#disgustingfood è un hashtag che lascia poco spazio all'immaginazione: ai deboli di stomaco e ai palati sopraffini poco si adatta. Secondo le classiche regole dell'attrazione, però, chi ama il buon cibo è anche irrimediabilmente attratto dal cibo disgustoso: non tanto per mangiarlo, ma certo per guardarlo. Prova ne siano le decine di pagine Facebook e Instagram dedicate al tema: piatti orribili, ricette incommentabili, preparazioni indecenti. Anche perché lo sappiamo, essere delle buone forchette non concede in automatico il patentino di cuochi provetti e, chiusi tra i nostri tinelli, di disastri ai fornelli ne abbiamo fatti tutti.

Il cibo disgustoso tuttavia richiama anche il grande tema del relativismo culturale che molto a che fare con la tavola: abitudini alimentari oltraggiose per un paese possono essere considerate delle prelibatezze per un altro. In questi casi una buona dose di curiosità antropologica serve sempre per affrontare l'ignoto culinario. Oppure si può far visita al Disgusting Food Museum di Malmö  in Svezia.

Malmö capitale del cibo disgustoso

Detta così suona malissimo e non corrisponderebbe neanche a verità, soprattutto tenendo conto del fatto che il Nord Europa è ormai meta gastronomica di grandi gourmet da diversi anni. Una cosa però è vera: la Scandinavia, per quanto abbia fatto passi da giganti nell'alta cucina, gode ancora di quel sano distacco dall'argomento che le consente di poter diventare promotrice di un museo del genere.

Altra peculiarità del DFM (da questo momento lo chiameremo così) è che ha adottato la formula del franchising, ovvero si possono aprire musei omologhi in altre città con il benestare dei suoi fondatori, Andreas Ahrens e Samuel West. Così ne è nato uno a Berlino e diverse mostre sono state allestite in città europee e americane.

La sede madre però rimane a Malmö ed è divisa principalmente in due parti, la mostra e l'area di degustazione. Si parte dall'area espositiva per concludere la visita assaggiando alcuni dei piatti e degli ingredienti incontrati nelle sale precedenti. L'obiettivo del DFM non è quello di stupire, ma di far sperimentare in prima persona il cibo di culture diverse, affinché si metta in discussione l'oggettività di ciascuna dieta alimentare. La domanda che viene posta spesso è: quanto si è disposti a cambiare le proprie abitudini alimentari per migliorare la sostenibilità ambientale?

Entriamo nel museo disgustoso

L'esperienza completa prevede una ottantina di cibi, da annusare, talvolta toccare e anche da assaggiare a fine percorso nel bar degustazione. Meglio non buttar via il biglietto, perché altro non è che un sacchetto per il vomito. Esagerati? Diremmo più previdenti se ti trovi dinanzi agli escamoles, le larve delle formiche arboree mangiate in Messico, oppure allo shirako, lo sperma di merluzzo consumato in Giappone.

Un certo effetto fa anche la zuppa di nido di uccello, una prelibatezza anche piuttosto costosa in Cina. Il disgusto sarà anche un costrutto culturale ma dinanzi al puzzo emanato dal durian, un frutto del sud est asiatico, ci sono pochi dubbi, sa di cassonetto dell'immondizia. Così come assaggiare il pene crudo di un toro non è un'esperienza così confortevole.

Anche l'Italia, naturalmente, ha un suo cibo rappresentativo ed è il Casu Marzu sardo, il famoso formaggio con i vermi, mentre dall'Islanda arriva l'Hàkarl, carne di squalo fermentata, conosciuta anche come squalo marcio, definita dal compianto chef e giramondo Antony Bourdain "la cosa più disgustosa mai assaggiata". La cucina del Perù ha nei Cuy, porcellini d'India arrostiti, uno dei piatti dei giorni di festa e qui possiamo vederli impiattati con patate e verdure.

Non solo cibo, ma anche bevande disgustose

Una tavola senza bevande, si dice sempre, non sarebbe una tavola e così anche il museo svedese si è adeguato a questa massima. La parte dedicata all'alcol è nata come temporanea, ma potrebbe diventare permanente. Cose strane non mancano neanche qui: gin alle formiche, un vino di riso chiamato Ttongsul, una volta usato come rimedio medicinale in Corea del Sud, che viene preparato con feci umane fermentate, una birra ai testicoli di balena fermentata con i testicoli di pecora islandese e anche frullati di rana peuviana.

C'è anche una birra scozzese che è la birra più alcolica al mondo, con uno sbalorditivo 55% di volume alcolometrico, ma l'alto contenuto di alcol non è l'aspetto più strambo. Infatti la bevanda viene servita all'interno di uno scoiattolo tassidermico e la produce la nota casa BrewDog. Infine la chicha, un'antica birra a base di mais che viene masticato prima di mettere a fermentare la pasta creata.

Al di là dell'effetto wow (o bleah): cosa c'è dietro il museo

Secondo i suoi inventori il DFM spinge i visitatori a pensare in maniera diversa alla loro dieta, a quanto questa cambi a seconda delle abitudini climatiche, storiche e culturali nei diversi paesi.

"Di certo un vantaggio evolutivo del disgusto è tenerci lontani da cose potenzialmente pericolose o dannose per l'organismo – spiegano Andreas e Samuel – ma a lungo il disgusto è stato considerato un'emozione universale, invece le opinioni in merito variano molto a seconda delle abitudini e dei gusti personali. Il relativismo gastronomico inoltre deve aiutarci a ragionare sull'impegno individuale in termini di sostenibilità ambientale che ha il cibo che consumiamo".