
Sui giornali è diventata la "legge anti-kebab", ma nel testo approvato dalla giunta regionale delle Marche il 26 giugno 2026 la specialità turca di carne allo spiedo non viene mai nominata. Il provvedimento parla infatti di riqualificazione dei centri storici, di botteghe artigiane e di filiere agroalimentari locali. La proposta è per ora circoscritta al solo territorio marchigiano, ma apre un interrogativo di portata nazionale: chi decide quali attività possono aprire in un centro storico e in base a quale criterio, un quesito che a Firenze e Venezia si sono già posti da tempo.
Cosa prevede davvero la proposta di legge
La proposta di legge n. 64, intitolata "Disposizioni per la valorizzazione e la riqualificazione dei centri storici", riprende un impianto già delineato nelle linee guida regionali del 2022. Non introduce divieti espliciti, non chiude le attività esistenti e soprattutto non vieta l'apertura di nuovi locali di ristorazione etnica. Quello che fa è invece affidare ai Comuni una serie di strumenti amministrativi, che vanno dagli incentivi economici e fiscali per il commercio di prossimità fino alla facoltà di regolamentare le nuove aperture in determinate aree dei centri storici.
Il presidente della Regione Francesco Acquaroli l'ha presentata come un intervento che unisce recupero urbanistico e valorizzazione identitaria, con l'obiettivo di dare spazio ai prodotti tipici dell'enogastronomia e dell'artigianato del territorio. Ed è proprio l‘ampio margine di discrezionalità lasciato ai sindaci ad aver acceso il dibattito: sulla carta la norma non cita le insegne etniche, ma nella pratica alcuni Comuni potrebbero usarla per scoraggiare l'apertura di attività ritenute lontane dall'identità gastronomica del luogo.

Le critiche e il paradosso dei piatti "tipici"
Le opposizioni, Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi-Sinistra in testa, parlano di uno strumento che rischia di limitare la libera iniziativa commerciale senza affrontare i problemi veri dei centri storici, ovvero spopolamento, affitti alti e carenza di servizi. Diverse correnti critiche hanno sollevato anche un'obiezione più sottile: piatti considerati simbolo della tradizione marchigiana, come i vincisgrassi o il coniglio in potacchio, nascono a loro volta da secoli di contaminazioni con altre cucine, e questo rende il concetto di autenticità alimentare molto meno netto di quanto la proposta lasci intendere. Resta poi aperto un nodo giuridico, quello della compatibilità della norma con i principi europei di libera concorrenza e non discriminazione.
Quanto pesano davvero i locali etnici sull'economia dei centri storici
Un'indagine sul campo condotta ad Ancona ridimensiona molto l'idea di un'invasione di kebabberie e sushi all you can eat. Nel cuore del capoluogo si contano 13 insegne riconducibili a cucine etniche, a fronte di un'offerta tradizionale ben più ampia. I dati CNA Marche ripresi dallo stesso servizio indicano che le imprese straniere attive nella regione sono 13.046, il 9% del totale, e che di queste solo l'8,3% opera nel comparto alberghi e ristorazione. A mettere davvero in difficoltà le botteghe di una volta sono quindi gli affitti troppo alti, la concorrenza dell'e-commerce e l'arrivo delle grandi catene, non certo i chioschi di street food o i ristoranti etnici.
Vale poi la pena ricordare che porre regole al commercio nei centri storici non è certo un'invenzione marchigiana. Venezia, Firenze e Lucca lo fanno già, ma sempre sulla base di criteri urbanistici o merceologici, mai fondati in modo esplicito sull'origine di chi alza la saracinesca.
A che punto è la legge
La proposta ha superato il primo passaggio in giunta, ma la strada per diventare legge è ancora lunga: serve la doppia approvazione del Consiglio regionale delle Marche. Solo dopo quel passaggio, e attraverso i regolamenti che i singoli Comuni dovranno scrivere per applicarla, si capirà se resterà un semplice sostegno al commercio di vicinato o se prenderà la piega che il soprannome già le attribuisce.