
Il pistacchio è ovunque: nei gelati, nelle creme spalmabili, nei dolci artigianali, negli snack confezionati. I consumi crescono e il prodotto è diventato uno degli ingredienti più richiesti dell’industria alimentare. Ma c’è un dato che colpisce: la maggioranza dei pistacchi consumati in Italia non è coltivata nel nostro Paese. Oggi circa l’85-90% del pistacchio consumato in Italia proviene dall’estero. La produzione nazionale copre solo una quota minoritaria della domanda interna, il resto arriva soprattutto da Stati Uniti e Turchia, i due grandi protagonisti del mercato globale.
Un mercato globale in piena espansione
Secondo il report "Pistachio Market – Growth, Trends, Forecasts" di Mordor Intelligence, il mercato mondiale del pistacchio vale circa 5,49 miliardi di dollari nel 2026 ed è previsto in crescita con un tasso medio annuo intorno al 5% nel periodo di previsione. A trainare l’espansione sono due fattori principali: la domanda di snack considerati salutari e l’uso crescente del pistacchio come ingrediente in prodotti trasformati come gelati, creme, prodotti da forno, dolci industriali. Il pistacchio non è più solo frutta secca da aperitivo, ma una materia prima strategica per l’industria alimentare.
Perché l’Italia produce così poco
L’Italia è conosciuta per produzioni di alta qualità, come il Pistacchio verde di Bronte Dop. Tuttavia, i volumi restano limitat: la coltivazione è concentrata soprattutto in Sicilia e in poche altre aree. Le superfici sono ridotte rispetto ai grandi Paesi produttori e le rese non sono paragonabili a quelle delle coltivazioni intensive statunitensi. In altre parole, l’Italia produce un pistacchio di eccellenza, ma in quantità insufficienti per soddisfare la domanda nazionale, soprattutto quella dell’industria.
Il report di Mordor Intelligence evidenzia come la produzione mondiale sia fortemente concentrata. Stati Uniti, Iran e Turchia rappresentano la quota predominante dell’offerta globale, con la California in posizione dominante. Questa concentrazione significa che molti Paesi, Italia compresa, devono rivolgersi ai grandi esportatori per coprire il proprio fabbisogno.
Combinando la limitata produzione interna con la crescita dei consumi, il quadro è chiaro: la produzione italiana copre solo una quota stimata tra il 10% e il 15% del fabbisogno nazionale. Tutto il resto è importato.

La dipendenza riguarda sia il pistacchio destinato al consumo diretto sia quello utilizzato dall’industria dolciaria e alimentare. Questo rende il mercato italiano esposto alle dinamiche internazionali: variazioni climatiche nei Paesi produttori, tensioni commerciali o oscillazioni dei prezzi possono riflettersi rapidamente anche sui consumatori italiani.
Il paradosso è evidente: mentre il mercato globale cresce a ritmi sostenuti, l’Italia resta forte sul piano della qualità ma debole su quello dei volumi. Finché non aumenteranno superfici coltivate e capacità produttiva, la situazione difficilmente cambierà. E il pistacchio che troviamo nei prodotti sugli scaffali continuerà, nella maggior parte dei casi, ad arrivare da fuori confine.