Nadia Santini è morta e con lei se ne va l'antitesi dello chef tronfio ed egoriferito. Prima donna in Italia a conquistare le tre stelle Michelin, ha trasformato il ristorante "Dal Pescatore", nascosto nelle nebbie della provincia di Mantova, nel centro di gravità permanente della gastronomia mondiale. E lo ha fatto senza gridare, senza palcoscenici e senza ricorrere a quella retorica plastificata che oggi infesta il racconto del cibo.
La sua rivoluzione è stata tanto silenziosa quanto inesorabile. Non ha frequentato accademie blasonate o stage per gonfiare il curriculum: dopo gli studi in Scienze Politiche alla Statale di Milano e il matrimonio con Antonio Santini, è entrata nella cucina della trattoria di famiglia a Canneto sull'Oglio. Lì, lavorando alacremente con la suocera Bruna, ha preso la più solida e radicale tradizione contadina della Bassa padana e l'ha affilata con una precisione chirurgica.

Il risultato di questa ostinata dedizione al rigore, applicato a piatti all'apparenza semplici come i tortelli di zucca o l'anguilla, ha costretto la critica di tutto il pianeta a mettersi in macchina verso la frazione di Runate per capire come si mangiasse davvero in Italia. La sua scalata non ha nulla della parabola televisiva: prima stella nel 1982, seconda nel 1988 e la terza, incisa nella pietra nel 1996 e mai più rimossa (il suo resta il ristorante tristellato più longevo d'Italia). A confermare la sua statura è arrivato anche il premio "Veuve Clicquot World's Best Female Chef" nel 2013, incassato con la sua consueta e disarmante concretezza.
Oggi "Dal Pescatore"continua a correre sulle gambe della famiglia, saldamente gestito dai figli Giovanni, in cucina, e Alberto in sala.
Ci lascia una professionista che ha dimostrato, in un settore a trazione brutalmente maschile, che la vera avanguardia non è la spettacolarizzazione del piatto a tutti i costi, ma reinventarsi rimanendo se stessi per quarant'anni di fila, senza sbagliare un colpo.