
Le bussole non indicano più il nord ma… i supermercati: secondo un recente report menzionato da Forbes International, le nuove generazioni quando sono in viaggio cercano soprattutto l'autenticità attraverso sapori inediti, prodotti popolari, mercati rionali e negozi di alimentari. All'89% di millennial e gen Z, a quanto pare, monumenti, musei e punti panoramici non bastano più, dato che non rispecchiano davvero l'essenza di un luogo. Questa tendenza, in realtà, è sempre esistita, ma i social network le hanno dato un nome preciso: snackpacking. Un termine che intercetta il rifiuto da parte dei viaggiatori più giovani verso un turismo standardizzato e preconfezionato, fatto di file interminabili per entrare nei luoghi più gettonati e fotografati.
Snackpacking, le micro-esperienze che tutti vogliono vivere
Dimentica i ristoranti stellati, le prenotazioni con largo anticipo e le attese interminabili per un tavolo. Lo snackpacking si muove su una scala decisamente diversa, fatta di brevi soste e piaceri immediati: una focaccia calda consumata in un vicolo, una sfoglia dolce addentata mentre si elemosina un po' d'ombra o una bibita insolita che cattura lo sguardo dal bancone di un chiosco di quartiere. Non è un caso che, secondo il Global Travel Trends Report, circa il 60% dei viaggiatori acquisti regolarmente snack tipici durante i propri soggiorni all'estero, spinto dal desiderio di provare prodotti introvabili a casa e dalla volontà di sostenere la micro-economia locale.
In questa dinamica, la componente digitale gioca un ruolo cruciale, accelerando il modo in cui una specialità locale entra nella lista dei desideri di milioni di utenti in giro per il mondo. Oltre il 75% dei viaggiatori più giovani si dice pronto a deviare il proprio itinerario pur di scovare un prodotto alimentare visto nei video online. Il caso più eclatante è il successo dell'hashtag #711, diventato un fenomeno di culto per chiunque esplori i minimarket della catena 7-Eleven nel mondo. Ma se all'estero sono i colossi del retail a fare tendenza – e in Italia persino i supermercati storici come Esselunga diventano una meta per i turisti curiosi di decifrare le nostre abitudini quotidiane -, lo snackpacking mantiene il suo vero valore solo quando non riduce una città a un singolo cibo virale. La vera magia risiede nella scoperta di forni storici, botteghe e mercati: luoghi capaci di raccontare un territorio attraverso le persone e non solo attraverso un packaging accattivante e colorato.
Questa ricerca della semplicità ha anche un profondo impatto geografico. Laddove vi sono trasporti efficienti e informazioni accessibili, i viaggiatori scelgono sempre più spesso di lasciare i centri storici per spingersi in provincia. L'obiettivo è osservare la vita reale, lontana dalle folle di turisti che si fotografano a vicenda davanti ai soliti monumenti. Lo snackpacking si trasforma così in uno strumento di turismo diffuso, capace di incanalare curiosità e risorse economiche verso quartieri alternativi e piccoli centri, dove la quotidianità pulsa ancora intatta.
Potremmo, quindi, riassumere lo snackpacking come l'arte di esplorare un territorio attraverso assaggi economici, veloci e informali, ma esiste un termine ancora più specifico per chi, varcata la soglia di un paese straniero, decide di perdersi subito tra le corsie dei supermercati: il grocery tourism. In un'epoca che è sempre più dominata dalla globalizzazione, che tende a una forte omologazione di prodotti, sapori e odori, i market locali rappresentano un baluardo di autenticità imperdibile. Catene come Sainsbury's in Inghilterra, Carrefour in Francia o Walmart negli Stati Uniti, come suggerisce The Guardian, si trasformano in "musei a sé stanti". Questa "caccia al tesoro" risponde a un bisogno in realtà ben più profondo: rifiutare il turismo di massa e indifferenziato per portare a casa un pezzo di vita reale, intima e sociale.

Lo snackpacking nel mercato globale: numeri alle stelle, si stima un valore di 1.230 miliardi di dollari
Se a un primo sguardo lo snackpacking può sembrare una semplice tendenza generazionale, in realtà i dati rivelano un mercato in vertiginosa crescita. Secondo il Culinary tourism market report 2026, il turismo gastronomico globale è proiettato a raggiungere circa 1.230 miliardi di dollari entro la fine del 2026. Questi numeri dimostrano che il cibo non è più un semplice contorno del viaggio, ma il fattore decisivo che ne determina la meta, la durata e la pianificazione della spesa. "Questa spinta verso l'autenticità – ha detto Rosa Giglio – genera valore anche fuori dai circuiti tradizionali, spostando la spesa turistica verso mete secondarie e quartieri alternativi. Scegliere lo street food, il panificio storico o il mercato rionale significa cercare un’interazione sincera e non mediata. Il cibo diventa così la chiave per decodificare lo stile di vita di una destinazione, guidando una nuova economia del turismo che ridefinisce completamente i flussi di spesa e le priorità dei viaggiatori".
L'itinerario per lo snackpacking
La catena Bwh Hotels ha anche stilato una lista, e non una classifica, delle destinazioni italiane e dell'Europa meridionale legate al fenomeno dello snackpacking. Tra le città del Belpaese c'è Lecce, dove il turismo gastronomico si muove tra il mercato di Porta Rudiae e le botteghe barocche, alternando il dolce del pasticciotto caldo al salato del rustico. A Catania, invece, l'esplorazione fa tappa tra i banchi della storica Pescheria per un cartoccio di tavola calda (come cartocciate e cipolline) bagnato da un seltz dei chioschi storici. Salendo a Genova, sono i caruggi e il Mercato Orientale a guidare il visitatore tra i profumi della focaccia classica, della farinata e dei tipici frisceu (frittelle alle erbe o baccalà). Oltreconfine, la filosofia dello snackpacking svela la vivacità dei mercati internazionali: a Salonicco, in Grecia, ci si perde tra i banchi storici di Modiano e Kapani per addentare una bougatsa (sfoglia dolce o salata), mentre a Tirana, in Albania, la sosta d'obbligo è al Pazari i Ri per assaggiare un byrek caldo appena sfornato.