anni divenne un'abitudine adottata da un numero crescente di ristoranti e nel giro di pochi decenni l'usanza attecchì in gran parte degli Stati Uniti. Il termine doggy bag comparve non prima degli anni 70, utilizzato dalla stampa per indicare una pratica sempre più consolidata e ben accettata. In Europa il primo Paese ad adottare tale usanza fu la Gran Bretagna già una cinquantina di anni fa, prima che la doggy bag sbarcasse anche nel Continente. Volando in Asia troviamo un'abitudine analoga, chiamata però dabao (letteralmente “mi faccia un pacchetto”) ed entrata anche nel galateo comune nazionale.

La doggy bag in Italia

È noto come in Italia fin troppa gente sia particolarmente restia ad adottare e fare proprie abitudini che arrivano dall'estero. La doggy bag nel nostro Paese non ha attecchito come in tanti altri, ma lentamente qualcosa sta cambiando. Secondo un recente sondaggio condotto da Coldiretti in collaborazione con Ixé, infatti, oggi si tratta di una pratica adottata da quasi il 40% degli italiani, un dato cresciuto di circa 6% rispetto a quanto rilevato 3 anni fa, quando la percentuale si fermava poco al di sotto del 34%.

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