
"Ischia è Virgilio, Capri è Omero". Così lo scrittore Curzio Malaparte, che su quell'isola scelse di costruire la propria casa, sintetizzava in poche parole l'inconfondibile e quasi mitologico fascino di Capri. L'accostamento non è casuale: l'isola, con le sue coste a strapiombo sul mare, viene da sempre associata al mondo omerico e alle gesta di Ulisse, che proprio in queste acque – tra Capri e la costiera amalfitana – avrebbe incontrato il canto ammaliante delle sirene raccontato nell'Odissea.
Ma Capri non è solo mito e letteratura: è anche, da sempre, una capitale del gusto, un luogo la cui storia può essere raccontata attraverso i piatti che ne hanno segnato l'identità nel tempo. Ed è proprio in questo scenario che va inquadrata la storia di uno dei piatti più iconici della cucina italiana. In quell'atmosfera che all'estero piace tanto chiamare "dolce vita", nasce un sapore unico, gustoso e colorato: l'insalata caprese. Pomodoro, mozzarella e basilico. Nient'altro. Ma dietro quest'apparente semplicità si cela una storia tutt'altro che lineare, fatta di racconti che si intrecciano, si contraddicono e si arricchiscono a vicenda, coinvolgendo poeti, sovrani e semplici cittadini innamorati della propria terra. Un piatto nato sull'isola di Capri ma, nel tempo, diventato patrimonio gastronomico di un paese, nonché di un modo di vivere.
Com'è nata l'insalata caprese e perché le sue origini sono legate a più racconti
Chiunque cerchi una data certa, un nome preciso o un documento ufficiale che attribuisca la paternità della caprese a un singolo autore resterà deluso: non esiste nulla del genere. Ciò che esiste, invece, è un mosaico di storie nate in momenti storici diversi, ciascuna capace di restituire un pezzo dell'identità di questo piatto. C'è chi la fa risalire agli anni '20, quando un muratore caprese, in un cantiere edile del primo dopoguerra, avrebbe scelto di comporre il proprio pranzo con soli ingredienti dai colori della bandiera italiana, per pura fierezza patriottica. C'è chi invece lega la sua nascita agli ambienti raffinati del Grand Hotel Quisisana, dove sarebbe stata ideata per un ospite d'eccezione con idee molto precise sull'alimentazione. E c'è, ancora, chi la fa coincidere con il soggiorno di un sovrano in esilio, negli anni del dopoguerra, quando Capri era diventata meta di aristocrazia e mondanità internazionale. Ed è proprio in questo intreccio di racconti che la caprese trova la sua vera identità, più affascinante di qualsiasi certificato di nascita.

Capri, il Grand Hotel Quisisana e il possibile legame con i futuristi
Una delle versioni più suggestive riporta la nascita della caprese proprio tra le sale del Grand Hotel Quisisana, negli anni '20 del Novecento, in occasione del soggiorno sull'isola di Filippo Tommaso Marinetti, fondatore del Futurismo.
Marinetti non era un ospite qualunque, soprattutto a tavola. Il poeta nutriva un'autentica avversione per la pastasciutta, che considerava responsabile di rendere gli italiani fiacchi, pessimisti e privi di slancio vitale. Non si trattava di un capriccio isolato: la sua battaglia contro la pasta trovò forma ufficiale nel Manifesto della cucina futurista, pubblicato sul finire del 1930 e approfondito l'anno successivo nel volume "La cucina futurista". Il primo punto del manifesto era dedicato proprio alla condanna della pastasciutta, accusata di alimentare inattività e nostalgia, un cibo da abolire in nome di un'Italia più agile, moderna e indipendente dal grano estero.
La cucina futurista, del resto, non si limitava a bandire un alimento: proponeva un'intera filosofia del gusto, fatta di accostamenti audaci, di attenzione quasi ossessiva alla forma e al colore dei piatti, di contrasti sensoriali tra caldo e freddo, dolce e salato, persino di un rapporto diretto e "tattile" con il cibo. In questo contesto si inserirebbe la nascita della caprese al Quisisana: un piatto pensato per assecondare le convinzioni di un ospite tanto illustre quanto esigente, privo di carboidrati complessi, leggero, estivo, ma capace di colpire per il suo impatto visivo, proprio l'attenzione all'estetica tanto cara alla cucina futurista.
Re Farouk e la versione della caprese diventata celebre
Se il legame con Marinetti racconta l'anima artistica e provocatoria della caprese, un'altra storia ne racconta il destino internazionale, legandola a una delle figure più affascinanti e tragiche del Novecento: re Farouk d'Egitto. Dopo il colpo di Stato che lo costrinse all'esilio, il sovrano lasciò l'Africa insieme alla famiglia reale, portando con sé anche il giovane erede al trono. Il viaggio, tra yacht reali e soste nei porti più eleganti d'Europa, lo condusse anche a Capri, isola che già conosceva bene da un precedente soggiorno. Fu qui, secondo la tradizione, che Farouk, tornato da una giornata di mare, chiese qualcosa di fresco e leggero da mangiare: nacque così, o forse si consacrò definitivamente, quella combinazione di pomodoro, mozzarella e basilico capace di conquistare anche un re. Non fu un episodio isolato nella storia di Capri come rifugio per sovrani in esilio: pochi anni prima, la stessa isola aveva accolto Vittorio Emanuele III dopo la sua abdicazione. Capri, in quegli anni, non era soltanto una meta di vacanza, ma un porto sicuro per chi aveva perso un trono e cercava, forse, anche solo per un pasto, un po' di normalità.

Come la caprese è diventata un simbolo dell'estate italiana: semplicità, tricolore e possibili varianti
Che sia nata per omaggiare la bandiera, per compiacere un poeta ribelle o per rinfrescare un re in fuga, la caprese ha finito per superare ogni singola leggenda, trasformandosi in qualcosa di più grande: un simbolo universale dell'estate italiana. Il rosso del pomodoro, il bianco della mozzarella e le verdi foglie di basilico si uniscono così per raccontare – e rappresentare – il paesaggio mediterraneo. Ciò che colpisce di più, in fondo, è come un piatto a crudo sia riuscito a conquistare un consenso così trasversale. In Campania, del resto, non esiste una regola fissa sul suo ruolo a tavola: c'è chi la propone come apertura del pasto, chi la eleva a secondo vero e proprio e chi, nelle giornate più torride, ne fa senza esitazioni un piatto unico.
Attorno alla ricetta originale è fiorito negli anni un intero universo di varianti. Accanto alla versione più fedele alla tradizione, c'è chi preferisce impreziosirla con acciughe, tonno o bresaola, o chi la rende più sfiziosa con olive e capperi. Anche il fronte degli ortaggi si è aperto alla sperimentazione: d'estate vanno per la maggiore le versioni con zucchine crude marinate o melanzane grigliate, mentre i palati più curiosi la arricchiscono con frutta secca o pomodori essiccati. Le declinazioni proseguono poi incontro alle diverse esigenze alimentari: esistono oggi caprese pensate per chi segue un'alimentazione vegana, con formaggi vegetali al posto della mozzarella, così come alternative per chi non tollera il lattosio, che spaziano da mozzarelle specifiche a un più deciso grana in scaglie. Non manca infine chi gioca con la componente dolce, abbinando alla classica combinazione la frutta fresca come melone, pesche e fragole, in versioni gourmet che sorprendono nei ristoranti più creativi.