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1 Settembre 2022 11:10

Tradizioni popolari e spreco di cibo: da che parte stare?

Le feste popolari sono il collante delle comunità locali, un patrimonio di grande valore che rappresenta anche un asset economico. Ma come porci quando queste feste violano principi etici e ambientali che non possiamo più ignorare? Dalla Tomatina di Buñol alla Battaglia delle arance di Ivrea, passando per la guerra degli Infarinati di Ibi e il Campionato delle torte in faccia di Coxheath.

A cura di Francesca Fiore
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Le tradizioni popolari sono parte del patrimonio culturale di un Paese: lo sappiamo bene noi italiani, che custodiamo pratiche e riti antichissimi. Che siano di stampo religioso o meno, sono un richiamo turistico, cementificano i rapporti all'interno della comunità locali e creano valore, in senso culturale ma anche economico. Ma come porsi di fronte a tradizioni che violano i valori etici personali? Non solo eventuali sofferenze animali, ma anche lo spreco di cibo: si tratta di elementi sempre più criticati da chi sostiene un approccio al mondo circostante che sia sostenibile, rispettoso ed empatico. Per quanto tempo continueremo a sopportare tradizioni come La Tomatina di Buñol, Valencia, o la Battaglia delle arance di Ivrea? Arance e pomodori non sono gli unici prodotti oggetto di spreco: farina, uva, zucchero, caramelle e perfino il vino, sono alimenti protagonisti di "battaglie del cibo", alcune delle quali molto antiche.

Le feste popolari e il cibo

Lungi da noi avere posizioni irrispettose verso le tradizioni locali, a fronte di una situazione ambientale che andrà a peggiorare, domandarsi se sia giusto avvalorare queste pratiche è il minimo che possiamo aspettarci dal dibattito pubblico. Se è vero che non saranno le arance di Ivrea a salvarci dal global warming, è altrettanto importante non sottovalutare il messaggio che viene fuori da questi eventi, che ogni anno vengono sempre più criticati dalle "frange" ambientaliste.

Il cibo è al centro di moltissime delle nostre tradizioni popolari, quasi sempre con funzioni di solidarietà e soccorso verso i più bisognosi: basti pensare a tradizioni come le Tavole di San Giuseppe, rito che si svolge in diverse zone del Sud Italia, e che ha al centro la condivisione del cibo con le famiglie meno abbienti.

Ma quando la tradizione popolare avvalora lo spreco di cibo, come dovremmo comportarci? Dovremmo chiederne una rimodulazione, a fronte della perdita di una sua presunta "autenticità", perché le tradizioni possano evolversi anche in ragione delle esigenze di tutela ambientale e umana? Se tutti siamo chiamati a fare il meglio nel nostro piccolo – e qui da sempre sosteniamo la riduzione degli sprechi -, la risposta viene da sé.

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Da Ivrea a Buñol: quali sono le feste in cui si spreca il cibo

Ma quali sono queste feste "sprecone" e quanto sono diffuse nel mondo? La più vicina a noi è sicuramente la Festa del Carnevale a Ivrea, in provincia di Torino, in cui si svolge la Battaglia delle arance: affonda le sue radici intorno alla metà dell'Ottocento, anche se già dal Medioevo c'erano battaglie simili fatte però con i fagioli. A questo evento oggi prendono parte oltre 4.000 tiratori a piedi suddivisi in 9 squadre, oltre 50 carri trainati da cavalli, per un totale di 5.000 persone circa coinvolte. Per realizzarla vengono usate 600 tonnellate di arance non destinate al consumo umano, come tengono – giustamente – a sottolineare gli organizzatori. Si tratta naturalmente di una tradizione importantissima, non solo per la città, ma per tutto il territorio circostante, che giova del richiamo turistico che il Carnevale di Ivrea crea ogni anno.

Come reagiscono alle critiche i sostenitori di questo antico rito? Uno sforzo da parte degli organizzatori è quello di provare a riutilizzare i resti della battaglia, utilizzandoli come compost o trasformandoli in fibre vegetali. D'altra parte, molti critici di questa tradizione suggeriscono da anni modifiche, come quella di poter tirare ad esempio delle palline – simili alle arance e magari riutilizzabili – al posto delle arance.

Ma Ivra non è l'unica: un'altra festa molto criticata è la Tomatina di Buñol, che si svolge ogni anno nell'omonima città della comunità valenciana, l'ultimo mercoledì di agosto, dal 1945 (neanche un secolo). Si tratta di una battaglia fatta a colpi di pomodori a cui quest'anno, dopo due anni di stop per il Covid, hanno partecipato oltre 15 mila persone (normalmente il numero si aggira fra le 30 e le 40 mila persone), che si sono lanciate addosso 130 tonnellate di pomodori per un'ora, colorando di rosso la città.

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La Spagna abbonda di tradizioni simili: c'è la battaglia delle caramelle a Vilanova y la Geltru, vicino Barcellona, che risale al 1940 e simboleggia una sorta di atto di ribellione contro il divieto del dittatore Franco di festeggiare il Carnevale. E ancora la Battaglia del vino ad Haro, La Rioja, che vede il lancio di litri e litri di vino, la mattina del 29 giugno, giorno di San Pedro. Alla festa partecipano anche i bambini, che la fanno però in un secondo tempo, con il mosto.

Infine, il Festival di Ibi, in provincia di Alicante, in cui i cittadini si lanciano farina, uova, fumogeni e petardi, durante la così detta Els Enfarinats, da oltre 2 secoli. Si tratta di una battaglia fra le due fazioni degli uomini sposati,  Una festa che va avanti da oltre 200 anni – parte delle celebrazioni del Giorno degli Innocenti – che vede una specie di simulazione di colpo di stato e la battaglia fra due fazioni rivali: da un lato, Els Enfarinats, uomini che prendono il controllo del villaggio e dettano una serie di leggi assurde, dall’altro La Oposicio, che cerca invece di ristabilire l’ordine.

Ma anche l'Inghilterra annovera tradizioni simili, come il Campionato mondiale di torte alla crema, che si svolge ogni anno a maggio nel villaggio di Coxheath, nel Kent. I giocatori, travestiti da ballerine, perosonaggi storici, supereroi, vecchiette, si combattono a colpi di torte in faccia, in una battaglia a punti in cui lanciatori divisi in squadre da quattro componenti.

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