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9 Febbraio 2026 16:00

Un vignaiolo a Salina accoglie i migranti nelle sue vigne e nella sua vita

Una storia che parla di un'umanità ancora viva, capace di vedere nell'altro un aiuto concreto piuttosto che una minaccia costante. Un racconto bellissimo che arriva direttamente dalle Isole Eolie e che ci invita a riflettere sul concetto di accoglienza e solidarietà.

A cura di Arianna Ramaglia
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Foto dal profilo ufficiale Facebook Caravaglio Vini

Sarebbe bello vivere in un mondo in cui le notizie fossero sempre così. Un mondo in cui la mattina ti svegli e non leggi di un bambino arrestato insieme al padre solo per un accento diverso o per il colore della pelle leggermente più scuro. Ma leggi di un vignaiolo che, nella sua cantina a Salina, ha aperto le porte e le braccia ai migranti, scegliendo la via dell'accoglienza piuttosto che quella dell'indifferenza o, peggio ancora, dell'odio. Una storia che parla di solidarietà, di culture che si incontrano e di un'umanità che, a volte, dimentichiamo esistere. Ma, per fortuna, c'è ancora qualcuno che ce lo ricorda, come Antonino Caravaglio, conosciuto come Nino, proprietario dell'omonima cantina a Salina, che offre ai migranti un'opportunità di lavoro e di vita, cosa che gli ha valso il Premio Progetto Solidale della Guida Vini d'Italia 2026 del Gambero Rosso.

La scelta di Nino tra etica e manodopera

Questa storia inizia nelle Isole Eolie, precisamente a Salina, nell'azienda agricola Caravaglio dove il proprietario, Nino, accoglie da più di tre anni migranti provenienti da diverse zone dell'Africa e dell'Europa. "L'azienda parte, sin dall'inizio, da un'agricoltura contadina, quindi ha bisogno di un notevole impiego di manodopera" ci spiega Caravaglio, che ha trovato nei migranti un sostegno concreto ed essenziale. Un aiuto che nasce da una sensibilità che noi italiani abbiamo perché "siamo un popolo di emigranti, quindi abbiamo questa predisposizione verso l'altro" che ha portato a una scelta che è prima di tutto "di natura etica e poi legata a un problema di manodopera".

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Foto dal profilo ufficiale Facebook Caravaglio Vini

Per questo motivo Caravaglio ha deciso di dare un'opportunità a coloro a cui non sempre viene data: "Mi sono rivolto al centro di accoglienza di Piazza Armerina, Don Bosco 2000, che è veramente un'eccellenza. All'inizio non è stato facile convincerli a farli venire qui da me: poi, però, sono andato a trovarli personalmente e alla fine li hanno accompagnati – sia la mediatrice culturale addetta agli inserimenti lavorativi sia la mediatrice del centro – e ne abbiamo assunti tre, arrivati dalla Nigeria". Tre ragazzi attivi, volenterosi ai quali "ho chiesto ‘A chi di voi piace lavorare in un'azienda agricola, nel caso specifico nella viticoltura?'" e loro hanno accettato, non senza un po' di paura, chiaramente: "All'inizio ciò che li ha spaventati è che si trattasse di un'isola, ma quando hanno visto che è costantemente abitata si sono tranquillizzati".

Il lavoro è dignità, non sfruttamento

A volte ci dimentichiamo di quante cose dovrebbero essere scontate e, invece, ci ritroviamo costantemente a ripeterle perché, a quanto pare, scontate non lo sono per niente, almeno per chi non ha un certo tipo di fortuna. C'è chi, infatti, deve costantemente ricordarsi che lavorare non equivale a essere sfruttati, né a sfruttare, e Caravaglio ne fa una sorta di mantra: "Non mi sono limitato a fargli occupare solo della parte agricola dell'attività, ma loro vengono in cantina, durante la fase di imbottigliamento, di etichettatura, così sono a conoscenza di tutto il ciclo produttivo. Perché molti pensano ‘li mettiamo in campagna oppure a fare i lavori più pesanti' ma non è così, il trattamento deve essere uguale per tutti, altrimenti non c'è armonia".

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Foto dal profilo ufficiale Facebook Caravaglio Vini

Un'armonia e una serenità che si percepiscono attraverso le parole e i gesti che racconta Caravaglio, in un'azienda che "da sempre è attenta all'integrazione sociale", che ha accolto fin da subito ragazzi la cui unica vera "colpa" è quella di essere nati dalla parte sbagliata del mondo. "La mia azienda non avrebbe potuto continuare a crescere senza una forza lavoro adeguata. E non parlo solo della presenza fisica per il lavoro manuale, ma del fatto che sono ragazzi appassionati, orgogliosi del lavoro che fanno" conclude.

Le possibilità ci sono, ci vuole solo volontà

Può sembrare una frase fatta, ma è così: ci sarebbero tante cose di cui lamentarsi in questo Paese ma Nino ci dice che siamo "un Paese democratico, quindi gli strumenti ci sono. Ci sono delle cose negative, ovviamente, però le istituzioni funzionano". Quindi, le modalità per fare del bene esistono, bisogna solo avere un po' di pazienza, soprattutto per gestire tutta la parte burocratica, anche se "grazie al Decreto flussi – da cui sono arrivati i due ragazzi del Maghreb – abbiamo instaurato un rapporto con la prefettura che ci ha assistito molto bene" mentre, per quanto riguarda gli altri, è stato il centro di accoglienza stesso a gestire tutti i documenti.

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Foto dal profilo ufficiale Facebook Caravaglio Vini

Nulla, insomma, di insormontabile. Nulla che un po' di altruismo e solidarietà non possano risolvere, per provare a garantire a queste persone un futuro che sia il più dignitoso possibile. "Se ci sono riuscito io che sono un piccolo imprenditore, perché non potrebbe riuscirci un'azienda ancora più strutturata?" si domanda Caravaglio (e ce lo chiediamo anche noi). Ma è la volontà che fa la differenza perché "se c'è quella, si può fare tutto". E allora diventa essenziale capire che non esiste alcun limite, che la rabbia è ingiustificata e l'odio ancora meno, e che non solo si può fare, ma che si deve fare, perché "così costruiamo relazioni, aiutiamo persone e conosciamo culture. È tutto di guadagnato". Per questo "io spero che rimangano, magari per sempre, e sto lavorando affinché stiano il meglio possibile" perché per Caravaglio "sono loro i veri costruttori di ponti. E noi abbiamo bisogno di ponti umani". E non potremmo essere più d'accordo di così.

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