11 Luglio 2022 13:00

Vietato l’ingresso ai bambini: i ristoranti childfree sono legali? Cosa dice la legge

Con un avvocato abbiamo parlato della tendenza, in crescita nel nostro Paese, dei ristoranti childfree. Quelli, vale a dire, che non ammettono nei propri locali una clientela al di sotto (di base) dei 14 anni, per "aggirare" il pericolo schiamazzi. Ma tutto ciò è legale? Cosa dice la legge?

A cura di Alessandro Creta
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Divieto di accesso ai bambini al di sotto di una certa soglia di età: è la politica adottata da un numero crescente di ristoratori per "aggirare" il pericolo di eventuali schiamazzi nei propri locali. Il tutto al fine di garantire pace e tranquillità ai clienti, senza il rischio di urla o baccano a opera dei più piccoli. Giusto? Sbagliato? Comprensibile? Legittimo? Assieme a un avvocato abbiamo cercato di leggere questo provvedimento sotto un aspetto prettamente legale.

Cosa sono i ristoranti childfree

Una tendenza nata negli Stati Uniti e, negli ultimi anni, in continua espansione anche nel Vecchio Continente. Pure in Europa sono arrivati i ristoranti childfree, quei locali cioè nei quali è interdetto l'accesso ai bambini. Nella maggior parte dei casi, non sono ammessi ragazzini al di sotto dei 14 anni di età. Un provvedimento preso da un numero sempre crescente di ristoratori che, all'interno delle loro sale, vogliono garantire un clima di relax, tranquillità e spensieratezza ai clienti, risolvendo sul nascere la questione di eventuali schiamazzi e grida da parte dei bambini. Un provvedimento di base non contrario ai bambini stessi, ma una garanzia verso una clientela adulta che vuole trascorrere a tavola un paio d'ore di tranquillità.

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E in effetti, leggendo vari commenti sul web, in tanti si sono detti favorevoli a questa misura presa dai ristoratori. Anzi, parecchi (tanti genitori compresi) pare siano d'accordo con questa politica, in nome della quiete e del relax. Tanti altri però non si trovano d'accordo con un provvedimento apparentemente discriminatorio. Nato, va detto, non tanto per "dispetto" verso la categoria dei più piccoli quanto per cercare di mettere una toppa alla maleducazione e inettitudine di alcuni genitori, che permettono ai propri figli di correre, urlare e disturbare il resto della clientela.

Alcuni ristoranti, per cercare di accontentare tutta la clientela, si sono dotati di sale separate: una per le famiglie, una invece in cui sono ammessi solo clienti adulti. Per andare più a fondo nella questione, però, e per capire se effettivamente i ristoranti childfree siano o meno legali (almeno nel nostro Paese) abbiamo chiesto a un avvocato cosa dica la legge in materia. Se, in poche parole, questo tipo di locale sia o meno contro la giurisdizione italiana.

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Di fronte a uno schieramento quasi da tifo calcistico di chi sta dalla parte dei ristoratori (e quindi a favore di un clima sereno in sala) e di chi, a prescindere, prende le difese dei bambini (i quali, come tali si comportano, giustamente, indipendentemente da dove si trovino), vediamo come si esprime la legge. Ci ha aiutato a fare chiarezza sul caso l'avvocato Eugenio Adabbo.

I ristoranti childfree sono legali?

Come ci fa sapere l'avvocato, c'è una fonte normativa che espressamente vieta tale pratica ed è il Regio Decreto n. 635 del 1940, ossia il ‘Regolamento per l’esecuzione del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza', quest’ultimo istituito con l’ancor più risalente Regio Decreto n. 773 del 1931.  In particolare, l’art. 187 di questo regolamento prevede testualmente: “Salvo quanto dispongono gli artt. 689 e 691 del codice penale, gli esercenti non possono senza un legittimo motivo, rifiutare le prestazioni del proprio esercizio a chiunque le domandi e ne corrisponda il prezzo”. Tale norma, quindi, "… pone un generale divieto per gli esercenti di opporre un arbitrario diniego alla libera fruizione dei servizi offerti – dice l'avvocato – risultando nulla qualsiasi eventuale clausola pattizia volta ad aggirare siffatto divieto". Questo vale per gli esercizi pubblici come bar, ristoranti, alberghi, pensioni, escludendo quelli di pubblico spettacolo come le discoteche.

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Gli esercenti quindi senza un legittimo motivo, che non può essere ricondotto all'età anagrafica dei suoi clienti, non potrebbero vietare l'accesso e il servizio a chi paga per quel determinato servizio. La sanzione amministrativa, qualora il fatto venisse accertato, oscilla dai 516 ai 3098 euro. Cosa possono fare allora coloro che vedendosi opporre un rifiuto illegittimamente motivato in base all’età anagrafica non intendano desistere? "La condotta – ci spiega l'avvocato – di per sé, non riveste rilevanza penale (a differenza del rifiuto qualificato invece in termini di discriminazione razziale, etnica o religiosa) ed è incoercibile. Tuttavia, come si è visto, essa costituisce un illecito amministrativo sanzionato dal nostro ordinamento". Tale sanzione, dunque, potrà essere comminata anche sulla base di una segnalazione alle Forze dell’Ordine da parte di chi ritenga, potendolo dimostrare, di essere stato leso da un illegittimo rifiuto dell’esercente di un pubblico esercizio.

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In conclusione insomma, pur sostenendo come di base l'assioma bambini-schiamazzi sul piano generale e astratto sia poco convincente, "non potendo da solo fondare un qualche logico e ragionevole discrimen meritevole di tutela", i pubblici esercizi come bar e ristoranti childfree non sarebbero di per sé illegali. Sono, invece, sanzionabili qualora venisse accertato che il discrimine derivi dall'età anagrafica di chi richiede il servizio. Non rappresentando questa una valida motivazione per il divieto di accesso.

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A cura di
Alessandro Creta
Giornalista gastronomico per professione, mangiatore seriale per passione. Mi piace navigare tra le pieghe del cibo, perché il food non è solamente cucina, ristoranti e chef. Appassionato di olio evo ma anche di viaggi, mi fate felice con un Verdicchio.
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