
Nel mondo dell’analisi geopolitica esistono indicatori complessi, modelli matematici, reti satellitari e report classificati. Poi c’è il Pentagon Pizza Index, che osserva una cosa sola, semplice e infallibilmente umana. Ovvero quante pizze vengono ordinate nei dintorni del Pentagono.
L’idea è tanto disarmante quanto seducente: quando la macchina del potere accelera, quando le crisi si accavallano e le riunioni si allungano oltre l’orario di chiusura, qualcuno resta chiuso negli uffici a discutere, analizzare, decidere. E a un certo punto, inevitabilmente, arriva la fame: è proprio qui che entra in gioco questa teoria non ufficiale, a metà strada tra leggenda urbana e folklore dell’intelligence.
Secondo il Pentagon Pizza Index, i grandi eventi internazionali non lasciano tracce soltanto nei mercati finanziari o nei comunicati governativi, ma anche in segnali più discreti e decisamente meno solenni: quando si nota un grande aumento di ordini nella zona intorno al Pentagono è probabile che proprio lì si stiano per prendere decisioni a dir poco importanti. Ma come nasce questa teoria che circola da oltre 30 anni?
Un’idea nata tra Guerra Fredda e mozzarella filante
Il Pentagon Pizza Index affonda le sue radici nei decenni conclusivi della Guerra Fredda, quando l’ansia nucleare conviveva con telefoni che squillavano senza sosta e riunioni improvvise convocate a orari improbabili. Giornalisti curiosi notarono che, in concomitanza con crisi diplomatiche o operazioni militari, le pizzerie attorno al Pentagono diventavano improvvisamente più affollate del solito. Niente conferenze stampa, nessun annuncio ufficiale: solo fattorini che correvano sotto la pioggia con scatole fumanti. Da lì l’intuizione: se il Pentagono non dorme, nemmeno i forni riposano.
Uno degli episodi più citati riguarda l’agosto del 1990, alla vigilia della Guerra del Golfo. Secondo numerosi racconti, alcune pizzerie della zona registrarono un volume di ordini straordinario poco prima dell’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq. Gli stessi ristoratori raccontarono di notti interminabili e telefoni incandescenti.
Storie simili sono state associate ad altri momenti di tensione internazionale. Naturalmente, nessuno di questi episodi costituisce una prova scientifica: ma la ripetizione della coincidenza ha alimentato il mito, trasformando il Pentagon Pizza Index in una sorta di barometro informale della crisi.

Il principio base: la fame come spia del potere
Il funzionamento del Pizza Index è disarmante nella sua semplicità: quando si verifica una crisi grave o una situazione urgente, analisti, militari e funzionari restano bloccati negli uffici per ore, talvolta per intere notti. A un certo punto, il corpo presenta il conto.
La pizza diventa la soluzione perfetta: è veloce, calorica, condivisibile, non richiede posate e può essere mangiata mentre si discutono scenari apocalittici su una mappa. Un improvviso aumento degli ordini notturni viene quindi interpretato come un segnale di attività frenetica dietro le quinte del potere.
L'intelligence fai-da-te nell’era digitale
Con l’avvento di internet e dei social media, la teoria ha trovato nuova linfa: appassionati e osservatori hanno iniziato a monitorare orari di chiusura, recensioni online, commenti dei dipendenti e persino mappe di traffico delle consegne.
Una nuova forma di intelligence popolare, dove al posto delle intercettazioni ci sono le app di food delivery e al posto delle spie ci sono clienti insonni con troppo tempo libero. La geopolitica entra così nell’era del take-away.

Il fascino e i limiti della teoria (ovvero quando è solo fame)
È fondamentale dirlo: il Pentagon Pizza Index non è assolutamente uno strumento predittivo affidabile. Non ogni ordine extra segnala una crisi globale: a volte è solo una riunione lunga, a volte si tratta di un’esercitazione; altre volte solo di report ordinari che vanno consegnati entro determinati limiti di tempo (e quale team non è mai stato in ritardo?).
Il fascino del Pizza Index risiede allora nel suo sguardo laterale e profondamente umano. Non cerca di svelare segreti, non promette di anticipare il futuro, non compete con analisi sofisticate o fonti riservate: si limita a ricordare che dietro le decisioni più pesanti del pianeta ci sono persone in carne e ossa, sottoposte a ritmi estenuanti, che mangiano quello che capita tra una riunione e l’altra. E spesso, quello che capita è una pizza ordinata in fretta, consumata davanti a una mappa del mondo o a uno schermo pieno di numeri.
C’è infine un rischio sottile, quasi inevitabile, insito in questo tipo di teorie: quello di vedere segnali ovunque. Se si seguisse il Pentagon Pizza Index alla lettera, il mondo sarebbe sull’orlo del collasso con una regolarità sorprendente, scandita non da ultimatum diplomatici ma da doppie mozzarelle e peperoni extra. Una prospettiva affascinante, forse, ma poco sostenibile.
Ed è proprio qui che il Pizza Index trova la sua collocazione ideale: non come strumento di previsione, ma come promemoria ironico. Ci ricorda che anche nei luoghi dove si decide il destino del mondo, a fine giornata, qualcuno deve pur cenare.