Al pensiero di un vulcano vengono in mente immagini di distruzione, di potenza, di forza furiosa della natura, di colori scuri e caldi. Eppure, dal punto di vista vitivinicolo, i terreni vulcanici sono tra quelli capaci di dare maggior eleganza, finezza e vivacità ai vini, quasi come se tutta l'energia incamerata dal sottosuolo riuscisse a rilasciare vitalità ai centinaia, migliaia di ettari di matrice vulcanica sparsi nel mondo. Va chiarito subito che la maggior parte delle realtà vitivinicole interessate dal fenomeno sorgono su vulcani spenti da centinaia di migliaia di anni, ma non sono poche le aziende nel mondo – e molte sono in Italia – che devono fare i conti con il continuo risveglio di queste montagne di fuoco.

Il successo di questi vini è innegabile: da anni si fa un gran parlare di loro e ciò è dovuto in parte alla fascinazione che certe coltivazioni suscitano – lavorare su terra nera e sabbiosa, altimetrie talvolta importanti, sistemi di allevamento della vite anche arcaici – dall'altra c'è un comune denominatore tra queste etichette che propone vini per così dire"minerali", dove la matrice sabbiosa, sassosa, minerale dei terreni pare caratterizzare fortemente il liquido in bottiglia. Sulla questione c'è un lungo e ampio dibattito aperto che non è il caso di argomentare qui, ma che, al momento, non sembra aver dato un responso univoco sulla vera o presunta mineralità nel vino. Nell'attesa di risposte scientifiche potremmo passare un po' di tempo a girovagare per le terre vulcaniche del vino più famose d’Italia, che ne dite?

Vulcani & vini in Italia

Impossibile immaginare la Sicilia senza la sua vetta più alta, l'Etna, il vulcano più grande e attivo d'Europa, da sempre un territorio ampiamente coltivato grazie alla fertilità senza pari dei suoi terreni vulcanici. Con i vigneti si arriva fino a quota mille – ma qualcuno si spinge anche più su – e la varietà delle uve rimane tradizionale perché basata principalmente su Nerello Mascalese, Nerello Cappuccio e Carricante. Ecco da dove nasce la Doc Etna.

Ogni versante del vulcano fa un po' storia a sé – il Nord è terra di rossi, l'Est ha una vocazione per i bianchi, il Sud ovest ha vini più potenti – e anche all'interno di una stessa zona le differenze sono molteplici, a causa delle colate laviche succedutesi nei secoli che hanno modificato e continuano a modificare i suoli, tant'è che da qualche tempo è stata ufficializzata una mappa delle "contrade", zone più ristrette e con peculiarità più uniformi. I vini che nascono qui si caratterizzano per un colore ma troppo carico – parlando di rossi – e per una struttura che gioca più sulla sottigliezza che sulla potenza. I bianchi non hanno nasi carichi di profumi, ma sanno essere molto lunghi e persistenti.

Altro vulcano, altra regione, andiamo in Campania con il Vesuvio, anch'esso attivo come l'Etna ma dormiente. È lui il fautore della cosiddetta Campania Felix, la terra decantata fin dall'antichità. Nel XVIII secolo Napoli era infatti la città europea più popolosa dopo Parigi, grazie alla terra nera del vulcano e alla fertilità dei suoli. Qui cresce di tutto: frutta, ortaggi, uva e la viticoltura è sempre stata centrale nell’economia locale. Le testimonianze più importanti arrivano dall'altro "oro" di queste zone, il patrimonio archeologico: Pompei, Ercolano, Oplonti potrebbero essere raccontate anche attraverso il vino, grazie alla mole infinita di testimonianze legate all'attività viticola.  Solo uve autoctone, Piedirosso, Aglianico, Caprettone e la bianca Catalanesca, "l'uva del re", arrivata dalla Spagna con Alfonso I d'Aragona nel XV secolo. La natura è rigogliosa grazie alla potenza di un suolo ricco di minerali come silice, potassio, ferro, fosforo (se ne contano oltre 250 specie).

Da queste parti il vino più famoso porta un nome impegnativo, Doc Lacryma Christi, sia rosso sia bianco. La Campania in verità di vulcani ne ha tre evidenti: Roccamonfina, vulcano spento al confine con il Lazio nell’Ager Falernum, il Vesuvio-Monte Somma e la caldera dei Campi Flegrei; quest’ultimo è in realtà il vulcano più grande d’Europa per estensione ed è anche il più pericoloso. Sono tutti territori che danno vino: Roccamonfina è ancora nota per il Falerno, il vino più blasonato dell'antichità, decantato da Orazio, i Campi Flegrei producono tra le migliori Falanghina della regione per sapidità, bevibilità e complessità, ma anche l'Irpinia è ricca di tufi e pomici di origine vulcanica, così come la Penisola Sorrentina, le cui falesie sono frutto della potenza eruttiva di antiche esplosioni.

Anche la Basilicata ha il suo vulcano spento, il Vulture, territorio di eccellenza dell'Aglianico, coltivato fino a 800 metri: un vino potente, balsamico, ricco di profumi ma con evidenti note di grafite e di rimandi alla roccia magmatica. È la realtà vulcanica più a est del Paese che esce dal contesto tirrenico per avvicinarsi all'Adriatico. È dalle pendici di questo gigante sopito, ma anche dai suoi massicci fianchi, che nasce l’Aglianico del Vulture, il vino che al vulcano si appella per la Doc del 1971, poi diventata Docg.

Nascono anche nel territorio di Pitigliano   – e di Sovana –  in provincia di Grosseto con il suo borgo simbolo che nasce letteralmente dalla roccia tufacea. La roccia vulcanica infatti è la caratteristica prevalente di Pitigliano – e dell’intera area detta, non a caso, “del tufo” – come lo è stata nel corso della sua storia: nel tufo hanno scavato le loro abitazioni le popolazioni preistoriche, nel tufo hanno voluto far riposare i loro morti, al tufo è legata la presenza del popolo Etrusco. E poi ci son le cantine, ancora tante in paese, profonde, fresche, che consentono al vino di fermentare e di essere conservato al meglio. Il giallo della roccia è un po' la guida lungo queste terre, ricche anche di acque sulfuree e terme, mentre il risultato più evidente e affascinante dell'attività vulcanica di un tempo è il Lago di Bolsena. La Doc più famosa in zona è il Bianco di Pitigliano, nata nel 1966 nello stesso giorno di nascita della denominazione del Brunello di Montalcino. È fatta soprattutto con Trebbiano Toscano, insieme a Greco, Malvasia, Verdello e altre uve anche internazionali. I rossi sono soprattutto a base Sangiovese ma ricadono sotto la voce Igt Toscana o Maremma Toscana Doc.

Un vino dal nome soave che nasce in un territorio, quello della provincia di Verona, dai tratti tutt'altro che morbidi. La denominazione veneta Soave infatti, uno dei bianchi italiani più famosi al mondo, nasce su un territorio che sa essere aspro e scosceso ma che, grazie proprio a un suolo e un microclima particolari, ha saputo distinguersi nel vasto panorama enologico. Merito delle uve (quelle alla base di questo bianco sono la Garganega e il Trebbiano di Soave) ma anche e soprattutto della complessità del terreno vulcanico da cui traggono nutrimento: principalmente di origine lavica ma che può alternare caratteristiche calcaree e basaltiche. Colline che costituiscono un vero e proprio “parco del vino” da vivere appieno, magari in bicicletta, nell’alternanza di vigneti (le cantine non si vedono: sono quasi tutte in pianura), olivi e alberi da frutto. Prima dell'avanzamento della placca africana e della comparsa delle Alpi, queste erano zone totalmente sommerse dalle acque, vulcani compresi e, si sa, che nell’ambiente marino pressione e temperatura riducono la fase esplosiva. Ciò fa sì che il raffreddamento sia brusco e la superficie di contatto del magma con l’acqua diventi vetrosa. Si formano i cosiddetti cuscini di lava, visibili proprio a Soave, insieme alle stratificazioni di suolo dai colori variabili dal grigio, al giallo, al rossastro a causa dei livelli di ossidazione, di cui questa zona è piena I vini sono fragranti, freschi e generalmente hanno una maggiore acidità. Anche loro hanno la caratteristica nota di pietra focaia, così tipica nei vini di vulcano, ma anche una matrice elegante e delicata data dalla presenza importante di calcare, cosa non comune in altri territori di origine vulcanica.