L‘aperitivo è soprattutto un momento di socialità, di contatto, di relazione con gli altri. Almeno fino a un anno fa potevo sostenere la semplicità e la veridicità di questa equivalenza. Perché rilassarmi da sola davanti a un bicchiere di vino quando potevo farlo in compagnia? Pensateci: sembrava una delle cose più scontate al mondo, ritrovarsi con amici e conoscenti a bere qualcosa subito dopo il lavoro. Staccare la spina svoltando appena l'angolo, anche per uno spritz veloce, tanto per dire e dirsi "dai anche questa settimana è finita".

I nostri venerdì sono diventati sette a inizio pandemia. Il primo lockdown ha avuto bisogno di un cin cin continuo tutte le sere della settimana: la necessità di dare una connotazione ordinaria a qualcosa di straordinario ci è scappata forse un po' di mano. Prova ne siano i cassonetti del vetro stracolmi di bottiglie ogni mattina del giorno dopo.

Poi – ma la vita è fatta così, è un susseguirsi di adattamenti – c'è venuto il callo da ApeZoom, cioè lo stappa e clicca, con gli appuntamenti segnati su Google Calendar. Confesso di aver desistito quasi subito, almeno per quanto riguarda i momenti extra lavoro. Ero troppo piena di call, di tasting online, di webinar per poter dire "ciao come stai" alla mia amica del cuore attraverso lo schermo del pc. Così ho detto no anche al parentado stretto che non so che aspetto abbia dall'estate scorsa. Al vino no, non ho rinunciato, ho mollato il mouse e sono andata sciolta solo di cavatappi. Ho ribattezzato questi vini "aperitivi diversivi", perché sono calici distraenti, sono quei bicchieri che afferri per la coppa e non per lo stelo, tanto meno per il piede,, e che fai roteare giusto un paio di volte, più per un riflesso incondizionato che per ossigenare il vino. Insomma, non hai tanta voglia di pensare a quello che hai nel bicchiere e neanche tanto a quello che ti frulla in testa. Attivi solo i sensi primari. Senti che questo vino ha un buon profumo e un buon sapore. E magari ha una bella storia da raccontare.

La spuma che mette allegria

Lambrusco mon amour. Amato dal pubblico e dalla critica, ma con approcci completamente diversi: i primi non sanno esattamente ciò che bevono, i secondi sono fin troppo schizzinosi. Eppure pochi vini possono mettere d’accordo tutti come questo vino.

Che poi, a pensarci bene, sarebbe più corretto parlare di lambruschi. Ce n’è uno che un po’ la summa di tanti, si chiama Lambrusco Migliolungo ed è prodotto dalla Cantina Arceto della società cooperativa Emilia Wine. Potremmo definirlo un “Super Lambrusco” perché sono ben dieci le varietà di Lambrusco che contribuiscono a creare questo vino, più altri 11 vitigni che rappresentano il patrimonio ampelografico reggiano. Un caleidoscopio di uve che, incredibilmente, si armonizzano in modo esemplare. La maestria è quella dell’Istituto d’Istruzione Superiore “A. Zanelli” di Reggio Emilia, scuola agraria che da anni porta avanti la sperimentazione su vitigni che rischiavano l’estinzione. Un po’ come dire che sono gli stessi studenti a essere custodi di queste piante. Inoltre la grande esperienza dell’enologo Luca Tognoli aggiunge la competenza di chi il Lambrusco lo conosce come le proprie tasche. Il risultato è una spuma grintosa e fluo, un naso che non si perde dietro le convenzionali note fragolose, ma che colpisce per una complessità più accattivante fatta di spezie, viola, frutti di sottobosco. In bocca è morbido senza essere dolce, leggermente tannico e profumatissimo anche al palato.

Un altro nome? I vini di Crocizia, che sono quasi di “montagna” con i vigneti ad altitudini sopra i 500 metri – cosa non così usuale – dalle parti di Langhirano. Vini e azienda veraci, schietti, con rifermentazioni spontanee in bottiglia. Il Lambrusco Marc’Aurelio va dritto al punto ovvero alla golosità di un vino che si lascia bere senza pensieri.

Il bisogno di una visione in rosa

Non rientra tra i miei colori del cuore e in faccia e indossato lo porto malissimo. Però va riconosciuto che il rosa fa subito primavera, fa nascita – in tal caso una femminuccia – fa cuore. E poi basta col credere che il rosé sia un vino da donne: anche gli uomini lo hanno sdoganato cogliendone la perfetta versatilità con tantissime ricette (ma noi donne lo avevamo capito molto prima). Insomma, a bando il machismo a tavola e avanti alle mille sfumature di rosato (o rosé). Da molti ancora considerato un vino tecnico perché la sua intensità cromatica, come la sua struttura, possono essere modulate in cantina, in verità i rosati parlano la lingua delle uve da cui nascono e di conseguenza anche quella del territorio delle uve stesse.

Trovo divertente come si possa “roseizzare” (chiedo venia per il brutto neologismo) qualsiasi uva rossa: anche se, ovviamente, i risultati non sono tutti uguali. Il Sangiovese ad esempio, ha bisogno di una certa maestria nella gestione dell’acidità e del tannino. Qui lo scelgo in versione bolle rosé. Si chiama Rubedo ed è il Metodo Classico Pas Dosé dell’azienda La Leccia di Montespertoli. Tenue nel colore, ma con una struttura che si fa sentire in bocca: 36 mesi sui lieviti, bollicine finissime, dal naso sobrio e invitante. Anche dal nome enigmatico: infatti il rubedo è il terzo passaggio della trasformazione del piombo in oro, secondo la teoria della pietra filosofale.

Ci sono rosati che piacciono due volte, perché sono buoni e perché sposano progetti belli. È quello che ha fatto il Phasanius, il rosato dell’azienda veronese Monte Zovo, fatto con uva corvina e corvinone. Ha impreziosito la bottiglia con la wine bag firmata dall’impresa sociale Progetto Quid, veronese anch’essa, che offre occasioni di lavoro a donne in situazioni di svantaggio e di pericolo. La sportina per il vino è realizzata con eccedenze di produzione delle grandi aziende tessili italiane. Parte del ricavato delle vendite è poi destinato a P.e.t.r.a, un centro antiviolenza con sede nel capoluogo veneto. Un abbinamento, per una volta tanto non solo a tavola, azzecatissimo.

Il bianco che abbaglia

Evidente nel bicchiere come in bocca: questo vino è bianco, non ci sono viraggi, tendenze al rosa, all’arancione, alla cipolla, è di una schiettezza rassicurante. Fresco, anzi un po’ basso di temperatura, hai proprio voglia che faccia la condensa sul bicchiere. Non lo bevi a piccoli sorsi, ma lo mandi giù con pienezza e gioia, affinché disseti. Poi ci sarà tempo per pensare ai suoi profumi, oppure per questa volta passiamo oltre. De La Pettegola dell’azienda di Montalcino Banfi mi piace soprattutto l’etichetta d’autore. La scelta di quest’anno è caduta sulla designer e artista Elena Salmistraro che ha raffigurato una ragazza giovane e curiosa, ma anche dal piglio riflessivo, che si gode la natura in cui è immersa e “l’amicizia” con la Pettegola, un uccellino che vive lungo la costa della Maremma. Ricorda un po’ le pitture animalier di Henri Rosseau, ma anche lo stile di Frida Kahlo o le figure di Ligabue. 15 mila bottiglie in tutto per un vermentino della costa toscana che sa farsi bere con leggerezza e con spensieratezza. Come un cinguettio di Pettegola o un chiacchiericcio tra amiche.

Dal mare passiamo alla montagna, alle vette, a quella voglia di scalata che ti passa appena realizzi la fatica che c’è da fare per arrivare in cima. Perché non tutti puntiamo a sfide impegnative con il proprio sé. C’è chi si accontenta di un calice che può ricordare l’idea di una terrazza a duemila metri, ma poi lo sorseggi appoggiato alla balaustra di una casa di ringhiera a Milano. Quindi devo dire grazie a Erste+Neue per avermi portato la neve sui Navigli con la linea Puntay. Vini drittissimi, davvero da picchi – non a caso l’hashtag è #peakmoments – con una rapidità di beva impressionante, di cui cogli i marcatori essenziali, ovvero acidità e freschezza, lasciando alle riflessioni da ciaspolatrice le note di fiori e frutti. Questo è un sorso adatto a snowboarder o slalomisti.

Tornare a mollo per me significa scegliere un mare spettacolare. Quello di Favignana lo è, di un colore acquamarina che commuove. Nella più grande delle isole Egadi si fa anche il vino: davvero poco, in verità, ed è un recupero voluto da una grande azienda siciliana, la Firriato. Uve di Grillo, Catarratto e Inzolia coltivate allo stesso livello del mare, ad appena dieci metri dall’acqua e con conchiglie tra i filari. Tra i concimi naturali la cantina usa anche la posidonia, elemento primario dell’habitat di Favignana e l’aerosol marino, sebbene crei non pochi problemi alla gestione fogliare del vigneto, dona un’impronta inconfondibile nel vino. L’etichetta Favinia La Muciara è senza dubbio salina.

Una chiusura dolce, ma non troppo

Un "The End" all’altezza è quello che non ti lascia l’amaro in bocca. Il lieto fine che mi piace è quello che ti fa anche riflettere. Nel mondo del vino li chiamano “vini da meditazione” e sono o dolci – grazia un residuo zuccherino importante – ma poi non finiscono stucchevoli, perché hanno una buona dose di acidità e freschezza. Oppure sono vini ossidativi, il che vuol dire che hanno fatto dell’ossigenazione calibrata uno dei loro elementi fondanti. Tra questi, ad aver tracciato la strada c’è senza dubbio Il Vecchio Samperi dell’azienda di Pantelleria De Bartoli, un "Marsala pre-british", ovvero senza aggiunta di fortificazione che iniziò con il successo di questo vino tra gli inglesi, che ha ormai più di 40 anni: Marco De Bartoli infatti ne varò l’etichetta nel 1980.

Proprio al grande viticoltore siciliano Palermo ha dedicato una via poche settimane fa e un’altra bella notizia è che il “Passito della Solidarietà” 2018 – Marco De Bartoli è andato esaurito. Ecco un esempio di come, da un evento negativo, si può tirare fuori un lieto fine. Nell’estate del 2018, infatti, l’uva in appassimento sui graticci (i famosi cannizzi) destinata ai Passiti di Pantelleria di Marco De Bartoli venne rubata. Tutti i membri del Consorzio di Pantelleria decisero di attivarsi e donare all’azienda le uve necessarie per la produzione del vino: proprio quelle uve oggi rientrano in questa bottiglia. Il ricavato della vendita del “Passito della Solidarietà” servirà ad assegnare 10 borse di studio ai giovani studenti di Pantelleria che vorranno specializzarsi in materie agronomiche. Una storia dolce-amara, proprio come questo prodotto che, come tutti i grandi vini, è fatto più di sfumature che di contrasti. Così se da un lato hai la frutta secca, quella candita, i fichi, i datteri e le spezie, dall’altro senti il salmastro portato dall’isola e la freschezza che non impigrisce il sorso.