
Il miele è uno dei prodotti più preziosi che la natura ci offre,ricco di benefici per il nostro organismo e così versatile da poter essere utilizzato in qualsiasi tipo di ricetta. Esistono tantissime varietà di miele, ognuna con caratteristiche uniche: alcune, però, si distinguono per la particolarità della produzione e delle proprietà organolettiche. Rientra in questa categoria il miele d’alta quota del Matese, una vera rarità nel mondo del miele italiano prodotta nel cuore dei Monti del Matese, area montana a metà tra Campania e Molise divenuta di recente Parco Nazionale.
Qui, tra le province di Caserta e Benevento, cinque apicoltori portano avanti la produzione di miele, da sempre legata alla tradizione del territorio. Cosa rende speciale il loro prodotto? Gli alveari sono collocati a più di seicento metri di altitudine e le api raccolgono il nettare da un territorio incontaminato e dalla grande biodiversità, fatto di verdi e fresche praterie incastonate tra cime che superano i duemila metri. Il risultato è un miele purissimo e raro, prodotto in quantità molto limitate, ma che sta attirando sempre più attenzione per le sue caratteristiche distintive, tanto da diventare Presidio Slow Food nel 2025.
Che cos’è il miele di alta quota del Matese
I Monti del Matese sono un imponente massiccio calcareo dell’Appennino situato al confine tra Campania (province di Caserta e Benevento) e Molise (province di Campobasso e Isernia). È un’area dalla natura selvaggia, caratterizzata da alte vette che superano i duemila metri, specchi d’acqua limpida, boschi e prati dalla biodiversità ricchissima. In questo territorio montano quasi incontaminato è sempre stata forte la vocazione pastorale, tanto che ancora si conserva l’antica tradizione della transumanza, ma i locali praticano da secoli anche l’apicoltura.
Oggi, cinque produttori collocati tra le province di Caserta e di Benevento, mantengono viva l’antica tradizione della produzione del miele. Non un miele qualsiasi, ma di alta quota: gli alveari sono collocati dai seicento metri di altitudine in su, in un ambiente ricco di biodiversità sia animale sia vegetale, dove la presenza dell’uomo resta ancora oggi limitata. L’altitudine è fondamentale per il prodotto finale, perché al di sopra della quota specificata dal disciplinare è diffusa tutta una serie di piante particolari, specie come cardo, tarassaco, biancospino, agrifoglio e ciliegi selvatici, oltre ad alberi come i pini neri, faggi, lecci e abeti rossi. Inoltre, nel Matese, a questa quota i pianori carsici si alternano a doline, e il sottosuolo è ricco d'acqua, tutte particolarità che, sommate insieme, creano un habitat di grande interesse. Le api, quindi, raccolgono il nettare da una vegetazione particolare, tipicamente montana e molto sfaccettata, oltre che del tutto spontanea, regalando prodotti eccezionali e ogni anno diversi.

Le bottinature – le operazioni di raccolta all'esterno dell'alveare svolte dalle api operaie adulte, dette bottinatrici – sono brevi, legate alla notevole variabilità del tempo atmosferico, con piogge frequenti e improvvise che si alternano a schiarite: di conseguenza la produzione di miele è molto ridotta e il prodotto è tanto puro quanto raro. Il sapore, la consistenza, il colore e l’odore del miele d’alta quota del Matese sono diversi da qualunque altro tipo di miele, espressione di una biodiversità floreale e arbustiva estremamente preziosa.
I produttori del miele d’alta quota dei Monti del Matese
Parte di ciò che rende speciale il miele dei Monti del Matese sono i suoi produttori, un vero esempio di resilienza e di attaccamento al territorio. L’area del Matese, negli ultimi anni, sta attraversando una fase di crisi e di abbandono: sono sempre di più i contadini e i pastori che abbandonano l’alta quota, a favore di impieghi più stabili nelle aree a quote più basse e nelle vallate: una crisi che abbraccia anche i piccoli comuni del Matese, che si spopolano sempre più in fretta.
In questo contesto, il lavoro dei produttori del miele del Matese diventa ancora più prezioso: non si tratta solo di creare un prodotto naturale dalle qualità eccellenti, ma di un progetto che mantiene vive le antiche tradizioni e promuove le comunità locali, contribuendo a mantenerle attive.
Tra loro c’è Antonella Eduardo, la referente dei produttori del miele del Matese, apicoltrice “stanziale” che alleva le sue api a 900 metri, lontano da coltivazioni e pesticidi, in arnie costruite personalmente da lei. Con una laurea in Beni Culturali in mano, Antonella ha scelto comunque la via dell’apicoltura: spinta dalla curiosità si è iscritta a un corso, e dopo una manciata di anni come hobbista ha scelto di farne un mestiere. Antonella e gli altri produttori vivono e lavorano nell’area del Parco Nazionale, producendo un miele non trattato, nato da un territorio incontaminato e da prati spontanei, dove non si pratica agricoltura né la semina dei fiori.

Proprio per questo il disciplinare del Presidio ha stabilito regole ben precise per promuovere e proteggere questo modello di apicoltura sostenibile. Per favorire l’apicoltura stanziale e i produttori locali sono state coinvolte solo le aziende che si trovano all’interno dell’area protetta, ma una grande attenzione è stata riservata anche alla protezione del territorio.
Per non impoverire la risorsa floreale, già limitata in quota, è stato stabilito che ogni apiario non superi i 25 alveari e che tra un impianto e l’altro ci siano almeno 500 metri di distanza. In questo modo si evita la competizione con impollinatori selvatici come bombi e farfalle, che si nutrono di nettare e polline proprio come le api. E guai a pensare di trasformare l’apicoltura in una pratica intensiva: il progetto è che il miele d’alta quota dei prati dei Monti del Matese rimanga un prodotto di nicchia, ma che l'esempio di questi produttori possa incoraggiare a tornare a un approccio estensivo anche chi, sull’Appennino, alleva ovini, caprini e bovini.
Le caratteristiche organolettiche del miele del Matese
Il miele prodotto tra i monti del Matese fotografa perfettamente la varietà del territorio: in primavera è chiaro, dorato e racchiude in sé tutti i profumi delle fioriture stagionali, con una prevalenza di timo, origano e santoreggia. Nella raccolta estiva, invece, il miele assume una tonalità più scura e porta con sé le note caratteristiche del castagno, delle margherite e del cardo.
L’ambiente montano rende questo miele davvero speciale, ma anche le tecniche di apicoltura utilizzate dai produttori hanno un ruolo fondamentale nell’ottenere un prodotto il più naturale possibile. Si tratta di un metodo stanziale che prevede la disposizione delle arnie in senso orizzontale, a differenza delle arnie verticali più diffuse. È una disposizione che asseconda meglio il comportamento naturale delle api, ma che semplifica anche il processo di raccolta del miele. Per le ispezioni, inoltre, l’arnia non viene aperta completamente ma solo nelle piccole parti che è necessario controllare. Infine, il miele viene lavorato a freddo e non viene pastorizzato, così che possa conservare intatte vitamine, sali minerali ed enzimi.

La varietà principale prodotta tra i Monti del Matese è il miele millefiori, ma alcuni dei produttori si cimentano in tipologie più particolari. Antonella Eduardo, per esempio, produce anche un miele di edera rarissimo, di una purezza unica: le analisi attestano una composizione al 91% di nettare di edera. È un miele dalle caratteristiche straordinarie, delicato e dolce, con note mentolate, una consistenza fine e a cui sono riconosciute molte proprietà benefiche. Ottenuto dalla fioritura autunnale, è particolarmente impegnativo da raccogliere, perché tende a solidificare molto velocemente e va lavorato entro 24 ore dalla raccolta.
La produzione del miele d’alta quota del Matese è limitata e di altissima qualità, fortemente condizionata dall’andamento climatico. Nel 2025 i quantitativi si sono ridotti a circa 500 kg, a causa di condizioni climatiche anomale nel mese di luglio che hanno compromesso gran parte della fioritura. Nonostante la rarità del prodotto, il riscontro dei mieli dei Monti del Matese è sempre più in crescita: la loro finezza è molto apprezzata e rappresenta uno stimolo importante per il futuro. Un progetto agricolo piccolo nei numeri, ma grande per visione, coerenza e protezione della biodiversità naturale di un ambiente unico.