30 Aprile 2022 11:00

La birra è donna: dalla Mesopotamia a Cerere fino a oggi, l’influenza in rosa sul luppolo

Prodotto legato alla terra e alla fertilità, venne sin da subito consacrato a divinità femminili. La birra in antichità si riteneva potente alleata della lattazione, mentre a Roma era usata come cosmetico: fu una donna a utilizzare per prima il luppolo nella sua realizzazione. Ecco come nasce si sviluppa legame fra la birra e le donne.

A cura di Alessandro Creta
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Se qualcuno ci chiedesse, così su due piedi e senza pensarci nemmeno troppo, come immagineremmo un produttore di birra nella sua "forma classica", forse risponderemmo come un omone, magari danese o irlandese (e relativa chioma bionda o rossastra, benvengano i cliché) e, perché no, con un po' di pancetta enfatizzata da un grembiule, un apron, che in vita forse tira un po' troppo. Qualcun altro probabilmente direbbe invece un frate, di quelli trappisti storicamente legati alla produzione di birra in un monastero belga oppure tedesco, con il cappuccio marrone tirato sulla testa mentre spilla la sua birra per assaporarne aromi, profumi, gusto. Archetipi, figli sia della storia (recente) sia di una cultura popolare che, ormai, ci ha portato a immaginare il classico produttore di birra, o mastro birraio, come un uomo burbero o solitario focalizzato sulla lavorazione dei suoi malti.

Eppure, se almeno ci rifacciamo alla storia, ci accorgiamo non solo come il mondo della birra sia stato strettamente legato a un contesto femminile, ma di come sia (o sarebbe) stata addirittura una donna ad aver creato la birra. Prodotto che poi, nel corso dei secoli, ha sempre avuto punti di contatto con la sfera a tinte rosa. Uno dei motivi? La birra è sempre stata legata ai raccolti, alla fertilità della terra, e da qui la stretta connessione anche alle dee. Scopriremo, infatti, come nel corso della storia questa bevanda sia stata consacrata a divinità femminili, in molti casi simbolo di abbondanza.

Chi ha inventato la birra? Una donna sumera

Il racconto della creazione, e della diffusione, della birra (dal latino bibere) si rimpalla tra storia e leggenda e, come avviene in tanti casi simili, non sempre si riesce a distinguere le due realtà. Dalla nascita della birra sino alla sua diffusione in Occidente, passando per l'antico Egitto, il mondo romano e il Medioevo: in questo viaggio nel mondo del luppolo scopriremo anche come una nota marca odierna tragga il suo nome da un'antica dea romana alla quale la birra venne consacrata. A dimostrazione di come il presente tragga sempre (o quasi) ispirazione dal mondo che fu.

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La storia della birra affonda le sue radici molto indietro nel tempo. Bisogna risalire almeno a 5 millenni fa (anno più, anno meno) per scovare i primi segnali legati alla sua produzione (così come delle ricette più antiche oggi pervenute). E la nascita della birra si fa ricondurre proprio a una donna sumera, un'abitante dell'antica Mesopotamia che, in modo inconsapevole, creò una bevanda straordinaria.

Tra le tante storie sull'origine della birra, fissata ora in Mesopotamia ora in Egitto, quella più attendibile (o, perlomeno, quella più romantica) fissa la nascita di una delle bevande oggi più amate nei campi tra il Tigri e l'Eufrate. E tutto nacque per motivi religiosi: secondo la leggenda infatti una donna riempì una ciotola d'orzo offrendola in dono agli dei. Questa prima si riempì con la pioggia, poi sotto al sole battente il cereale iniziò a fermentare, dando vita a un inedito drink gassato e moderatamente alcolico.

Da lì a "poco" la bevanda venne consacrata alla dea della fertilità Ninkasi, nome che letteralmente significa "signora che prepara la birra". Se ci sia stata effettivamente una casuale combinazione di distrazione umana e fattori naturali alla base della creazione della birra non è dato saperlo, ciò che possiamo affermare con maggiore certezza è come effettivamente i sumeri 6 millenni fa usassero preparare questo drink. E la lavorazione era esclusiva femminile.

Lo deduciamo da una tavoletta ritrovata in Turchia, e di epoca appunto sumera, in cui viene anche descritto il processo di produzione della bevanda attraverso un inno dedicato alla divinità. Probabilmente la più antica ricetta della birra, sicuramente la più vecchia a noi rinvenuta.

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Il codice di Hammurabi

Tracce "scritte" della birra sono state rinvenute poi anche nel celebre codice di Hammurabi (1700 circa a.C.), la grande raccolta di leggi del mondo babilonese in cui si prevedeva la pena di morte per le donne che venivano sorprese, per esempio, ad annacquare la birra oppure a venderla senza specifica autorizzazione.

In tutto ciò dobbiamo tener conto di come il luppolo ancora non compare nella ricetta della birra. Gli ingredienti erano infatti limitati a una serie di cereali (farro e orzo su tutti, alla base dell'alimentazione quotidiana) bolliti in acqua calda dove venivano lasciati fermentare con l'aggiunta di alcune erbe aromatiche, per diversificare gusto e aroma.

Solo attorno nel 1100, quindi in pieno Medioevo, si perfezionarono le tecniche di produzione della bevanda, con l'introduzione del luppolo grazie a una monaca tedesca. Che, in modo più o meno inconsapevole, rinnovò il binomio religione-birra. Ma a questo arriveremo più avanti.

Egitto, tra divinità femminili e l'"Oktoberfest"

Consumata quotidianamente e diffusa anche tra i ceti popolari, la birra nell'antico Egitto fu parte integrante della società. Ritrovamenti archeologici attestano come pure sulle sponde del Nilo si usasse prepararla già almeno 4000 anni fa, con le donne prevalentemente addette alla sua produzione. Alcune tavolette rinvenute, infatti, ritraggono proprio figure femminili lavorare i cereali per la realizzazione della birra, chiamata zithum, triturando chicchi di cereali (nuovamente, orzo e farro per lo più) con una macina prima della fermentazione che avveniva in anfore di argilla.

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La birra, oltre che nella vita di tutti i giorni, veniva largamente consumata in occasioni religiose, specialmente durante le feste in onore della dea Tefnut. Proprio in Egitto pare si usasse aggiungere anche il miele in fase di realizzazione dello zithum. Sembra che questo, aromatizzato con i lupini, fosse decisamente alcolico, almeno per i nostri standard, arrivando a un tasso di circa 10-12 gradi. Per questo capitava che venisse "smorzata" anche con dell'acqua: composto spesso somministrato ai bambini in fase di svezzamento quando le madri non avevano latte, oppure bevuto dalle donne per favorire l'allattamento.

Dedicato alla divinità femminile Hathor era inoltre Il Festival di Tekh, chiamato anche Festival dell'Ubriachezza (2000-1700 a.C), occasione in cui la birra sgorgava a fiumi sia nelle case sia in templi e santuari, dove la bevanda veniva rigorosamente servita da donne vestite a festa. Di fatto, un Oktoberfest ante litteram.

Nella vita terrena o in quella dell'aldilà, comunque la birra non doveva mai mancare. Da alcuni scavi archeologici, infatti, sono state rinvenute tombe con all'interno delle tavolette e manufatti di terracotta in cui erano riprodotte donne intente alla produzione dello zithum. Per un brindisi anche nel regno dei morti, con i propri antenati e in attesa di nuovi compagni di bevute eterne e ultraterrene.

La birra nell'antica Roma

Nonostante a Roma, nelle preferenze della gente, fosse il vino la bevanda alcolica prediletta, la birra a suo modo continua a mantenere un ruolo di rilievo. Non tanto nel consumo prettamente "alimentare" (per quanto anche qui si credesse come, bevendola, si stimolasse la lattazione materna), bensì nel mondo della cosmetica. Pare infatti come questo prodotto (in cui i romani inizialmente non si identificavano di certo) venisse inizialmente usato per la realizzazione di unguenti e creme di bellezza, motivo per cui la birra venne bollata dagli uomini come qualcosa di serie b, esclusivamente a uso delle feminae.

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La dea romana Cerere

Questo lo sappiamo anche grazie a una testimonianza di Plinio il Vecchio (I secolo d.C.), il quale parla della birra come un prodotto particolarmente in voga nelle province romane (penisola iberica, Francia, Germania ed Egitto su tutte), mentre "in patria" fosse qualcosa limitato alla cosmesi, quasi rinnegato dagli uomini. Lo scrittore Tacito, addirittura, in una delle sue opere descrisse il sapore di questa bevanda frizzante come grossolano e sgradevole, definendola un vino d'orzo di pessima qualità.

Questa considerazione si mantenne a lungo, poi però con il passare del tempo anche il mondo romano (cosmopolita per definizione) si aprì al consumo della birra. Ciò anche grazie a Cleopatra la quale dall'Egitto decise di intensificarne le esportazioni all'estero, favorendone la diffusione in molti Paesi del Mediterraneo a partire dal I secolo a.C.

A Roma, nello specifico, la birra in una prima fase fu bevuta nei quartieri più popolari e malfamati (per esempio nella Suburra), poi man mano se ne arricchirono anche i banchetti aristocratici. Il legame con la sfera religiosa si rinnovò pure nell'Urbe: la birra venne consacrata a una divinità femminile, Cerere, in latino Ceres (qualche richiamo all'attualità?), dalla quale assunse poi il nome di cervisia. Fonte della denominazione spagnola cerveza.

Ancora, però, questo prodotto era ben lontano da quello a noi familiare: sia per tecniche produttive sia per l'assenza del luppolo. Introdotto solo poco dopo l'anno mille, grazie all'intuizione di una donna.

Birra e luppolo: l'intuizione di una monaca

A Roma, così come nelle sue province, le tecniche di produzione della birra erano ancora piuttosto arcaiche e ben lontane da quelle che conosciamo oggi. Orzo e farro i cereali più utilizzati, spezie per aromatizzare la bevanda e una capacità di conservazione piuttosto limitata che ne impediva le esportazioni e il commercio in Paesi troppo distanti.

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Attorno al 1100 fu una monaca tedesca, tale Hildegard von Bingen dell'Abbazia di St. Rupert in Germania, grazie a una serie di studi sul luppolo a capire come questa pianta potesse rivoluzionare il mondo brassicolo. La sua educazione da erborista e naturalista le fecero scoprire come il luppolo fosse indicato alla produzione della birra perché: "… grazie alla sua amarezza, blocca la putrefazione di certe bevande alle quali lo si aggiunge, al punto che possano conservarsi molto più a lungo". Oltre alle funzioni da aromatizzante, il luppolo si rivelò insomma un prezioso e potente conservante naturale, il cui utilizzo si diffuse tra Germania e Olanda, Paesi che in "breve" tempo diventarono i quartier generali della produzione ed esportazione di birra.

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Arrivando a tempi, relativamente, più recenti, è curioso constatare come in Inghilterra tra 1700 e 1800 l'80% delle licenze per la produzione di birra fosse in mano alle donne. Le quali, però, per ottenerle necessitavano dell'appoggio di un uomo. È con l'industrializzazione, progressivamente, che il mondo maschile prende il controllo del settore brassicolo, con le donne che man mano si defilano arrivando a ricoprire un ruolo marginale e poco esemplificativo del loro peso nella storia della birra. Oggi circa l'11% dell'impresa brassicola è rappresentata da ditte al femminile, ma negli ultimi anni il trend si sta confermando in crescita.

Se, al termine di questo lungo viaggio, vi è salita un'improvvisa voglia di spumosa e fresca birra, potete fare un brindisi a tutte le figure femminili che hanno contribuito allo sviluppo di questo settore. Ricordatevi, quantomeno, di degustarla seguendo i consigli dell'esperto. Magari leggendo qualche altra curiosità, ben più recente, su una delle bevande più diffuse del mondo.

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A cura di
Alessandro Creta
Giornalista gastronomico per professione, mangiatore seriale per passione. Con un debole per la storia del cibo, parlo di food a tutto tondo e quando non conosco qualcosa, faccio parlare chi ne sa più di me. Mi piace navigare tra le pieghe del cibo, perché il food non è solamente cucina, ristoranti e chef. Appassionato di olio evo, mi fate felice con un Verdicchio.
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