"Ammazzerei per un piatto di pasta", dicono alcuni buongustai per dire, semplicemente, che sarebbero disposti a tutto pur di mangiare un altro mestolo del loro piatto preferito. Ma il cibo, non ironicamente stavolta, è davvero in grado di creare tensioni, attriti e… far scoppiare delle guerre. Infatti, "cibo" non è soltanto ciò di cui ci nutriamo ogni giorno, ma è ricchezza, potere, sopravvivenza.
Sarebbe esagerato dire che una fetta di carne abbia provocato conflitti armati, ma è senz'altro vero che diversi alimenti hanno – spesso – giocato un ruolo cruciale; oppure, in altre circostanze, il cibo è diventato un'arma silenziosa: affamare la popolazione vuol dire indebolire uno Stato, alimentare il malcontento e spingere i più stremati ad arrendersi. In queste righe, quindi, vogliamo ripercorrere i casi principali, ma anche i più curiosi, in cui un piatto, una spezia o un sacco di grano si sono trasformati in protagonisti di una rivolta, fino a innescare una guerra o qualcosa di molto simile.
Quando il cibo ha scatenato battaglie: dal Rinascimento al Novecento
Se credi che le guerre per gli alimenti siano scoppiate soltanto diversi secoli fa, ti sbagli di grosso. Certo, qualche riferimento non può mancare, ma tante battaglie qui raccolte sono accadute in pieno XIX secolo e perfino agli inizi del Novecento.
1. La guerra del sale (1540, Perugia contro Stato Pontificio)

Oggi il sale è l’ingrediente più banale della dispensa, ma nel Cinquecento valeva quasi quanto una moneta. Serviva a conservare carne, pesce e formaggi, quindi a superare l’inverno senza morire di fame, e chi lo controllava incassava tasse a ogni passaggio. Non sorprende, allora, che proprio intorno al sale si sia accesa una delle ribellioni più note dell’Italia centrale.
Siamo nel 1540 e Perugia fa parte dello Stato della Chiesa, ma da tempo gode di una certa autonomia, garantita da accordi con i pontefici precedenti. Il più importante risaliva al 1431: Eugenio IV aveva concesso ai perugini di acquistare il sale dove e da chi volevano, con un prezzo massimo di dieci denari per ogni libbra. Con lo Stato Pontificio in crisi, però, Paolo III decise di introdurre una nuova tassa sul sale a Perugia: per i cittadini era una chiara violazione degli accordi. E con il malcontento alle stelle, giunse l'ora della rivolta.
La battaglia, però, durò molto poco: Pier Luigi Farnese, figlio del Papa, entrò a Perugia con un potentissimo esercito, sbaragliando la resistenza. Secondo alcuni racconti popolari, il pane senza sale, tipico di Umbria e Toscana, nacque come forma di protesta contro le pressanti tasse sul sale.
2. La guerra della noce moscata (1609-1621, Olanda contro combattenti bandanesi)

Tra Cinquecento e Seicento la noce moscata era la moda dei ricchi europei: la usavano in cucina, come medicina contro raffreddori e mal di stomaco e, a quanto pare, anche per i suoi effetti allucinogeni. Valeva quanto l’oro, forse di più, e la varietà più pregiata cresceva solo nelle isole Banda, un minuscolo arcipelago vulcanico dell’attuale Indonesia.
Chi ne controllava il commercio si arricchiva, e la Compagnia olandese delle Indie orientali decise di essere la prima della fila. E pretese pure l’esclusiva: gli abitanti dovevano vendere la spezia solo agli olandesi, a condizioni imposte. I bandanesi non ci stavano, perché altri mercanti, a cominciare dagli inglesi, pagavano di più, e continuarono a venderla di nascosto.
Gli olandesi risposero con la forza e ne uscì una guerra sanguinosa, che si concluse con la loro vittoria. A quel punto, per far funzionare le piantagioni, ripopolarono l’arcipelago con schiavi portati da altre regioni e si garantirono il monopolio. Anni dopo, con il Trattato di Breda del 1667, olandesi e inglesi si riconobbero a vicenda i territori già occupati: ai primi restarono l’isola di Run e il Suriname, agli inglesi Manhattan, la futura New York.
3. La guerra delle farine e il prezzo del pane: il preludio della Rivoluzione francese (1775-1789)

Se si parla di grandi eventi storici scatenati dal cibo, la Francia del Settecento ne è l'esempio più chiaro. Già nella primavera del 1775, ben quattordici anni prima della presa della Bastiglia, il Paese fu scosso dalla cosiddetta "guerra delle farine": un'ondata di oltre trecento rivolte scatenate dalla liberalizzazione del commercio del grano e dai cattivi raccolti, con assalti a forni e mulini fino alle porte di Versailles.
Quel malcontento non si spense mai del tutto: per gli operai e i contadini parigini il pane non era un semplice contorno, ma la principale fonte di sostentamento. Quando, alla fine degli anni Ottanta, nuovi raccolti disastrosi fecero schizzare nuovamente i prezzi alle stelle, la situazione precipitò. A peggiorare le cose c'era una palese ingiustizia sociale "da forno": i nobili consumavano il soffice pane bianco, mentre al popolo spettava un pane nero, duro e talvolta tagliato con crusca o legumi.
La rabbia per la fame e per questa disuguaglianza portò la folla a insorgere nel 1789. Il legame tra pane e politica rimase così centrale che nel 1793 il governo rivoluzionario arrivò a emanare il decreto per il Pain d'Égalité ("Pane dell'Uguaglianza"), un pane unico e obbligatorio per tutti i cittadini.
4. La guerra dei pasticcini (1838-1839, Francia contro Messico)

Anche una pasticceria può far scoppiare una guerra. Nel 1832 il negozio di un pasticciere francese fu saccheggiato da alcuni ufficiali dell’esercito messicano, nei pressi della Capitale. Nel Paese di quegli anni, scosso da continui disordini, i danni subiti dai privati restavano senza rimborso, stranieri compresi, e il pasticciere si rivolse al re di Francia. Il sovrano colse l’occasione per fare la voce grossa: chiese 600.000 pesos di risarcimento e, per giunta, la restituzione di un prestito concesso a quel governo e mai saldato.
Il governo di Città del Messico non pagò, e nel 1838 la flotta francese bloccò i porti del Paese, bombardò una fortezza e occupò Veracruz, una delle maggiori città portuali del golfo. La risposta del Messico fu una dichiarazione di guerra alla Francia. A mettere fine allo scontro fu l’intervento diplomatico del Regno Unito, che riuscì a convincere Città del Messico a sborsare la cifra richiesta a titolo di risarcimento.
5. Le guerre dell'oppio (1839-1842 e 1856-1860, Regno Unito contro Cina)

Sui libri di storia si chiamano guerre dell’oppio, e il nome non è sbagliato: fu proprio la droga a scatenare gli scontri tra Cina e Gran Bretagna. Per capire come si arrivò fin lì, però, bisogna partire da qualcosa di molto più innocuo, una tazza di tè. In Inghilterra il tè diventò una moda nel Seicento, poi uscì dai salotti dei ricchi e conquistò il grande pubblico.
Quasi tutto arrivava dalla Cina, ma quest'ultima non aveva alcun interesse per i prodotti britannici e accettava solo argento: questa situazione, chiaramente, creava un forte squilibrio commerciale.
Per rimettere in pari i conti, Londra seguì due strade. Da una parte iniziò a coltivare il tè in proprio; dall'altra, sfruttando i territori indiani sotto il suo controllo, produsse enormi quantità di oppio da vendere di contrabbando ai cinesi, che a loro volta lo pagavano con lo stesso argento speso dagli inglesi per il tè.
Il conto più salato lo pagò la popolazione cinese, colpita da una dipendenza di massa dalle conseguenze devastanti sul piano sociale ed economico. Pechino provò a fermare il traffico, e nel 1839 fece distruggere tonnellate di oppio di proprietà dei mercanti stranieri. Per Londra fu un affronto da vendicare e, così, scoppiò la prima guerra dell’oppio.
6. La guerra del maiale (1859, Usa contro Gran Bretagna)

Il nome è tutto un programma: la guerra del maiale si chiama così perché a far scattare la scintilla fu, appunto, un povero suino. Siamo nel 1859, nelle isole San Juan, un piccolo arcipelago nel nord-ovest del Pacifico, tra gli Stati Uniti e il Canada, che all’epoca era ancora una colonia britannica. Da anni americani e inglesi litigavano per stabilire a chi appartenessero quelle isole, perché un vecchio trattato descriveva il confine in modo così vago da lasciare spazio a due interpretazioni diverse.
Tutto filava liscio finché, il 15 giugno, un contadino americano di nome Lyman Cutlar non sorprese un maiale intento a divorare le patate del suo orto. Non era la prima volta, e Cutlar perse la pazienza: sparò e lo uccise. Peccato che l’animale appartenesse a un irlandese al servizio della compagnia britannica. Cutlar offrì 10 dollari di risarcimento, il proprietario ne pretese 100, e la trattativa finì lì.
Quando gli inglesi minacciarono di arrestare il contadino, i coloni chiesero aiuto all’esercito americano, che mandò dei soldati; gli inglesi risposero con le navi da guerra. In poche settimane, si ritrovarono a fronteggiarsi poche centinaia di americani e migliaia di soldati britannici, con tanto di cannoni puntati.
Eppure, nonostante gli insulti e le provocazioni, nessuno sparò un solo colpo: il comandante britannico si rifiutò di attaccare. Così, tra una trattativa e l’altra, le due parti si accordarono per presidiare l’isola insieme, con pochi uomini ciascuno, e la convivenza fu talmente amichevole che i due accampamenti si scambiavano visite per le feste nazionali e organizzavano gare sportive.
7. La guerra del merluzzo (1958-1976, Islanda contro Regno Unito)

Anche in pieno Novecento si combatté una “guerra” per un alimento, e durò pure parecchio. Dalla fine degli anni ‘50 agli anni ‘70, nel Nord Atlantico, Islanda e Regno Unito non riuscirono a trovare un accordo sui confini marittimi entro cui era lecito pescare. L’Islanda cercava di allargare la propria zona di competenza, e agli inglesi, che in quelle acque pescavano da secoli, la cosa non andava giù. Si susseguirono così episodi molto particolari, tra cui tagli alle reti e speronamenti, con cui ciascuno provava a rendere la vita difficile al “nemico”. Non ci furono vere e proprie battaglie, ma tanta tensione.
A vincere, però, fu sempre l’Islanda, piccola ma con un asso nella manica: ospitava una base militare americana e minacciava di uscire dalla NATO, in piena Guerra Fredda. Gli Stati Uniti, preoccupati, la sostennero, e il Regno Unito dovette cedere ogni volta. Per i pescatori britannici fu un colpo durissimo: interi porti di pesca rimasero in ginocchio, con migliaia di persone senza lavoro.