
L’olio extravergine d’oliva è uno dei prodotti simbolo della Dieta mediterranea e uno degli alimenti che più i consumatori associano a qualità e genuinità. Eppure, anche dietro etichette note e prezzi elevati possono nascondersi problemi che riguardano gusto, conservazione e persino contaminazioni indesiderate. A riportare il tema al centro dell’attenzione è una nuova indagine della rivista tedesca Öko-Test, che ha analizzato 30 oli extravergini venduti sul mercato europeo, inclusi diversi marchi presenti anche in Italia.
I risultati non sono stati particolarmente incoraggianti: secondo il test, solo due prodotti hanno ottenuto il giudizio massimo, mentre sette oli sarebbero risultati non conformi alla categoria “extravergine” a causa di difetti sensoriali rilevati dai panel di assaggio. Oltre alla qualità organolettica, i laboratori hanno individuato in diversi campioni tracce di pesticidi, oli minerali e plastificanti.
Quando un olio non può più essere definito “extravergine”
Per essere classificato come extravergine, un olio deve rispettare precisi parametri chimici ma anche superare il cosiddetto panel test sensoriale previsto dalla normativa europea (regolamenti UE 2022/2104 e UE 2022/2105). In pratica, non deve presentare difetti percepibili all’olfatto o al gusto.
Nel test tedesco alcuni oli sono stati giudicati con sentori di rancido, muffa o fermentato: difetti che possono comparire quando le olive vengono lavorate troppo tardi dopo la raccolta oppure quando il prodotto si ossida durante conservazione e trasporto. È proprio questo il motivo per cui sette prodotti analizzati sarebbero stati declassati rispetto alla categoria dichiarata in etichetta.
Il biologico non è stato sinonimo di qualità superiore
Uno degli aspetti più sorprendenti emersi dall’indagine riguarda gli oli biologici: dei 30 campioni esaminati, ben 18 erano certificati bio, ma questo non ha impedito la presenza di problemi sensoriali o contaminazioni. Il test ridimensiona quindi l’idea, molto diffusa tra i consumatori, che il marchio biologico garantisca automaticamente un prodotto migliore sotto tutti gli aspetti. La certificazione riguarda infatti soprattutto il metodo di coltivazione e l’uso limitato di pesticidi, ma non protegge necessariamente da cattiva conservazione, ossidazione o contaminazioni nella filiera produttiva.

Pesticidi, oli minerali e plastificanti: cosa hanno trovato le analisi
Le analisi di laboratorio hanno rilevato residui multipli di pesticidi in quasi tutti gli oli convenzionali esaminati e tracce anche in alcuni prodotti biologici: in un caso sarebbero stati trovati fino a sei pesticidi diversi nello stesso campione.
Tra le sostanze individuate figurano fungicidi già da tempo osservati dalle autorità europee per possibili effetti tossicologici: le quantità rilevate rientrerebbero nei limiti di legge, ma gli esperti continuano a interrogarsi sui possibili effetti combinati delle diverse sostanze presenti contemporaneamente negli alimenti.
Il test ha inoltre evidenziato la presenza diffusa di MOSH e MOAH, idrocarburi derivati da oli minerali che possono arrivare negli alimenti attraverso macchinari industriali, lubrificanti o materiali di confezionamento. In alcuni prodotti sono state rilevate anche tracce di dibutilftalato (DBP), un plastificante appartenente alla famiglia degli ftalati.
Come sono andati i marchi italiani
Nel test sono finiti sotto esame anche diversi oli venduti in Italia o appartenenti a marchi italiani noti. I risultati, però, non sono stati particolarmente incoraggianti.
L’olio bio De Cecco è stato bocciato dal panel sensoriale perché giudicato con note rancide incompatibili con la categoria “extravergine”. Secondo il test, nel prodotto sarebbero state rilevate anche tracce di dibutilftalato (DBP) e di MOAH e MOSH. Diverso invece il risultato ottenuto dall’olio “Extra Classico” convenzionale dello stesso marchio, che si è fermato a una valutazione considerata complessivamente soddisfacente.
Fra i prodotti esaminati anche l’olio Filippo Berio, che non è stato bocciato come extravergine ma ha ottenuto soltanto una valutazione sufficiente. Le analisi avrebbero rilevato la presenza di due pesticidi. Già nel test del 2022 lo stesso marchio era stato indicato tra i prodotti peggiori per residui di MOSH e MOAH, oltre che per la presenza di plastificanti e pesticidi: all’epoca l’azienda aveva contestato i risultati sostenendo che le sostanze rilevate fossero entro i limiti di legge e che le metodologie utilizzate per misurare gli oli minerali non fossero ancora ufficialmente standardizzate.
Anche l’olio La Selva è finito tra i prodotti giudicati non conformi agli standard dell’extravergine: nel suo caso, oltre ai difetti sensoriali rilevati dagli assaggiatori, sarebbe stata segnalata anche la presenza di una traccia di pesticida.
Tra i marchi italiani analizzati, il “Fiore” dell’Oleificio Salvadori è stato uno di quelli usciti meglio dal test: pur senza raggiungere le valutazioni massime, ha ottenuto un giudizio più positivo rispetto a molti concorrenti italiani presenti nell’indagine.
Anche il Primadonna Bio di Lidl ha ricevuto una valutazione complessiva “sufficiente”, con tracce di oli minerali (MOSH) e DBP, nessuna traccia di pesticidi e un profilo sensoriale giudicato mediamente armonico, senza particolari eccellenze.

I prodotti analizzati si trovano anche in Italia?
Sebbene il test sia stato condotto sul mercato tedesco, molti degli oli analizzati appartengono a marchi distribuiti anche in Italia o presenti nella grande distribuzione europea. È però importante precisare che i campioni esaminati da Öko-Test potrebbero non corrispondere esattamente ai lotti venduti nei supermercati italiani, dato che alcune aziende utilizzano blend e forniture differenti a seconda del Paese di destinazione. Resta comunque un’indagine significativa perché fotografa criticità che riguardano l’intera filiera europea dell’olio extravergine.
Come scegliere un buon olio extravergine al supermercato
Saper leggere l’etichetta può aiutare a distinguere un extravergine di qualità da un prodotto più mediocre. Alcuni dettagli, spesso trascurati, permettono infatti di capire meglio origine, lavorazione e conservazione dell’olio.
- Controlla sempre la denominazione: in etichetta deve comparire chiaramente “olio extravergine di oliva”. È l’unica categoria ottenuta esclusivamente con processi meccanici e con parametri qualitativi più rigorosi rispetto a semplice “olio di oliva” o “olio di sansa”.
- Leggi l’origine delle olive: diciture come “100% italiano” o “olive raccolte e frante in Italia” offrono maggiore tracciabilità. Le formule più generiche, come “miscela di oli UE”, indicano invece blend provenienti da più Paesi.
- Preferisci bottiglie scure: luce e calore accelerano l’ossidazione dell’olio. Per questo gli EVO di qualità vengono spesso venduti in vetro scuro o lattine che proteggono meglio il prodotto.
- Verifica la data di scadenza: più è lontana, più l’olio sarà probabilmente fresco. Un extravergine mantiene al meglio le sue caratteristiche entro circa 18-24 mesi dalla produzione.
- La dicitura “estratto a freddo” può essere un valore aggiunto: indica una lavorazione sotto i 27°C che aiuta a preservare aromi e polifenoli, anche se da sola non basta a garantire un olio eccellente.
- Filtrato o non filtrato dipende dall’uso: il non filtrato ha gusto più intenso ma si conserva meno; il filtrato è più stabile nel tempo e generalmente più versatile in cucina.