
Negli ultimi anni diversi creator italiani provenienti dal mondo del gaming e dell'intrattenimento online hanno deciso di investire nella ristorazione. Hamburgerie, dark kitchen, street food e locali costruiti attorno a brand personali sono diventati uno degli sbocchi imprenditoriali di chi, dopo aver accumulato milioni di follower su YouTube, Twitch, Instagram e TikTok, cerca di trasformare la propria notorietà digitale in un'attività che esista anche fuori dalle piattaforme.
A prima vista il passaggio sembra quasi naturale: se milioni di persone guardano ogni giorno quello che mangi, comprano il tuo merchandising e seguono i tuoi consigli, perché non provare a servirgli direttamente la cena? La risposta è arrivata sotto forma di hamburger, pizze, poke e altri format veloci. Il fenomeno, però, è interessante soprattutto perché rappresenta l'ultima evoluzione di un rapporto tra cultura nerd e ristorazione che esiste da molto prima degli influencer. È cambiato il punto di partenza: se un tempo si apriva un locale per riunire una comunità di appassionati, oggi sempre più spesso è una comunità già esistente a rendere possibile l'apertura del locale.
La differenza non è secondaria: un creator molto seguito può garantire a una nuova attività una visibilità che un ristoratore tradizionale impiega spesso anni a costruire e può portare migliaia di persone a un'inaugurazione prima ancora che esistano recensioni, passaparola e una reputazione gastronomica. Ma una fila davanti alla porta certifica soprattutto che il marketing ha funzionato; per sapere se funziona anche il ristorante bisogna aspettare un po' di più.
Prima dei ristoranti dei gamer c'erano i nerd pub
Il rapporto tra cultura nerd e locali pubblici non nasce con gli streamer. Già dagli anni Duemila, e con maggiore diffusione nel decennio successivo, ludopub, gaming bar ed eSports bar hanno cercato di creare spazi di aggregazione per comunità abituate a incontrarsi soprattutto online, nelle fumetterie o durante fiere ed eventi. Videogiochi, giochi da tavolo, giochi di ruolo, carte collezionabili e cultura fantasy diventavano parte dell'identità del locale insieme a birre, cocktail, panini e altri prodotti semplici da consumare durante una partita.
In Italia esistono diversi esempi di questo modello: per citare un esempio il Victorian Monkey di Roma, nato nel 2015, che si presenta ancora oggi come un punto di incontro per gli appassionati e mette a disposizione oltre 200 giochi, oltre a organizzare attività dedicate a Dungeons & Dragons, Magic, Pokémon e Yu-Gi-Oh. Più recentemente anche un'azienda strutturata del settore come Cranio Creations ha investito direttamente nella formula: nel 2023 ha aperto a Milano Draft?, un ludopub nel quale giochi da tavolo, birra e cucina fanno parte dello stesso progetto, successivamente sviluppato anche in altre città.
Il meccanismo era abbastanza semplice: il locale nasceva intorno a una passione e doveva costruirsi progressivamente una comunità di clienti. Ma, con l'affermazione dei grandi creator il rapporto si è praticamente invertito: oggi il potenziale imprenditore può partire avendo già centinaia di migliaia, quando non milioni, di persone che conoscono il suo nome.
Quando i gamer sono diventati dei brand
Come è noto, YouTube e successivamente Twitch hanno trasformato alcuni creator provenienti dal gaming in personaggi con audience enormi. Parallelamente è cambiato il loro modello economico: alle entrate pubblicitarie delle piattaforme si sono aggiunti sponsorizzazioni, merchandising, libri, eventi e prodotti proprietari. A quel punto la ristorazione è diventata uno dei possibili passaggi successivi.
Il caso di CiccioGamer89 è particolarmente significativo perché l'avvicinamento al food è stato progressivo. Mirko Alessandrini ha iniziato come creator legato principalmente ai videogiochi, ha poi introdotto contenuti gastronomici, pubblicato libri dedicati anche al mondo degli hamburger, sperimentato delivery e temporary store e infine, nel giugno 2025, aperto a Roma I Burger di CiccioGamer89. Il progetto è stato sviluppato insieme a Star Kitchen, società nata proprio per creare e gestire brand di food retail insieme a influencer e talent.
Ed è un dettaglio importante: dietro questi progetti, almeno nei casi più strutturati, non c'è semplicemente uno youtuber che un lunedì mattina si sveglia e decide di comprare una piastra. Esistono ormai società che considerano la notorietà digitale un asset sul quale costruire un'attività food: il creator mette nome, pubblico e comunicazione, mentre partner specializzati dovrebbero occuparsi di tutto ciò che rende effettivamente possibile gestire un locale.

Perché finiscono quasi tutti tra hamburger, pizza e street food?
Anche la scelta dei prodotti racconta qualcosa: i format legati ai creator si concentrano spesso su hamburger, pizza, fritti, poke e più in generale sul fast casual. Sono prodotti conosciuti, adatti a un pubblico giovane, semplici da comunicare sui social e facilmente trasformabili in un marchio. Un hamburger può avere il nome di un meme della community, essere mostrato efficacemente in un Reel, viaggiare in delivery e, almeno sulla carta, essere standardizzato e replicato in più punti vendita.
Questo non significa che aprire un'hamburgeria sia semplice. Materie prime, cotture, conservazione, standardizzazione, food cost, approvvigionamenti, sicurezza alimentare e formazione del personale continuano a esistere anche se il proprietario ha tre milioni di follower. Semplicemente, un burger si presta molto meglio di un menu degustazione da dodici portate a essere trasformato in un'estensione di un personal brand.
Milioni di follower, clienti dal giorno zero
Qui arriviamo al vantaggio che nessun ristoratore tradizionale può facilmente replicare: il creator possiede già il pubblico. Normalmente un'attività deve farsi conoscere, conquistare i primi clienti, accumulare recensioni e costruire progressivamente una reputazione. Un personaggio molto seguito può annunciare un'apertura sui propri canali e trovarsi immediatamente con una fila davanti alla porta.
CiccioGamer89 lo aveva già sperimentato nel 2024, quando un temporary store romano dedicato ai suoi hamburger attirò molte più persone di quelle previste. È successo nuovamente, su una scala notevole, con Space Patty Burger, aperto a Milano nel gennaio 2026 da Riccardo Dose e Daniel D'Addetta, conosciuto come Dadda. L'inaugurazione ha richiamato migliaia di persone e ha creato problemi organizzativi proprio per l'enorme affluenza.
Dal punto di vista del marketing è una condizione quasi ideale: il cliente arriva prima ancora che il locale abbia avuto il tempo di costruirsi una reputazione gastronomica. Ed è qui che il modello diventa interessante ma anche rischioso. La notorietà del fondatore può anticipare il giudizio sul prodotto, mentre nella ristorazione tradizionale avviene generalmente il contrario: prima qualcuno mangia, poi eventualmente parla bene del ristorante.
Il vero test comincia quindi dopo l'inaugurazione: quando sono passati i selfie, i video dell'apertura e l'effetto novità, bisogna convincere una persona a tornare semplicemente perché ha mangiato bene, è stata servita bene e considera corretto quello che ha pagato.
Il problema è che fare il ristoratore è un altro mestiere
Non c'è alcun motivo per cui uno streamer non possa diventare un bravo imprenditore della ristorazione. Il punto è un altro: essere molto bravi a creare contenuti non costituisce automaticamente una formazione nel settore food. Gestire un locale significa controllare costi delle materie prime e del personale, organizzare turni, approvvigionamenti e magazzino, rispettare le norme igienico-sanitarie, mantenere costanti preparazioni e servizio e soprattutto far quadrare i conti. Tutte cose decisamente meno interessanti da mostrare in una storia Instagram, ma dalle quali dipende la sopravvivenza dell'attività.
E la ristorazione non è particolarmente indulgente con chi sbaglia. Secondo il Rapporto Ristorazione 2026 di FIPE-Confcommercio, nel 2025 sono nate in Italia 10.062 imprese del settore mentre 25.239 hanno cessato l'attività. Per i pubblici esercizi il tasso di sopravvivenza a cinque anni si aggira intorno al 53%. Questi dati riguardano naturalmente l'intero comparto e non dimostrano che i locali dei creator falliscano più degli altri. Servono però a ricordare che persino chi apre un'attività con esperienza e competenze specifiche entra in un mercato nel quale rimanere aperti è tutt'altro che scontato.
Il vantaggio di una fanbase è quindi enorme, ma circoscritto. Può ridurre drasticamente uno dei problemi iniziali, cioè trovare clienti, ma non abbassa il costo della carne, non forma il personale, non organizza una cucina e non corregge un food cost sbagliato. A un certo punto il numero degli iscritti al canale YouTube smette semplicemente di essere un indicatore utile.
Poi qualcuno assaggia davvero: il "Processo di Norimburger"
C'è infine un problema che riguarda specificamente i ristoranti dei personaggi pubblici: la difficoltà di separare il giudizio sul prodotto dal giudizio sulla persona. Lo abbiamo visto con il cosiddetto "Processo di Norimburger", la lunga e piuttosto surreale serie di recensioni, repliche, video e reaction nata attorno a Space Patty Burger e successivamente allargatasi ad altri personaggi del food web.
La vicenda è interessante proprio perché parte da una domanda banalissima – questi hamburger sono buoni e valgono quello che costano? – e finisce per coinvolgere rapporti tra creator, sponsorizzazioni, credibilità dei recensori e community schierate. Quando il proprietario del locale è anche un personaggio pubblico, una critica gastronomica può essere interpretata dai fan come un attacco al creator; allo stesso tempo una recensione positiva può essere osservata con maggiore sospetto se esistono collaborazioni, rapporti professionali o interessi comuni.
Tolto il rumore social, resta però una questione molto semplice e molto gastronomica. Un hamburger venduto al pubblico può e deve essere giudicato per qualità degli ingredienti, cottura, esecuzione, servizio, prezzo e rapporto qualità-prezzo, indipendentemente dal numero di follower di chi lo vende. La notorietà può spiegare perché una persona decida di provarlo, non perché debba necessariamente considerarlo buono.
Chi sta funzionando e chi no? È ancora presto per dare voti
A questo punto vale la pena allargare lo sguardo, perché CiccioGamer89, Dose e Dadda sono soltanto i casi più recenti e rumorosi di un fenomeno ormai molto più ampio. Negli ultimi anni il passaggio dai social alla ristorazione ha coinvolto creator con percorsi molto diversi: Mocho ha sviluppato Meat Crew, Giovanni Fois ha lanciato Kebest, Steven Basalari è entrato nel settore con progetti come Con Mollica o Senza e Ayo Tacos, Franchino Er Criminale con Osteria Senza Pretese e Vittorio Gucci con Il Panino Perfetto. Persino Favij, uno dei nomi che hanno fatto la storia del gaming italiano su YouTube, nel 2026 è entrato nel food con un tonkotsu ramen realizzato in collaborazione con Donburi House. In quest'ultimo caso non parliamo di un ristorante di proprietà, naturalmente, ma è significativo che anche un creator nato interamente nel gaming possa oggi prestare il proprio nome non soltanto a videogiochi, tecnologia o merchandising, ma a un piatto servito in un ristorante.

Mettere tutti questi progetti nello stesso calderone, però, sarebbe sbagliato. C'è chi concede sostanzialmente nome e immagine a un prodotto, chi entra in società con operatori della ristorazione e chi prova invece a costruire un vero format destinato a durare e possibilmente a moltiplicarsi. È proprio qui che iniziano a emergere le differenze.
Mocho, per esempio, arriva al progetto Meat Crew dopo anni trascorsi a raccontare e studiare soprattutto lo street food americano: il brand è passato attraverso e-commerce, food truck e temporary restaurant prima dell'apertura del primo locale fisico e successivamente si è sviluppato in più punti vendita. È un percorso molto diverso dall'aprire un ristorante facendo leva quasi esclusivamente sulla notorietà del fondatore. Anche CiccioGamer89 ha seguito una fase di sperimentazione prima del locale romano: contenuti food, un libro dedicato ai burger, delivery attraverso dark kitchen e temporary store, fino all'apertura del ristorante fisico nel 2025 insieme a Star Kitchen, società creata proprio per sviluppare brand di ristorazione con influencer e talent. Dietro il creator, quindi, esiste almeno sulla carta una struttura che porta competenze di food retail, tecnologia, finanza, marketing e gestione dei processi.
Space Patty Burger si trova invece ancora nella fase in cui è difficile separare la performance del ristorante dalla forza mediatica dei suoi fondatori. Dose e Dadda hanno dimostrato di poter generare immediatamente una domanda enorme, ma proprio le difficoltà organizzative dell'apertura e le successive discussioni sulla qualità degli hamburger hanno mostrato quanto velocemente il giudizio possa passare dal creator al prodotto. Il punto non è stabilire dopo pochi mesi se Space Patty sia un successo o un fallimento: è capire se, esaurita la curiosità iniziale, riuscirà a costruire una clientela che torni anche senza l'effetto evento. Le polemiche nate intorno al locale mostrano già quanto il passaggio non sia automatico.
È quindi ancora presto per compilare una classifica di promossi e bocciati: alcuni progetti sono aperti da pochi mesi, altri sono collaborazioni temporanee e altri ancora hanno già una storia abbastanza lunga da poter essere osservati come vere attività imprenditoriali. La distinzione più interessante, almeno per ora, sembra essere un'altra: da una parte ci sono creator che utilizzano la notorietà come punto di partenza e costruiscono attorno a essa competenze, soci e strutture professionali; dall'altra c'è il rischio di considerare la community come una scorciatoia sufficiente per entrare in un settore estremamente complesso. La prima può diventare un'impresa di ristorazione. La seconda può certamente riempire un locale all'inaugurazione; per sapere cosa succede dopo, bisogna aspettare che finisca la fila.
La partita vera comincia quando il creator non basta più
Il passaggio dai nerd pub ai locali dei gamer racconta bene come sia cambiata la creator economy. Prima esisteva una comunità di appassionati e qualcuno costruiva uno spazio nel quale farla incontrare; oggi può esistere prima un personaggio, poi una community enorme attorno a lui e infine un'attività commerciale progettata per trasformare parte di quel pubblico in clientela.
Non c'è nulla di anomalo in questo processo: un creator utilizza il proprio capitale di notorietà esattamente come un calciatore, un attore o qualsiasi altro personaggio famoso che decide di investire nella ristorazione. La differenza è che gli influencer possiedono un rapporto quotidiano e molto più diretto con il proprio pubblico, e questo rende particolarmente potente il lancio di un'attività costruita attorno al loro nome.
La questione interessante viene dopo: il successo social può portare migliaia di persone davanti alla porta, ma la sostenibilità di un ristorante si misura sulla capacità di farle tornare quando l'inaugurazione è finita. È in quel momento che follower, visualizzazioni e hype perdono progressivamente importanza e tornano a contare parametri molto meno nuovi: qualità, prezzo, servizio, organizzazione e continuità. In altre parole, dopo tutta questa evoluzione digitale, il problema finale è rimasto sorprendentemente tradizionale: bisogna saper fare ristorazione.