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12 Gennaio 2026 15:51

“Menu fisso 25 euro compresa la cameriera”: quando la “goliardia” diventa vecchia e respingente

Un cartello esposto all’ingresso del Bar Danilo di Fontanafredda torna al centro delle polemiche: per il proprietario è ironia, per sindacati e critici un messaggio sessista ormai fuori tempo.

A cura di Francesca Fiore
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Da quasi dieci anni, a Fontanafredda, in provincia di Pordenone, un piccolo bar riesce ciclicamente a trasformarsi in un caso nazionale. Si tratta del Bar Danilo e il motivo è sempre lo stesso: un cartello affisso all’ingresso del locale con la scritta “Menù fisso 25 euro compresa la cameriera”. Una frase che, a seconda dello sguardo, viene liquidata come ironia innocente o denunciata come una rappresentazione sessista fuori tempo massimo.

Negli ultimi giorni la polemica è tornata a infiammarsi, questa volta con toni più netti: la Flc-Cgil ha chiesto formalmente la rimozione del cartello, definendolo un insulto alla dignità delle donne e un messaggio culturale inaccettabile nel 2026. Non una semplice scritta, secondo il sindacato, ma il sintomo di una narrazione che continua a ridurre il lavoro e il corpo femminile a oggetto di consumo o di scherno.

La goliardia come alibi

Il dibattito ha rapidamente superato i confini locali, chiamando in causa politica e opinione pubblica. Al centro, una parola che ricorre spesso in queste vicende: “goliardia”. Un termine che per molti finisce per funzionare come una scorciatoia difensiva, utile a evitare una domanda più scomoda. Non conta solo l’intenzione di chi scrive, ma l’effetto di ciò che viene letto. E qui l’effetto è chiaro: l’idea che una donna possa essere “compresa” in un prezzo, assimilata a un servizio accessorio, come se fosse parte del menù.

La difesa del proprietario

Di tutt’altro avviso il titolare del bar, Danilo Rovere, che rivendica il cartello come puro umorismo. Una provocazione pubblicitaria, inserita in un contesto di frasi ironiche che decorano il locale, senza alcuna volontà offensiva. Anzi, nella sua versione, il vero bersaglio sarebbe l’inflazione: il prezzo è rimasto invariato per nove anni, nonostante il bar non offra nemmeno pasti completi. Una scelta che il proprietario difende anche come espressione di libertà all’interno di uno spazio privato.

Ed è proprio qui che la battuta mostra le sue crepe: in nove anni non è cambiato solo il costo della vita, ma anche la sensibilità collettiva. Le parole non vivono nel vuoto: respirano l’aria del loro tempo. Ciò che un tempo poteva essere accolto con una risata oggi suona stonato, come una barzelletta raccontata quando la musica è già cambiata. Insistere nel ripeterla non la rende più ironica, ma più rigida, più incapace di leggere il contesto.

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Un messaggio che pesa

Le critiche più dure arrivano soprattutto da chi guarda oltre il singolo episodio: non si tratta solo di sentirsi offesi, ma di interrogarsi sul messaggio che passa, soprattutto alle nuove generazioni. Normalizzare certe rappresentazioni significa continuare a trasmettere un immaginario in cui la donna è ancora qualcosa da includere, da offrire, da scontare simbolicamente.

Il caso del Bar Danilo diventa così uno specchio più ampio: dove finisce la libertà di espressione e dove comincia la responsabilità sociale? Davvero ogni scherzo va difeso solo perché tale, o esiste un momento in cui l’ironia dovrebbe saper fare un passo indietro? A Fontanafredda il cartello resta appeso, immobile, ma intorno, il mondo continua a muoversi. Ed è forse proprio questo scarto, tra chi resta fermo e chi cambia, a rendere la battuta sempre meno una risata e sempre più una domanda inevasa.

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