Non farti trarre in inganno dal nome: il riso Thaibonnet non proviene da un paese asiatico, ma dagli Stati Uniti. Si tratta, infatti, di una varietà che vede le sue origini in California, arrivata in Italia alla fine degli anni ‘80, per poi essere ufficializzata nel 1992. Qualcosa che ricorda l’Asia, però, c’è: il chicco è lungo, affusolato e cristallino e, oltre alla forma, ha destinazioni d’uso molto simili alle tipologie che giungono dall’Oriente per il suo alto contenuto di amilosio che lo fa reggere in cottura, ma allo stesso tempo rilascia poco amido, così da ottenere sempre granelli ben separati tra loro: niente cremosità tipica del risotto, quindi, ma spazio a insalate, contorni, antipasti e cotture tradizionali etniche come quella del riso pilaf mediorientale e centroasiatico. Facciamo la sua conoscenza.
Thaibonnet: la differenza con Jasmine o Basmati
Se dovessimo descrivere il Thaibonnet compilando la sua carta di identità, la provenienza è senza dubbio una delle maggiori differenze se paragoniamo questo riso a quelli asiatici più famosi come Jasmine e Basmati, perché, in realtà, qualcosa di fondamentale ad accomunarli c’è, ed è l’origine non geografica, ma botanica. Il Thaibonnet, infatti, appartiene alla grande famiglia delle Graminacee, è un cereale senza glutine delle specie Oryza Sativa, ovvero la pianta comunemente nota come “riso”, che genera due sottospecie: la Japonica, di cui fanno parte la maggioranza dei risi italiani dal chicco tondeggiante, come il Carnaroli, l’Arborio, il Vialone Nano, e la Indica, che presenta invece granelli sottili e allungati – dall’aspetto a volte aghiforme – proprio come il Thaibonnet, il Basmati e il Jasmine, classificati a livello europeo con la denominazione di Lunghi B. Cosa li rende, invece, diversi tra loro? Il Basmati e il Jasmine vengono importati dall’Asia, il primo tipico dell’India e del Pakistan, mentre il secondo è tra le coltivazioni principali della Thailandia, diffuso anche in Vietnam, Laos e Cambogia: si tratta di risi naturalmente aromatici, che danno un profumo caratteristico ai piatti. Il Thaibonnet è un riso californiano di cui la coltura è stata introdotta anche in Italia (soprattutto in Piemonte, Lombardia e Maremma) e non ha nessun aroma.
Come si comporta il Thaibonnet in cottura
Rispetto al Jasmine e al Basmati, però, c’è qualcos’altro da sottolineare e riguarda il comportamento durante la cottura: i chicchi dei risi Lunghi B, in genere, dopo essere stati cotti restano separati tra loro. Qualità che nel Thaibonnet è particolarmente accentuata in quanto nella sua composizione amidacea spicca un’elevata quantità di amilosio (che conferisce una consistenza asciutta al granello senza sfaldarsi) in combinazione con una bassa dose di amilopectina che, al contrario, è responsabile di texture più collose o cremose. Questo vuol dire che il Thaibonnet ha chicchi che rilasciano in cottura pochissimo amido, non diventano appiccicosi, restando facili da sgranare. Motivo per il quale provare a cucinare un risotto è altamente sconsigliato: il Carnaroli, per esempio, è sia ricco di amilosio, sia di amilopectina, condizione che gli permette di non scuocere e al tempo stesso di assorbire i liquidi e rilasciare lentamente l’amido, dando come risultato un piatto corposo, avvolgente e ben mantecato.

Thaibonnet: come si usa in cucina
A questo punto si può intuire quali siano gli impieghi per valorizzare il Thaibonnet nelle ricette: è perfetto per preparare un semplice riso bollito (bastano 12 minuti, ma fai affidamento alle tempistiche indicate sulla confezione) o al vapore, pronto per essere condito in un secondo momento con verdure, legumi, pesce (tipo tonno, salmone, gamberetti) o carne (come pollo e tacchino) per portare in tavola piatti nutrienti da servire tiepidi o freddi in stile insalata. Il Thaibonnet si rivela ideale per gustare del riso pilaf, una tecnica di cottura per assorbimento che consiste nel coprire il riso con acqua, brodo, latte, latte di cocco, in una casseruola e attendere che il liquido venga completamente assimilato dai chicchi: ottimo come contorno, in accompagnamento a carne e pesce cotti in modo leggero, oppure nelle pietanze speziate di ispirazione etnica, come pollo o gamberi al curry, dahl di lenticchie, o il pollo alle mandorle cinese. In commercio si trova anche la versione parboiled che, subendo una gelatinizzazione dell’amido con una pre-cottura al vapore diventa ancora più resistente, con il risultato di non scuocere praticamente mai se si rispettano i tempi suggeriti dal produttore.