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27 Aprile 2026 16:00

I cibi fermentati possono aiutare a vivere di più e meglio: scoperto come agiscono nel nostro corpo

Uno studio rivela come una molecola prodotta dai batteri, favorita anche dai cibi fermentati, entra nelle cellule e può influenzare salute e invecchiamento.

A cura di Francesca Fiore
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I cibi fermentati potrebbero contribuire alla longevità: uno studio pubblicato nel 2025 su PNAS ha chiarito come una molecola prodotta dai batteri intestinali riesca a entrare nelle cellule umane. Si chiama queuosina ed è rimasta un enigma per oltre cinquant’anni: oggi sappiamo che esiste un “passaggio” preciso che le permette di arrivare dove serve, rafforzando il legame tra ciò che mangiamo, il microbiota e il modo in cui invecchiamo.

La scoperta riguarda un gene, chiamato SLC35F2, che funziona come una sorta di porta d’ingresso per questa molecola. Finora si sapeva che la queuosina fosse importante per il buon funzionamento delle cellule, ma non come riuscisse a entrarci. Capirlo cambia molto: non solo per la nutrizione, ma anche per possibili sviluppi in campo medico.

La particolarità è che non possiamo produrre la queuosina da soli: a farlo sono solo i batteri, compresi quelli che vivono nel nostro intestino. Questo significa che la sua presenza dipende in gran parte dalla salute del microbiota e quindi anche dalla dieta.

È qui che entrano in gioco i cibi fermentati – yogurt, kefir, kimchi, tempeh, miso – ricchi di microrganismi utili: non è ancora dimostrato che aumentino direttamente questa molecola, ma aiutano a mantenere un ecosistema intestinale in grado di produrla. In altre parole, più che “contenere” longevità, potrebbero creare le condizioni perché il nostro organismo funzioni meglio nel tempo.

Un mistero biologico durato cinquant’anni

La queuosina non è una scoperta recente: è stata identificata negli anni ’70 come una molecola presente nell’RNA di trasferimento (tRNA), quindi coinvolta nei meccanismi fondamentali della sintesi proteica. Tuttavia, per decenni è rimasto irrisolto un punto chiave: come questa molecola entra nelle cellule umane.

Lo studio pubblicato nel 2025 su Proceedings of the National Academy of Sciences ha finalmente chiarito questo passaggio. I ricercatori dell’Università della Florida e del Trinity College di Dublino hanno identificato il gene SLC35F2 come trasportatore responsabile dell’ingresso della queuosina nelle cellule.

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A differenza di molte altre molecole essenziali, la queuosina presenta una caratteristica unica: gli esseri umani non sono in grado di sintetizzarla autonomamente. Viene prodotta esclusivamente da batteri, in particolare quelli che compongono il microbiota intestinale. Questo crea una dipendenza diretta tra salute umana e attività microbica, rafforzando un paradigma ormai consolidato: il microbioma non è un semplice “ospite”, ma un vero "organo funzionale".

La queuosina svolge un ruolo nella stabilità e nell’efficienza della traduzione proteica. Studi sperimentali suggeriscono che livelli adeguati siano associati a:

  • miglior funzionamento cellulare;
  • maggiore resistenza allo stress ossidativo;
  • regolazione di funzioni cognitive e dell’umore.

Al contrario, una carenza prolungata potrebbe contribuire a processi legati all’invecchiamento e a disfunzioni neurologiche. Va sottolineato però che gran parte di queste evidenze deriva da modelli preclinici: la traslazione diretta sull’uomo è ancora in fase di studio.

Il ruolo dei cibi fermentati

Qui entra in gioco l’alimentazione: poiché la queuosina è di origine batterica, si è ipotizzato che alimenti ricchi di microrganismi – in particolare quelli fermentati – possano influenzarne indirettamente la disponibilità. Tra i più studiati troviamo:

Anche le verdure fermentate in salamoia, il pane a lievitazione naturale, alcuni formaggi fermentati e aceto non pastorizzato rientrano in questa categoria, sebbene con caratteristiche leggermente diverse. Questi alimenti non sono necessariamente “ricchi” di queuosina in senso diretto, ma favoriscono un ecosistema intestinale capace di produrla o contribuiscono alla sua disponibilità attraverso vie ancora non completamente chiarite.

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Evidenze parallele sui fermentati

L’interesse verso i fermentati non nasce solo da questa scoperta. Negli ultimi anni, diversi studi hanno evidenziato effetti positivi sulla diversità del microbiota intestinale, miglioramento di parametri immunitari, possibile riduzione di composti indesiderati, come alcune microplastiche (nel caso del kimchi, secondo ricerche preliminari). Questi risultati, pur eterogenei, convergono nel suggerire che i fermentati possano avere un impatto sistemico sulla salute.

Nonostante l’entusiasmo mediatico, è importante mantenere rigore scientifico. Al momento non esistono linee guida nutrizionali basate sulla queuosina, non è dimostrato che aumentare i fermentati aumenti direttamente i livelli cellulari della molecola e mancano studi clinici su larga scala nell’uomo. Le prossime fasi della ricerca si concentreranno sulla misurazione dei livelli di queuosina nell’organismo umano, sulle correlazioni con dieta e composizione del microbiota, sui potenziali applicazioni terapeutiche, soprattutto in oncologia e neurologiao termine.

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