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20 Luglio 2026 15:28

Olio d’oliva, stop alle miscele fra vergine ed extravergine: come cambiano le etichette

Con una nuova circolare il governo ha stabilito che l'olio extravergine di oliva, miscelato con olio vergine, non potrà più essere commercializzato come olio extravergine. Dovrà, da ora in poi, essere declassato alla categoria inferiore.

A cura di Lorenzo Napolitano
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Quest'estate ci sarà una vera e propria svolta per l'etichettatura dell'olio d'oliva: con la circolare del 16 luglio, il ministero dell'Agricoltura, della Sovranità Alimentare e delle Foreste (Masaf) ha stabilito nuove regole commerciali per tutto il settore oleicolo. D'ora in poi la denominazione "olio extravergine di oliva" potrà essere utilizzata soltanto per i prodotti di categoria superiore puri, vietandone l'impiego per le miscele con oli vergini. Questa misura, come ha dichiarato anche il ministro Francesco Lollobrigida, si è resa necessaria per chiudere anni di vuoti normativi, garantendo ai consumatori informazioni sempre più precise sulla qualità di ciò che, ogni giorno, portano a tavola, ma anche proteggendo i produttori dalla concorrenza sleale.

Addio alle miscelazioni? Il nuovo scenario

Fino a oggi, in assenza di un divieto esplicito e sfruttando lacune interpretative a livello europeo, si tendeva a miscelare extravergine con quote di olio vergine; anche se il risultato rientrava nei parametri analitici minimi, il blend veniva venduto come extravergine e, trattandosi della qualità più pregiata, anche a un prezzo più alto. Da oggi non sarà più così: qualsiasi combinazione che contenga olio vergine dovrà necessariamente essere declassata alla categoria inferiore. Attenzione, però: il provvedimento non introduce un divieto generale di miscelazione, infatti saranno ancora possibili anche tra oli di diversa origine, purché siano rispettate le regole di categoria e di etichettatura. Il punto nevralgico di tutta la questione, quindi, è che per usare la denominazione "olio extravergine di oliva", l'intero contenuto dovrà essere composto solo da oli così classificati. Non è dunque sufficiente che il prodotto rientri nei parametri chimici e organolettici dell'extravergine: conta, in primis, la natura effettiva della materia prima utilizzata nella composizione.

La decisione mira a rendere l'etichettatura chiara per chi acquista un prodotto, ed è stata così commentata dal ministro Francesco Lollobrigida: "L’olio è alla base della nostra dieta, ed è usato quotidianamente da tutte le famiglie italiane. Per questo c’è bisogno di regole certe per chi produce e imbottiglia e di informazioni chiare per chi acquista e consuma. L’olivicoltura è un patrimonio italiano da proteggere e valorizzare, oltre un milione di ettari del nostro territorio sono dedicati a questa attività millenaria. Dare queste regole stringenti, aumentare i controlli, assicurarsi che ciò che viene chiamato olio extravergine di oliva italiano lo sia davvero è una garanzia per la salute, il benessere dei cittadini e per il lavoro dei nostri agricoltori". Questa circolare è stata accolta favorevolmente dalle organizzazioni della filiera agricola, tra cui Coldiretti e Unaprol, che lo considera uno strumento per rafforzare la trasparenza del mercato e la tutela dell'olivocultura italiana.

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Olio d'oliva, olio vergine e olio extravergine: le differenze

Per comprendere appieno la portata di questa importante novità, è importante tenere a mente le differenze tra i principali oli presenti sul mercato. In cima alla scala della qualità c'è l'olio extravergine d'oliva, il più puro e pregiato in assoluto. Viene ottenuto soltanto da procedimenti meccanici di estrazione a freddo, senza alcun ricorso a solventi o trattamenti chimici. Oltre a conservare tutte le sue proprietà, questa tipologia per essere definita tale deve rispettare rigidi parametri organolettici e mantenere per legge un'acidità massima dello 0,8% per 100 grammi di prodotto, un requisito fondamentale per certificare l'eccellenza.

Scendendo di un solo gradino, troviamo l'olio di oliva vergine, che si estrae con le stesse tecniche meccaniche ma deriva da olive con lievi difetti, presentando imperfezioni al gusto e un'acidità che può spingersi fino al 2%; pur rimanendo un prodotto naturale e, chiaramente, commestibile, è meno ricco sul piano salutistico e risulta più indicato per una cottura quotidiana. Infine, c'è l'olio di oliva semplice, un prodotto industriale completamento diverso dagli altri due, frutto della miscela tra una percentuale di olio vergine o extravergine e un altro prodotto raffinato.

Quest'ultimo deriva dal cosiddetto olio "lampante", un grasso naturalmente non commestibile a causa di gravi difetti o olive deteriorate che viene chimicamente deacidificato e deodorizzato. Il risultato è un olio dall'acidità inferiore all'1%, che non avrà quelle specifiche caratteristiche di un buon extravergine come per esempio la presenza di aromi fruttati, le note amare e piccanti e quel piacevole, lieve,pizzicore in gola. Infatti, al contrario, sarà insapore e quasi incolore, totalmente privo della complessità aromatica che contraddistingue i primi due. Questa tipologia, infatti, viene utilizzata soprattutto per le fritture e le cotture ad alta temperatura.

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