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14 Ottobre 2026 13:00

Davide Oldani vuole abolire i menu bambini nei ristoranti e ha ragione: ecco perché

Pasta in bianco, cotoletta e patatine fritte: proporre sempre gli stessi piatti ai più piccoli significa limitare le occasioni di scoprire nuovi sapori e sviluppare la loro curiosità gastronomica.

A cura di Francesca Fiore
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"Io abolirei i menu bambini nei ristoranti, anche se per fortuna ne vedo sempre meno in giro". È questa la posizione espressa dallo chef Davide Oldani durante C'è +Gusto, a Bologna, dove si è discusso anche di educazione alimentare e del rapporto che i più piccoli sviluppano con il cibo. Secondo lo chef, "il gusto si impara da piccoli" e proprio per questo non ha molto senso continuare a proporre ai bambini una scelta limitata alle solite preparazioni. Pasta al pomodoro o in bianco, cotoletta e patatine fritte sono piatti che possono tranquillamente far parte della loro alimentazione, ma non dovrebbero rappresentare le uniche possibilità quando si mangia fuori casa. Il rischio, altrimenti, è abituarli a scegliere sempre ciò che già conoscono, senza incoraggiarli a sperimentare.

La proposta di Oldani riguarda un'abitudine piuttosto diffusa nella ristorazione: riservare ai bambini un menu separato, generalmente composto da poche preparazioni semplici e facilmente riconoscibili. Una scelta che ha anche ragioni pratiche, perché consente ai genitori di ordinare qualcosa che i figli probabilmente mangeranno, evitando sprechi e spese inutili. Si tratta di esigenze comprensibili, soprattutto quando si mangia fuori con bambini piccoli o particolarmente selettivi. Ma siamo sicuri che proporre sempre gli stessi piatti sia il modo migliore per avvicinarli al cibo? La questione non è eliminare le preparazioni più semplici, ma evitare che diventino automaticamente le uniche considerate adatte ai bambini.

Perché siamo d'accordo con Oldani: il gusto si educa anche al ristorante

Siamo d'accordo con Oldani perché limitare le proposte alimentari dei bambini significa anche ridurre le loro occasioni di scoperta. Non c'è nulla di sbagliato nel mangiare una cotoletta con le patatine o un piatto di pasta in bianco, ma perché dare per scontato che un bambino non possa apprezzare un risotto, un piatto di pesce o una specialità locale? Spesso sono proprio gli adulti a decidere in anticipo cosa potrebbe piacere ai più piccoli, basandosi sulle loro abitudini o sul timore che rifiutino qualcosa di nuovo, senza lasciare loro la possibilità di provare.

Le preferenze alimentari possono evolversi attraverso l'esperienza. La ricerca sull'alimentazione infantile mostra che l'esposizione ripetuta a determinati alimenti, soprattutto nei primi anni di vita, può favorirne gradualmente l'accettazione. Questo non significa che un bambino debba imparare a mangiare tutto, ma che familiarizzare con nuovi ingredienti, senza pressioni, può aiutarlo ad ampliare i propri gusti. Un menu composto sempre dalle stesse preparazioni non provoca necessariamente una maggiore selettività alimentare, ma riduce le occasioni di conoscere sapori diversi.

C'è poi una distinzione spesso troppo rigida tra cibo per adulti e cibo per bambini. Al ristorante i genitori possono scegliere tra ingredienti stagionali, ricette elaborate e specialità del territorio, mentre ai figli viene riservata una selezione molto più ristretta. Naturalmente bisogna rispettare le esigenze legate all'età, alla sicurezza alimentare e alle porzioni, ma questo non significa che i bambini debbano mangiare piatti completamente diversi. Molte preparazioni del menu principale potrebbero essere proposte anche ai più piccoli, con gli opportuni adattamenti.

Perché, ad esempio, un bambino in vacanza dovrebbe scegliere sempre tra pasta al pomodoro e cotoletta, anziché poter assaggiare una specialità del posto? Anche il modo in cui un alimento viene cucinato può influenzarne il gradimento. Lo ha raccontato lo chef Enrico Bartolini, intervenuto durante lo stesso incontro a Bologna: da bambino non amava le uova e il fegato, ma ha imparato ad apprezzarli dopo averli assaggiati preparati diversamente. Un esempio di come le preferenze possano cambiare anche grazie alla scoperta di nuove preparazioni.

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Educare al gusto non significa obbligare i bambini ad assaggiare

Sostenere la proposta di Oldani non significa, però, pretendere che tutti i bambini siano disposti ad assaggiare qualsiasi cosa. La selettività alimentare è un fenomeno comune durante l'infanzia e può dipendere da numerosi fattori, tra cui l'età, la familiarità con gli alimenti e la sensibilità individuale a sapori, odori e consistenze. Alcuni bambini sono naturalmente più curiosi, mentre altri hanno bisogno di più tempo per accettare una preparazione sconosciuta. Per questo motivo, incoraggiare la scoperta del cibo non deve mai trasformarsi in un obbligo, soprattutto quando il bambino manifesta un rifiuto. Insistere perché finisca un piatto o costringerlo ad assaggiare non è il modo corretto per costruire un rapporto positivo con l'alimentazione.

L'aspetto interessante del ragionamento di Oldani è proprio l'importanza attribuita alla curiosità: lo chef sostiene che mostrare ai bambini ciò che rende interessante una preparazione possa invogliarli ad assaggiare quello che mangiano i genitori. Anche un piccolo racconto su un ingrediente, la possibilità di osservare come viene cucinato o un assaggio condiviso possono rendere più familiare qualcosa che inizialmente non conoscono. Non occorre necessariamente elaborare ricette particolari o trasformare il pasto in un'attività educativa: può essere sufficiente proporre una piccola quantità di un alimento nuovo accanto a qualcosa che il bambino già apprezza, lasciandogli la libertà di decidere se provarlo. L'obiettivo non è ottenere un assaggio a tutti i costi, ma fare in modo che la curiosità possa svilupparsi spontaneamente.

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Non servono menu bambini più complicati, ma una scelta più ampia

Abolire i menu bambini non dovrebbe significare eliminare le alternative semplici o rendere più difficile mangiare fuori con la famiglia. Il cambiamento dovrebbe riguardare soprattutto la possibilità di scegliere anche tra le preparazioni del menu principale, senza dover ordinare porzioni da adulto, spesso troppo abbondanti e costose. I ristoranti potrebbero proporre mezze porzioni, adattare le ricette quando necessario e prevedere prezzi proporzionati, mantenendo comunque alcune alternative semplici. In questo modo si rispetterebbero le esigenze delle famiglie, senza limitare le possibilità di scelta dei più piccoli.

L'educazione alimentare, naturalmente, non riguarda soltanto i ristoranti, ma coinvolge anche la famiglia e la scuola. Durante l'incontro di Bologna, l'antropologo Marino Niola ha sottolineato il ruolo della mensa scolastica come momento di socializzazione, in cui i bambini entrano in contatto con abitudini alimentari diverse da quelle familiari. Anche mangiare fuori casa può rappresentare un'occasione per conoscere nuovi ingredienti e preparazioni, senza che ogni assaggio debba necessariamente piacere.

Per questo siamo d'accordo con Davide Oldani: il problema non è che i bambini mangino pasta in bianco, cotolette e patatine, ma che spesso siano le uniche opzioni proposte. Non serve imporre gusti più sofisticati o pretendere che mangino tutto, ma offrire una maggiore varietà di piatti, rispettando le loro preferenze e i loro tempi. Per stimolare la curiosità gastronomica dei bambini, bisogna prima di tutto dare loro la possibilità di scoprire sapori diversi da quelli abituali.

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