16 Giugno 2022 15:00

“È antivirile!” Altro che piatto nazionale: quando gli italiani volevano abolire la pasta

Nei primi decenni del 1900 il Futurismo fu un movimento che, tra le altre cose, portò avanti un'aspra battaglia contro la pastasciutta, alimento che sarebbe dovuto essere abolito per il bene degli italiani. Le motivazioni? Causa fiacchezza e inattività.

A cura di Alessandro Creta
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Oggi è probabilmente l'alimento più amato dagli italiani, circa un secolo fa però venne messo duramente in discussione. Come e perché il movimento futurista volle completamente abolire la pasta.

Ah, la pasta! L’alimento per eccellenza della nostra dieta, un comfort food al quale si riesce difficilmente a rinunciare e, probabilmente, quello a cui siamo più affezionati. Dalle declinazioni più semplici, come uno spaghetto al pomodoro e basilico, a quelle più lavorate e impegnative: la pasta (secca o fresca che sia) è un alimento che oramai identifica la gastronomia italiana e, con lei, buona parte della nostra alimentazione.

Pasta e pizza: all’estero, sono i due cibi con i quali veniamo universalmente riconosciuti. Un cliché, a dire il vero, fin troppo semplicistico e idealizzato, capace però di ben spiegare il nostro rapporto con questi tipi di alimenti. Nonostante non sia originaria dello Stivale (ma importata dagli Arabi in Sicilia secoli fa) la pastasciutta è un must incondizionato della nostra gastronomia, parlando di cibo è parte integrante del nostro modo di essere e di pensare il cibo stesso. Per l’italiano medio, insomma, la pastasciutta non può mai mancare a tavola come in dispensa. A dimostrazione di ciò uno studio, condotto non molti mesi fa, su come questo sia stato l’alimento del cuore per tanti italiani soprattutto nel corso dei lockdown dovuti alla pandemia. La pasta è qualcosa, insomma, alla quale non si può davvero rinunciare.

Anche per questo sembra strano pur solo pensare come ci fu un tempo, e nemmeno così lontano, in cui gli italiani non avessero un buon rapporto con la pasta. Anzi, avrebbero voluto totalmente eliminarla. Non tutti gli italiani, chiaramente: furono quegli estrosi, rivoluzionari, e controversi dei futuristi circa un secolo fa a schierarsi apertamente contro questo alimento, mettendolo fortemente in discussione. Al punto da volerlo abolire dalla tradizione gastronomica italiana.

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E non fu solamente un pensiero estemporaneo, ma una vera e propria intenzione, una battaglia lungamente combattuta e sottoscritta in un documento stilato e firmato da Marinetti (tra i fondatori del movimento) e soci chiamato Manifesto Futurista della Cucina Italiana, pubblicato in forma più scarna nel 1920 e 10 anni più tardi in maniera più sostanziosa.

Fatto sta, “aboliamo la pastasciutta” divenne un vero e proprio mantra, una missione da perseguire per difendere l’identità nazionale e svegliare gli italiani dal loro tipico e annoso torpore. “Si pensa si sogna e si agisce secondo quel che si beve e si mangia”: questo il pensiero di fondo della filosofia futurista in materia, ricalcando la massima di Feuerbach “siamo quel che mangiamo” già diffusa nel 1800. A sostengo della tesi di come quello che consumiamo influisca sì sulla nostra salute, ma anche sulla nostra persona, personalità e di riflesso su larga scala anche sulla società. E proprio gran parte della società italiana del tempo il futurismo voleva destare dalla sua tipica e fastidiosa indolenza.

Il futurismo, anche nell’arte, fu nei primi decenni anni del 900 un flusso avanguardistico a sostegno del movimento, della meccanica e della velocità. Una lotta alla staticità a favore del dinamismo, una “violenza travolgente e incendiaria”, come viene spiegato nel Manifesto. Il futurismo fu ribellione, strappo alla tradizione, esaltazione della tecnologia e del progresso in un’Italia al tempo fortemente arretrata rispetto al resto d’Europa, e apparentemente nemmeno così desiderosa di colmare il gap con gli altri Paesi. Il futurismo si era prefissato di combattere questa apatia generalizzata, con l’obiettivo di sconfiggerla, evidentemente con ogni mezzo a disposizione.

Perché i futuristi volevano abolire la pasta

Una rottura col passato, e di ogni tipo di suo retaggio, per un deciso tuffo nel futuro in tutti gli aspetti della società. Il futurismo interessò l’arte in ogni sua forma, dalla musica alla scultura, passando per la pittura e, con loro, arrivò a toccare anche dietetica e gastronomia. Proprio in questi due ambiti si posiziona la strenua lotta alla pastasciutta, descritta come "assurda religione gastronomica italiana" e consumata ormai da secoli in Italia. Giunta, secondo i futuristi, al suo necessario capolinea. Necessario, proprio per il bene del popolo.

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Ma, più nello specifico, perché i futuristi ce l’avevano così tanto con la pastasciutta? Come abbiamo detto, questo alimento non è nato in Italia, ma portato nel nostro Paese, partendo dalla Sicilia, dagli Arabi che avevano perfezionato le tecniche di essiccazione della pasta. Il presupposto, quindi, di scarso valore nazionale era probabilmente tra le prime motivazioni per chi puntava molto sul sentimento di appartenenza italiana.

Storia a parte, i futuristi ritenevano la pasta un alimento causa di fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo, caratteristiche ritenute tipiche del popolo italiano. Consumandola si appesantisce lo stomaco tramite una lenta digestione, favorendo una scarsa virilità, mentre abolendola gli italiani sarebbero diventati più agili, scattanti, propositivi e probabilmente vincitori in un’ipotetico conflitto tra nazioni.

Rinunciando alla pasta, inoltre, l’Italia si sarebbe liberata dal giogo della dipendenza dal grano proveniente dall’estero, favorendo la produzione interna sia del cereale ma soprattutto del riso, sul quale i futuristi puntavano gran parte delle loro fiches. Dall’abolizione della pasta, infatti, gli italiani si sarebbero dovuti rivolgere principalmente a questo alimento, prodotto della cultura e coltura nazionale. La lotta alla pasta si fondava anche su motivazioni basate su presupposti prettamente nutritivi, essendo carne, pesce e legumi superiori da questo punto di vista del 40%.

Futuristi: “La pasta causa fiacchezza”

All’interno del Manifesto della Cucina Italiana (pubblicato a Torino su La Gazzetta del Popolo nel 1930) c’è un lungo passaggio dedicato alla pastasciutta, e al processo che avrebbe dovuto portare alla sua abolizione: “Forse gioveranno agli inglesi lo stoccafisso, il roast-beef e il budino, agli olandesi la carne cotta col formaggio, ai tedeschi il sauer-kraut, il lardone affumicato e il cotechino; ma agli italiani la pastasciutta non giova. Per esempio, contrasta collo spirito vivace e coll’anima appassionata generosa intuitiva dei napoletani. Questi sono stati combattenti eroici, artisti ispirati, oratori travolgenti, avvocati arguti, agricoltori tenaci a dispetto della voluminosa pastasciutta quotidiana. Nel mangiarla essi sviluppano il tipico scetticismo ironico e sentimentale che tronca spesso il loro entusiasmo, Un intelligentissimo professore napoletano, il dott. Signorelli, scrive: ‘A differenza del pane e del riso la pastasciutta è un alimento che si ingozza, non si mastica. Questo alimento amidaceo viene in gran parte digerito in bocca dalla saliva e il lavoro di trasformazione è disimpegnato dal pancreas e dal fegato. Ciò porta ad uno squilibrio con disturbi di questi organi. Ne derivano: fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica e neutralismo’ “.

Queste teorie vennero pubblicate nel 1931 anche in Francia e, in poco tempo, conquistarono e incuriosirono anche l’opzione pubblica internazionale. Parte dei transalpini ne fu entusiasta e la pasta venne definita dalla stampa locale una “dittatura dello stomaco”, il Times a Londra si interessò all’argomento dedicandogli vari approfondimenti e perfino il Chicago Tribune titolava un suo articolo “Italy may down spaghetti”, l’Italia può abbattere gli spaghetti.

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Oggi tracce tangibili di questo astio dei futuristi verso la pastasciutta sono presenti all’interno del Museo della Cucina Garum, a Roma, dove è tra l’altro conservato il menu di un pranzo futurista (il primo ufficiale), tenutosi presso la taverna Santopalato della Capitale nel 1931. Le portate? Certamente dai nomi peculiari e non tradizionali, in pieno stile futurista. Come si può vedere nella foto qui sopra, abbiamo un “antipasto intuitivo”, un “brodo solare”, un “paesaggio alimentare” e un “mare d’Italia”. Compare il riso, nessuna traccia della pasta. Anni prima, già nel 1910, a Trieste un altro pranzo venne caratterizzato da portate servite al contrario: si partì dal caffè, sino ad arrivare all’antipasto.

A distanza di oltre un secolo da questa battaglia, possiamo affermare come il tempo abbia riservato alla gastronomia italiana ben altro percorso da quello auspicato dai futuristi. La domanda, a questo punto, rimane una: siamo ancora il popolo ozioso, apatico e sfaticato descritto da Marinetti e soci?

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