
Il tonno: così buono, così nutriente e, proprio per le sue qualità, anche così a rischio. L’allarme lo hanno lanciato ripetutamente enti come Onu e WWF, costantemente impegnati in campagne di sensibilizzazione volte alla salvaguardia di questo pesce, la cui sopravvivenza è a forte rischio per la pesca eccessiva di cui è vittima. Le grandi richieste di tonno a livello mondiale, infatti, portano a una cattura incontrollata della specie, motivo per cui è stato necessario imporre delle regolamentazioni molto severe riguardo la sua pesca.
Perché il tonno è così richiesto? È buono, nutriente e sano: queste le qualità e al contempo la “condanna” del tonno, massicciamente commercializzato in gran parte del globo poiché, tra le altre cose, oltre ad avere un buon sapore è anche ricco di omega-3, minerali, proteine e vitamina B12. Secondo recenti stime, l'industria del tonno annualmente vale circa 47 miliardi di dollari a livello globale.
Non tutte le specie di tonno sono uguali, alcune sono più pregiate di altre e, di conseguenza, sono più a rischio di altre. Cosa puoi fare nel tuo piccolo, come consumatore, per contribuire alla salvaguardia di questo pesce tanto richiesto e tanto a rischio? La consapevolezza è la chiave: sapere quale specie acquisti, conoscere la provenienza del prodotto che vai a comprare, imparare le alternative più sostenibili con cui puoi sostituire il tonno, riducendone il consumo.
Perché alcune specie di tonno sono più a rischio di altre?
La pesca del tonno rappresenta uno dei casi più emblematici delle problematiche rappresentate dallo sfruttamento delle risorse marine e una delle maggiori sfide in ottica della ricerca della sostenibilità. Negli ultimi decenni, diverse specie di tonno sono entrate in una condizione di vulnerabilità, e alcune hanno rischiato concretamente il collasso per ragioni che ruotano principalmente attorno alla pesca intensiva, alla gestione insufficiente delle risorse e ai cambiamenti ambientali globali.
Uno dei fattori principali è la sovrapesca, ovvero una pesca intensiva che preleva esemplari di tonno a un ritmo superiore alla capacità naturale delle specie di rigenerarsi. A partire dagli anni ’60, l’intensificazione delle attività di pesca ha causato un drastico declino degli stock di tonno: alcuni studi indicano riduzioni che, in alcuni casi, sono superiori al 50 – 80%, con punte ancora più gravi per alcune specie in particolare, quelle più rinomate per via delle loro carni particolarmente pregiate.

Specie come il tonno rosso e il tonno pinna gialla sono state oggetto di uno sfruttamento intensivo per decenni. La loro biologia le rende particolarmente vulnerabili: sono pesci longevi, crescono lentamente e raggiungono la maturità sessuale tardi. Ciò significa che, se vengono pescati in grandi quantità prima di riprodursi, la specie fatica a rinnovarsi.
Un altro problema rilevante è la pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata, che sfugge ai controlli e altera qualsiasi tentativo di gestione sostenibile. Anche se sono state imposte regole ben specifiche e quote di pesca proprio per evitare l’estinzione del tonno, ancora troppo spesso vengono superate o aggirate, rendendo inefficaci le politiche di conservazione.
Negli ultimi anni, è emerso anche un problema meno visibile ma altrettanto grave: la perdita di diversità genetica. Studi recenti incentrati sul tonno rosso hanno mostrato che la sovrapesca non solo riduce il numero di esemplari della specie, ma ne impoverisce anche il patrimonio genetico. Questo rende le popolazioni meno capaci di adattarsi a cambiamenti ambientali sempre più comuni, come il riscaldamento degli oceani, impoverendo ulteriormente un pesce già fortemente a rischio di sopravvivenza.

A complicare ulteriormente il quadro interviene il cambiamento climatico. Il tonno è una specie altamente migratoria e le sue rotte dipendono fortemente dalla temperatura degli oceani: con il riscaldamento globale, questi pesci stanno modificando i propri spostamenti, entrando in aree soggette a diverse giurisdizioni e regolamentazioni (la pesca è divisa in zone FAO, aree geografiche delimitate dall'organizzazione per facilitare il monitoraggio e la gestione delle risorse ittiche). Questo rende molto più difficile coordinare la gestione internazionale della pesca e aumenta il rischio di sfruttamento eccessivo.
La questione della sostenibilità è quindi centrale: una pesca sostenibile dovrebbe garantire che le catture non superino la capacità di ripopolamento delle specie, proteggendo al tempo stesso gli ecosistemi marini. Tuttavia, nel caso del tonno, questo obiettivo è difficile da raggiungere senza una cooperazione internazionale efficace, controlli rigorosi e una riduzione della pressione di mercato. Il tonno, infatti, non è solo una risorsa economica, ma anche un elemento chiave degli ecosistemi oceanici: la sua diminuzione può avere effetti a catena su tutta la rete alimentare marina.
Le principali specie di tonno e il loro stato di conservazione
Per comprendere davvero la crisi della pesca del tonno, è fondamentale distinguere tra le diverse specie, perché non tutte si trovano nella stessa condizione. Il termine “tonno”, infatti, indica un gruppo di specie appartenenti al genere Thunnus e ad altri generi affini, con caratteristiche biologiche e livelli di sfruttamento molto diversi. Il loro stato di conservazione viene generalmente valutato dalla Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN), che rappresenta il principale riferimento scientifico globale in materia.
Tra le specie più minacciate spicca il Thunnus thynnus, noto anche come tonno rosso dell’Atlantico. Per decenni è stato oggetto di una pesca intensiva, alimentata soprattutto dalle sue carni particolarmente gustose e pregiate, usate per preparazioni come sushi e sashimi, solo per citare due delle più note. Puoi immaginare che la richiesta di mercato sia molto elevata, ma il tonno rosso è una specie molto vulnerabile a causa della crescita lenta e della maturità sessuale tardiva, che rendono difficile il recupero degli stock. Dopo un periodo critico in cui era considerato a rischio elevato, le misure di gestione più restrittive hanno permesso unparziale miglioramento, ma resta una specie attentamente monitorata e ancora esposta a pressioni significative.

Una situazione simile, ma in alcuni casi ancora più delicata, riguarda il Thunnus maccoyii, meglio noto come tonno australe: questa specie, diffusa nell’emisfero omonimo, è stata classificata per lungo tempo come in pericolo critico a causa della sovrapesca. Nonostante gli sforzi internazionali per limitarne la cattura, il recupero è lento e incerto, anche perché le popolazioni sono state ridotte drasticamente nel corso del XX secolo. Tra le specie considerate vulnerabili si trova anche il Thunnus obesus, conosciuto come tonno Bigeye o obeso: è molto apprezzato commercialmente e viene pescato intensamente in tutti gli oceani tropicali. Il problema principale riguarda la cattura eccessiva di esemplari giovani, spesso associata a tecniche come l’uso dei dispositivi di aggregazione dei pesci (FAD), che aumentano l’efficienza della pesca ma riducono la capacità delle popolazioni di rinnovarsi.
In una condizione intermedia si colloca il Thunnus albacares (tonno pinna gialla), una delle specie più diffuse e pescate al mondo. Alcuni stock risultano relativamente stabili, mentre altri mostrano segnali di sovrasfruttamento. Questo rende la valutazione complessiva difficoltosa: non è una specie uniformemente a rischio, ma richiede una gestione attenta e differenziata a seconda delle aree geografiche.

Tra le specie meno minacciate, almeno allo stato attuale, si trova il Katsuwonus pelamis (tonnetto striato): è tra le tipologie più pescate al mondo, spesso utilizzato per i prodotti in scatola, proprio per via della sua maggiore resilienza, dovuta a caratteristiche biologiche favorevoli. La specie, infatti, cresce rapidamente, si riproduce presto e in grandi quantità, peculiarità che consentono al tonnetto striato di sostenere livelli di pesca più elevati rispetto ad altre specie, anche se non è completamente immune da rischi in caso di cattiva gestione. Un caso particolare è quello del Thunnus alalunga (conosciuto semplicemente come alalunga), diffuso in diversi oceani. Alcune popolazioni sono considerate relativamente sane, mentre altre risultano sfruttate al limite. Anche qui emerge chiaramente come lo stato di conservazione non dipenda solo dalla specie, ma anche dall’area e dalle politiche di gestione adottate.
Nel complesso, il quadro globale evidenzia una forte eterogeneità: alcune specie di tonno mostrano segnali di recupero grazie a regolamentazioni più efficaci, mentre altre restano in condizioni critiche o vulnerabili. Questa variabilità dimostra quanto sia importante una gestione basata su dati scientifici aggiornati e su una cooperazione internazionale solida. Non esiste, infatti, una soluzione unica: ogni specie richiede strategie specifiche che tengano conto delle sue caratteristiche biologiche e del contesto ecologico in cui vive. In definitiva, parlare di “tonno a rischio” in modo generico è riduttivo. È più corretto riconoscere che esiste un insieme di specie con livelli diversi di minaccia, ma unite da una vulnerabilità comune: la dipendenza da un equilibrio delicato tra sfruttamento umano e capacità di rigenerazione naturale.
Come riconoscere le diverse specie di tonno
Alla luce di quanto esposto diventa fondamentale per l’acquirente saper riconoscere le diverse specie di tonno al momento dell’acquisto: è un passaggio importante per compiere scelte più consapevoli, sia dal punto di vista della qualità sia della sostenibilità. Riconoscere che tipo di tonno si trova sul banco, però, non è così semplice, perché il termine ‘tonno’ viene spesso usato in modo generico nel linguaggio commerciale, mentre in realtà comprende specie molto diverse tra loro per valore, caratteristiche e stato di conservazione.
Nel caso dei prodotti confezionati, come il tonno in scatola, l’etichetta rappresenta la principale fonte di informazione. La normativa europea obbliga a indicare il nome scientifico o commerciale della specie, anche se talvolta compare in caratteri poco evidenti. È quindi utile saper riconoscere alcune denominazioni: ad esempio, il tonnetto striato, indicato come Katsuwonus pelamis, è la specie più comune nei prodotti in scatola ed è generalmente anche la più sostenibile, mentre il tonno pinna gialla è più o meno sostenibile a seconda della sua provenienza; anch'esso è molto diffuso nel campo del tonno in scatola, riconoscibile per la sua carne più chiara e compatta. Più raro nelle conserve, ma presente nei prodotti di fascia alta, è il tonno alalunga, riconoscibile per la carne molto chiara, quasi rosata.

Un altro elemento importante da leggere in etichetta è la zona di pesca indicata con codici FAO (ad esempio FAO 37 per il Mediterraneo): questa informazione consente di capire da quale area proviene il pesce, un dato rilevante perché lo stato degli stock varia notevolmente da una regione all’altra. Anche il metodo di pesca può essere riportato: diciture come “pescato a canna” o “pole and line” indicano tecniche più selettive e con minore impatto ambientale rispetto ad altri sistemi industriali.
Quando si acquista tonno fresco o decongelato al banco, il riconoscimento diventa più complesso e si basa soprattutto su caratteristiche visive. Il colore della carne è uno degli indicatori principali: il tonno rosso presenta una carne rosso intenso, quasi violacea, molto pregiata e ricca di grasso, il tonno pinna gialla ha invece una tonalità più chiara, tendente al rosa, mentre il tonno Big Eye può avere una colorazione intermedia, con fibre più evidenti e consistenza compatta. Anche la marezzatura (cioè la presenza di sottili venature di grasso) è un indizio utile: è particolarmente evidente nel tonno rosso, che per questo risulta più saporito e costoso.

Tuttavia, queste differenze non sono sempre facili da cogliere per un consumatore non esperto, anche perché il taglio e la conservazione possono alterare l’aspetto del pesce. Proprio per questo il venditore è obbligato per legge alla trasparenza: anche il pesce venduto sfuso deve essere accompagnato da informazioni obbligatorie, tra cui nome commerciale, metodo di produzione (pescato o allevato), zona di cattura. Se hai dubbi, non esitare a chiedere chiarimenti, perché un rivenditore affidabile dovrebbe essere in grado di indicare con precisione la specie e la provenienza.
Infine, è importante sottolineare che la riconoscibilità delle specie non è solo una questione di qualità gastronomica, ma anche di responsabilità ambientale. Scegliere specie meno sfruttate, come il tonnetto striato, o prodotti provenienti da filiere certificate può contribuire a ridurre la pressione sulle popolazioni più a rischio. Per questo è fondamentale che il consumatore impari a leggere le etichette, così da sapere cosa sta acquistando, ma anche che sappia quali sono i tipi di tonno considerati maggiormente in pericolo.
Come scegliere tonno più sostenibile e tutte le alternative valide
Scegliere tonno in modo sostenibile significa, in sostanza, ridurre l’impatto della propria scelta sulle popolazioni più vulnerabili e sugli ecosistemi marini. Non si tratta necessariamente di rinunciare del tutto a questo alimento, ma di orientarsi verso specie, metodi di pesca e filiere che garantiscano un equilibrio tra consumo e conservazione.
Un primo criterio fondamentale riguarda la specie. Come visto, non tutti i tonni sono uguali: alcune specie sono molto più resilienti di altre. In generale, il tonnetto striato rappresenta una delle opzioni più sostenibili, e anche alcune popolazioni di tonno pinna gialla possono essere una scelta accettabile, purché provengano da aree ben gestite. Al contrario, è consigliabile limitare o evitare il consumo di specie più a rischio o storicamente sovrasfruttate, come il tonno rosso, soprattutto quando non è possibile verificarne l’origine certificata.

Un secondo aspetto cruciale è il metodo di pesca: tecniche selettive come la pesca a canna (“pole and line”) consentono di catturare i pesci uno alla volta, riducendo drasticamente le catture accidentali (bycatch) di altre specie, come squali, tartarughe o uccelli marini. Al contrario, metodi industriali come le reti a circuizione associate a dispositivi di aggregazione dei pesci (FAD) sono molto efficienti ma possono avere un impatto ambientale significativo, soprattutto perché favoriscono la cattura di esemplari giovani e di specie non bersaglio.
Le certificazioni possono offrire un valido aiuto per orientarsi: tra le più diffuse c’è quella del Marine Stewardship Council (MSC), un’organizzazione internazionale non profit che promuove la pesca sostenibile attraverso uno standard basato su criteri scientifici, come la salute degli stock ittici, l’impatto ambientale e la gestione delle attività di pesca. I prodotti certificati sono riconoscibili dal marchio blu MSC in etichetta. Tuttavia, è importante considerare queste certificazioni come uno strumento utile ma non infallibile, da affiancare sempre a una valutazione più ampia della provenienza e del metodo di pesca.
Alternare il consumo di tonno con altre specie maggiormente sostenibili è una buona pratica a cui abituarsi, sia per ridurre la pressione sulle specie più richieste che per variare maggiormente la tua alimentazione. Una delle alternative più efficaci è rappresentata dai cosiddetti pesci azzurri, un gruppo che include specie come lo sgombro (Scomber scombrus), le sardine (Sardina pilchardus) e le alici (Engraulis encrasicolus). Questi pesci condividono alcune caratteristiche fondamentali: hanno cicli vitali brevi, crescono rapidamente e si riproducono in grandi quantità, caratteristiche che li rendono molto più resilienti alla pesca rispetto ai grandi tonni, che impiegano anni per raggiungere la maturità. Inoltre, occupano livelli più bassi nella catena alimentare, il che significa che il loro sfruttamento ha un impatto minore sull’intero ecosistema marino.

Dal punto di vista nutrizionale, queste alternative non sono affatto inferiori. Al contrario, sgombri, sardine e alici sono particolarmente ricchi di acidi grassi omega-3, proteine di alta qualità e micronutrienti essenziali. In molti casi, presentano anche livelli inferiori di contaminanti come il mercurio, che tende ad accumularsi nei grandi predatori come il tonno. Un’altra opzione interessante è rappresentata da specie meno conosciute o sottoutilizzate, spesso definite “pesce povero” o “pesce dimenticato”: si tratta di specie locali che non hanno un grande valore commerciale ma sono abbondanti e ben adattate agli ecosistemi regionali. Valorizzarle significa non solo ridurre la pressione su specie sovrasfruttate, ma anche sostenere la pesca artigianale e le economie locali.
Un aspetto spesso trascurato riguarda anche le modalità di trasformazione e consumo. Ad esempio, il tonno è molto diffuso sotto forma di prodotto in scatola: scegliere conserve alternative a base di sgombro o sardine può essere un gesto semplice ma significativo. Queste opzioni sono ormai facilmente reperibili e, in molti casi, più economiche. Inoltre, si prestano a un’ampia varietà di preparazioni culinarie, rendendo la transizione alimentare più accessibile. Infine, la sostenibilità passa anche attraverso una maggiore consapevolezza complessiva: ridurre gli sprechi, privilegiare prodotti di qualità rispetto alla quantità e informarsi sulle filiere sono comportamenti che, nel loro insieme, possono avere un impatto reale. Il consumatore, infatti, non è solo l’ultimo anello della catena, ma un attore in grado di influenzare il mercato: orientando la domanda verso prodotti più sostenibili, può contribuire concretamente a spingere l’intero settore verso pratiche più responsabili.