“Pizzaiuolo”, “espresso” e “moka” sono le parole italiane più usate all’estero

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Che l’Italia sia conosciuta nel mondo per la sua tradizione enogastronomica non sorprende, ma oltre a moka, espresso e pizzaiuolo la lingua italiana ha esportato parole inaspettate, come “carpaccio”.

Secoli di filosofia, poesia e romanzi, ma alla fine ciò che l'italiano esporta davvero all'estero è sana cultura gastronomica. Onde – Parole italiane in viaggio, progetto della fondazione Treccani Cultura, ha riportato la classifica delle parole nostrane più diffuse negli altri paesi, e il risultato non lascia spazio all'interpretazione: "pizzaiuolo", "espresso" e "moka" si prendono il podio dei vocaboli più utilizzati. Continuando a guardare l'elenco, la musica non cambia: tanta cucina, ma anche spazio per moda e arte. Non ci resta che vederle una per una.

Il trionfo del pizzaiuolo

Scontato? In realtà non troppo. In ogni città del mondo c’è una pizzeria, è vero, ma chi avrebbe scommesso sul fatto che la parola italiana più conosciuta all’estero fosse proprio “pizzaiuolo”? Dietro questo termine c’è l’artigiano della pizza napoletana, un mestiere fatto di gesti precisi, appresi guardando i maestri e passati di mano in mano, di generazione in generazione. Dall’impasto lasciato lievitare alla stesura con le dita, fino all’infornata, ogni movimento ha una sua ragione, e il pizzaiuolo lo ripete con una naturalezza quasi teatrale.

Non stupisce, quindi, se oggi il suo nome è noto in ogni angolo del pianeta. La parola, d’altronde, ha ricevuto una spinta notevole nel 2017, quando l’Unesco ha inserito l’”Art of Neapolitan Pizzaiuolo” nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Il riconoscimento premia il lavoro, il modo in cui viene svolto e l’intera narrazione costruita attorno al piatto. Chi impasta, dunque, può sentirsi un po’ depositario di un grande tesoro.

Dal caffè al carpaccio: la tavola all’assalto del vocabolario

Il "menu" è ricchissimo. La medaglia d'argento va a "espresso", per indicare il caffè preparato al momento, con acqua calda fatta passare sotto pressione attraverso la polvere macinata. Il podio lo completa un'altra grande firma del mondo gastronomico, "moka", la caffettiera dalla caratteristica forma ottagonale, messa a punto intorno agli anni '30. Il nome ha un’origine esotica: arriva da Mokha, il porto dello Yemen da cui partivano i carichi di caffè. Ogni mattina, dunque, mezza Italia si sveglia grazie a un utensile battezzato in omaggio a una città yemenita.

Non può mancare il tramezzino, il panino triangolare di pane morbido senza crosta e con ripieno, nato a Torino. Questo termine, però, non sempre è utilizzato con precisione, dato che viene confusa spesso con sandwich. Di differenze, però, ce ne sono eccome: il tramezzino si distingue per l'uso di pane in cassetta soffice e mai tostato, sempre privo di crosta e generosamente farcito. L'origine della parola "tramezzino", tra l'altro, si deve a Gabriele D'Annunzio, ispiratosi secondo la tradizione alle tramezze di casa o all'idea di uno spuntino consumato "in mezzo" ai pasti principali. Col passare dei decenni la prelibatezza torinese ha viaggiato verso Venezia, trovando lì una seconda patria e cambiando pelle diventando "el tramesin".

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Infine, l’ultimo termine gastronomico presente in classifica è “carpaccio”, un’invenzione attribuita a Giuseppe Cipriani, fondatore dell’Harry’s Bar di Venezia. Secondo il racconto riportato da Treccani, il piatto risale ai primi anni ‘60 e nacque per la contessa Amalia Nani Mocenigo, cliente affezionata del locale, a cui i medici avevano vietato la carne cotta. Cipriani non si perse d’animo: tagliò il manzo in fettine sottilissime, le dispose sul piatto e le decorò con una salsa a base di maionese, limone e salsa Worcestershire. Il nome è un omaggio al pittore veneziano Vittore Carpaccio, protagonista di una grande mostra in città, per il rosso intenso presente nelle sue tele, simile alla tonalità della carne.

Jeans, italic, stucco, soprano e falsetto: gli ospiti a sorpresa

Fuori dalla cucina, la classifica riserva diversi colpi di scena. Il più clamoroso occupa il quinto posto: i jeans. Pochi li associano all’Italia, eppure la parola deriva da “Gênes”, il nome francese di Genova, porto da cui partiva un robusto tessuto di cotone. Nella top 10 troviamo anche il capoluogo veneto, Venezia, con "italic", il corsivo tipografico. Troviamo poi "stucco", "soprano" e "falsetto". Gli ultimi due termini sono legati indissolubilmente al successo dell'opera italiana nel mondo. In definitiva, chiunque ci conosce – soprattutto – per il cibo, ma forse non ne siamo così tanto sorpresi.

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