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18 Giugno 2026 16:00

Più take away, meno bar di quartiere: come cambiano i centri storici delle nostre città

Nei centri storici cresce l'offerta di take away e locali dedicati al consumo veloce, mentre diminuiscono i bar tradizionali. Il Sud è in espansione, trainato da Napoli (+19,7%) e Taranto (+10,6%), mentre diverse città del Centro-Nord registrano forti perdite.

A cura di Francesca Fiore
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Nei centri storici italiani sta cambiando il modo di mangiare, bere e vivere la città: avanzano i take away, le attività da asporto e i locali pensati per il consumo veloce; arretrano invece i bar tradizionali, quelli della colazione al bancone e del caffè sotto casa. È questa una delle fotografie più nette che emerge dall’indagine "Pubblici esercizi e movida. La demografia d’impresa nei centri storici”, realizzata da Fipe-Confcommercio con il Centro Studi Guglielmo Tagliacarne.

Sempre più locali da asporto

Il dato più evidente riguarda i centri storici e le zone della movida: qui crescono le attività con pochi tavoli, spazi ridotti, personale limitato e un’offerta pensata soprattutto per prendere cibo o bevande e consumarli altrove. A Roma, in una parte di Trastevere analizzata dallo studio, i take away sono aumentati del 33,3%. Nello stesso periodo, i bar tradizionali sono diminuiti del 24,1%. A Milano, nell’area di Porta Venezia, le attività di ristorazione con servizio sono cresciute del 53,2%, mentre quelle da asporto sono aumentate del 32%.

Sono numeri che raccontano una trasformazione concreta: nei quartieri più frequentati da turisti, giovani e movida, l’offerta si sposta sempre di più verso formule rapide, economiche e ad alto ricambio.

Meno bar, meno presìdi di quartiere

Il calo dei bar è uno dei segnali più forti: negli ultimi dieci anni in Italia sono spariti oltre 22mila bar, con una flessione del 18,2%. Non sempre si tratta di chiusure vere e proprie: in molti casi, spiega Fipe, i bar si sono trasformati in ristoranti o in altre attività di somministrazione.

Ma il risultato per le città è comunque evidente: diminuiscono i locali più tradizionali, quelli che per anni hanno funzionato come punti di riferimento per residenti, lavoratori e comunità di quartiere. Il bar sotto casa, inftti, non è solo un’impresa: èspesso un luogo di socialità, controllo informale del territorio e vita quotidiana. Quando arretra, cambia anche l’equilibrio del contesto.

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Cibo veloce, prezzi bassi e nuovi problemi urbani

La crescita dei take away non è di per sé un problema. Risponde a nuove abitudini di consumo: si mangia più velocemente, si spende meno, si cerca flessibilità.

Ma nelle aree più fragili dei centri storici questa trasformazione può avere effetti pesanti. Secondo Fipe, la concentrazione di attività orientate al consumo rapido, spesso anche alla vendita di alcol a basso costo, può aumentare rumore, rifiuti, affollamento e tensioni con i residenti. Il punto non è demonizzare il take away, ma governarne la diffusione: se troppe attività simili si concentrano nelle stesse strade, il rischio è che i centri storici perdano varietà commerciale e qualità urbana.

Un settore ancora enorme, ma in rallentamento

Nonostante questi cambiamenti, i pubblici esercizi restano una presenza fondamentale in Italia. Il settore conta oltre 262mila imprese attive, con una densità media di un locale ogni 182 abitanti. Solo 162 comuni italiani, pari al 2% del totale, non dispongono di almeno un bar o un ristorante.

Una rete capillare che continua a svolgere un ruolo importante non solo dal punto di vista economico, ma anche come presidio di socialità e vitalità urbana. Il quadro generale, però, mostra segnali di rallentamento: negli ultimi dieci anni il numero delle imprese attive è diminuito del 3,7%, con quasi 10mila attività in meno, a conferma delle difficoltà che il settore sta attraversando e delle profonde trasformazioni in corso nell'offerta commerciale.

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Il Nord arretra, il Sud cresce

La geografia del settore mostra inoltre un'Italia a due velocità. Diverse città del Centro-Nord registrano una diminuzione del numero di pubblici esercizi: tra i casi evidenziati dallo studio figurano Trieste (-16%), Pisa (-14,6%), Pesaro (-18,3%) e Ancona (-17%). Un andamento che riflette un mercato ormai maturo e le maggiori difficoltà legate ai costi di gestione.

Nel Mezzogiorno, al contrario, il settore continua a espandersi: Napoli registra il saldo positivo più elevato, con 704 nuove attività e una crescita del 19,7%; Seguono Taranto (+10,6%), Palermo (+8,7%) e Bari (+5,8%). Secondo Fipe, in molte aree del Sud la ristorazione rappresenta ancora un'importante opportunità imprenditoriale e una leva per la creazione di occupazione e autoimpiego.

Fipe: non bastano le ordinanze

Per la Fipe, la risposta non può limitarsi a ordinanze sugli orari o divieti temporanei: misure di questo tipo rischiano di colpire soprattutto le imprese regolari, senza risolvere le cause profonde della malamovida e del degrado. "Il proliferare di attività di ristorazione senza servizio, senza personale, con locali di pochi metri quadrati sta creando seri squilibri nella qualità dell'offerta commerciale delle città – ha spiegato Il presidente Lino Enrico Stoppani – Le dinamiche in atto nei nostri centri storici richiedono una visione strategica e strumenti di governo del territorio, non semplici interventi emergenziali. Limitarsi a ordinanze sugli orari rischia di penalizzare le imprese regolari senza affrontare le cause strutturali del fenomeno".

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