L’emergenza da Coronavirus sta picchiando duro sulla ristorazione italiana. Due mesi di stop si fanno sentire, ciò che non si fa sentire è il governo secondo un folto gruppo di imprenditori.

Sui social è nata una campagna di protesta che, in pochi giorni, ha raggiunto migliaia di adesioni: alle 21 del 28 aprile, per la prima volta dopo la chiusura forzata, i ristoranti italiani rialzeranno le saracinesche, accenderanno le luci e apparecchieranno un tavolo di fronte alle loro insegne.

Una sorta di sit-in al limite della legge (protestare non è una buona ragione da indicare in autocertificazione) prima del gesto forte: consegnare le chiavi dei ristoranti ai rispettivi sindaci per chiedere aiuto, affinché quella del 28 non sia l’ultima accensione delle luci della ristorazione italiana.

Il gruppo di Ho.Re.Ca. con l’hashtag #RisorgiamoItalia

La manifestazione è nata su un gruppo Facebook fondato da Paolo Bianchini, cuoco di successo a Viterbo e già consigliere comunale, oltre che capogruppo di Fratelli d’Italia al comune laziale. Il primo atto del gruppo è stato quello di scrivere una lettera aperta al presidente del Consiglio Giuseppe Conte, firmata proprio da Bianchini, in cui si chiede rispetto per i ristoratori. Lo chef viterbese ha spiegato in questi giorni che il 18 maggio, possibile data di via libera ai ristoratori, molti non apriranno senza certezze. L’obiettivo della protesta è far luce sulla fattibilità della riapertura: "Se il governo mi dice che dovrò aprire col 30% di potenzialità, il 70% me lo dovrà coprire altrimenti non apriamo" ha spiegato Bianchini, "e soprattutto devono slittare tutte le scadenze fiscali dell’anno 2020″.

Il cuoco ha poi aggiunto, sempre rivolgendosi a Conte "sia chiaro un fatto: noi non apriamo alle sue condizioni! Preferiamo stare chiusi piuttosto che elemosinare ai nostri clienti, di venire a mangiare da noi separati da barriere di plastica. Non so se le è chiaro ma questa volta non andrà tutto bene, dovrà fare i conti con una marea di piccoli imprenditori che hanno smesso di farsi prendere per i fondelli dal suo bel faccino telegenico. Ne stia pur certo. Siamo in decine di migliaia a non credere più alle sue belle ma purtroppo vuote parole. Ci vedremo molto presto, molto più presto di quanto lei si immagini". All’iniziativa si sono unite decine di sigle nazionali e locali raggiungendo un numero altissimo di partecipanti attesi alla protesta del 28 aprile.

Lo sciopero fiscale proposto da Pompili

La manifestazione del 28 aprile non è l’unico segno di protesta arrivato dal mondo della ristorazione. Lo chef stellato Lucio Pompili, ha scritto una lettera a nome di #Ristoritalia dichiarando lo sciopero fiscale "perché non possiamo pagare, dato che le nostre attività sono chiuse forzatamente".

Il cuoco marchigiano non ha intenzione di ripartire in fase due perché, se le condizioni rimangono quelle attuali dice che "si tratterà di una libera uscita ad alto contagio.  Non solo, non siamo disposti a considerare i nostri ristoranti come pronto soccorsi con ingressi contingentanti, noi non serviamo solo cibo, vendiamo emozioni ed esperienze gastronomiche. Siamo stanchi di uno Stato che ci spinge ancora ad indebitarci nonostante tutte le tasse pagate ogni anno, stiamo iniziando a non avere più speranza per il futuro e l’ultima spiaggia della nostra protesta sarà lo sciopero della fame: se non potremo fare da mangiare per gli altri, non lo faremo nemmeno per noi".

Le prime bozze della commissione di Vittorio Colao, quella impegnata per disegnare la Fase 2 dovrebbero portare una ventata di fiducia al mondo della ristorazione: pizzerie, bar, ristoranti sarebbero a medio-basso rischio nei documenti del governo. Questo vuol dire che la riapertura delle attività potrebbe essere anticipata rispetto alle catastrofiche previsioni di questi mesi. Resta l'obbligo del distanziamento ed è proprio su questo punto che i ristoratori dibattono, sperando in una soluzione rapida ed efficace del governo Conte.