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14 Giugno 2026 13:00

Da Lecce a Otranto, fino a Leuca e Gallipoli: cosa mangiare nella terra dei due mari

Un itinerario di tre o quattro giorni tra l'eleganza del barocco, i borghi rurali della Grecia Salentina e le coste marine per scoprire la vera anima della cucina contadina.

A cura di Francesca Fiore
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Il percorso che attraversa il Salento, partendo dalle piazze teatrali di Lecce per poi scendere lungo la costa adriatica fino a Santa Maria di Leuca e risalire lungo le spiagge ioniche verso Gallipoli, rivela una delle identità gastronomiche più radicate e, al tempo stesso, più reinterpretate d'Italia. In una manciata di chilometri, il paesaggio cambia volto continuamente: si passa dall'ombra dei vicoli barocchi alle distese infinite di ulivi secolari protetti dai muretti a secco, dalle falesie selvagge a picco sull'Adriatico alle dune di sabbia finissima bagnate dallo Ionio.

È un itinerario che si presta a un viaggio lento di tre o quattro giorni, unendo le soste culturali nei borghi in pietra della Grecia Salentina alle pause nei forni di paese, nelle storiche trattorie di terra e sui moli dei porti pescherecci. Per cogliere la vera essenza di questa tavola, è interessante notare come l'anima del Salento sia storicamente legata alla terra, all'orto e alla pastorizia dell'entroterra, dove le comunità si rifugiavano per proteggersi dalle invasioni; la cucina di mare diffusa che oggi troviamo lungo tutti i litorali è infatti un fenomeno recente, sviluppatosi negli ultimi vent'anni per assecondare il boom del turismo di massa, che ha saputo integrare e valorizzare il pescato locale.

Ti portiamo alla scoperta di questo straordinario mosaico di sapori, tra antiche ricette contadine tramandate per generazioni, profumati street food urbani ed eccellenze ittiche nate dall'incontro tra lo Ionio e l'Adriatico. Il vero filo conduttore del viaggio resta l'arte della sussistenza: una cucina povera d'origine che ha saputo trasformare ingredienti elementari – la farina di grano duro, le verdure spontanee, i legumi, lo strutto e solo di recente i tesori dei due mari – in capolavori di sapore unici, spesso molto diversi dal resto della tradizione pugliese.

Lecce, il barocco di pietra e la colazione dei campioni

Lecce accoglie i viaggiatori con la magnificenza scenografica del suo centro storico, dove la pietra leccese – una roccia calcarea tenera e dorata, plasmabile come argilla appena estratta dalle cave della zona – assume le forme stravaganti, sinuose e leggermente ridondanti di putti, fregi, ghirlande e fioriture barocche che decorano le facciate di chiese monumentali e palazzi nobiliari nascosti nei vicoli. Sotto la luce accecante del mezzogiorno, che fa risplendere la pietra di un bianco quasi argenteo, o nel riflesso caldo e intimo dei lampioni serali, la città si rivela come un teatro barocco a cielo aperto, sospeso in un'eleganza aristocratica e senza tempo.

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Passeggiando tra le corti fiorite e le piazze scenografiche, ci si accorge subito di come questo rigore architettonico si fonda con una vitalità quotidiana contagiosa. Qui, la cultura culinaria locale si esprime al massimo livello nella cucina di strada e nella pasticceria artigianale, trasformando la colazione del mattino e lo spuntino di metà giornata in veri e propri rituali sociali, gesti lenti e irrinunciabili da consumare all'ombra dei campanili medievali o seduti ai tavolini dei caffè storici che animano il cuore pulsante del centro.

1. Il pasticciotto leccese

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Il pasticciotto è il re indiscusso della pasticceria salentina, nato nel 1745 a Galatina ma diventato il simbolo mattutino della capitale barocca. Si tratta di un dolcetto di forma ovale preparato con una pasta frolla tradizionale a base di strutto, che conferisce la tipica consistenza friabile e un profumo inconfondibile. Al suo interno custodisce un cuore denso di crema pasticcera profumata al limone o alla vaniglia. Va consumato rigorosamente caldissimo, appena sfornato, quando il contrasto tra il guscio croccante e la morbidezza del ripieno è perfetto.

2. Il rustico leccese

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Il contrappunto salato al pasticciotto e pilastro dello street food locale, il rustico leccese. È un disco di fragrante pasta sfoglia burrosa e dorata che racchiude al suo interno un ripieno classico e goloso: una base di besciamella vellutata, mozzarella filante e un cucchiaio di passata di pomodoro, il tutto aromatizzato con una generosa macinata di pepe nero. Mangiarlo caldo, facendo attenzione al ripieno bollente, è il break salato per eccellenza di ogni leccese.

3. Caffè in ghiaccio con latte di mandorla

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La bevanda estiva che definisce i pomeriggi salentini, un'usanza nata negli anni Cinquanta. Il caffè leccese non è un semplice caffè freddo: in un bicchiere di vetro si versa prima un fondo di sciroppo di latte di mandorla artigianale, si aggiungono cubetti di ghiaccio cristallino e infine si versa un caffè espresso bollente appena preparato. Il calore del caffè scioglie parzialmente la densità della mandorla, creando un contrasto termico e un perfetto equilibrio tra l'amaro della miscela e la dolcezza aromatica della frutta secca.

L'entroterra e la Grecia Salentina, fra muretti a secco e cucina povera

Lasciando la costa per addentrarsi nel cuore profondo, silenzioso e battuto dal sole della penisola salentina, il paesaggio si fa improvvisamente rurale, aspro e carico di un fascino antico. Si attraversa la Grecia Salentina, un'affascinante isola linguistica e culturale di nove comuni dove, tra le generazioni più anziane, risuona ancora il griko, un antico idioma di chiara origine ellenica che testimonia secoli di scambi e dominazioni bizantine.

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Qui la terra, di un rosso argilloso e intenso, è scandita dalle geometrie perfette e labirintiche dei muretti a secco, faticosamente innalzati pietra su pietra per recintare uliveti monumentali dalle forme contorte, veri e propri patriarchi vegetali che dominano le campagne. In mezzo a queste distese spuntano isolate le pajare (o furnieddhri), antiche costruzioni coniche in pietra a secco simili a piccoli trulli senza malta, nate come rifugi temporanei per i contadini durante i mesi del raccolto e come depositi per gli attrezzi. I centri storici di borghi senza tempo come Sternatia, Calimera o Melpignano si aprono in un dedalo di vicoli candidi di calce, che nascondono le tipiche case a corte – fulcro della vita sociale di un tempo – e i misteriosi frantoi ipogei scavati direttamente nella roccia sotterranea, dove un tempo si produceva l'olio lampante che illuminava le capitali d'Europa. In queste campagne silenziose, la cucina si rivela uno specchio fedele e orgoglioso della terra: una tradizione contadina e di sussistenza legata ai cicli delle stagioni, alla sapiente valorizzazione dei legumi e alla raccolta spontanea delle erbe e delle verdure selvatiche che crescono spontaneamente tra le rocce e le radici degli ulivi.

1. Ciceri e tria

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Considerato il piatto simbolo della gastronomia salentina, le cui origini antichissime vengono citate persino dal poeta latino Orazio. Ciceri e tria è una preparazione di pasta e ceci unica nel suo genere: la tria è una pasta fresca senza uovo fatta con farina di semola e acqua, stesa e tagliata in strisce larghe e ritorte. La particolarità sta nella cottura: la maggior parte della pasta viene lessata insieme ai ceci stufati con odori (sedano, aglio e alloro), mentre una parte (i frizzuli) viene fritta in olio bollente fino a diventare dorata e croccante. I due elementi vengono uniti prima di servire, creando un meraviglioso gioco di consistenze tra la morbidezza della pasta e la croccantezza dei pezzi fritti.

2. Pezzetti di cavallo al sugo

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Un secondo piatto robusto che regna sovrano nei menu delle trattorie dell'entroterra e durante le feste patronali di paese. Si tratta di spezzatino di carne di cavallo tagliato a cubetti regolari e cotto per molte ore all'interno della pignata, il tradizionale tegame di terracotta, posizionato vicino alla brace o a fuoco lentissimo. La carne viene stufata insieme a una passata di pomodoro arricchita con peperoncino, foglie di alloro e odori, fino a quando non diventa tenerissima, quasi a sfaldarsi, lasciando un sugo denso e ristretto ideale per fare la scarpetta con il pane locale.

3. Friseddhre (friselle)

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Il pane dei naviganti e dei contadini, nato dalla necessità di conservare il grano per lunghi periodi. La frisella – o fresella – è un pane di grano duro o d'orzo cotto al forno, tagliato a metà con uno spago quando è ancora caldo e poi rimesso in forno per biscottarlo completamente. Per consumare la frisella devi prima "sponzarla", ovvero immergerla per pochi secondi nell'acqua fredda per ammorbidirla senza sfaldarla. Viene poi condita strofinando pomodori maturi sulla superficie ruvida, un filo generoso d'olio extravergine d'oliva locale, sale e abbondante origano selvatico.

Accanto ai taralli, nei forni troverete sempre anche le friselline all'olio: la versione in miniatura e incredibilmente friabile delle friselle grandi. A differenza di queste ultime, le friselline non vanno bagnate nell'acqua, ma si consumano direttamente secche e croccanti, condite con un filo d'olio e un pezzetto di pomodoro, o acquistate nelle versioni già aromatizzate al peperoncino o alle olive come sfizioso snack da aperitivo.

4. Puccia

Focacce da fare a casa: la puccia salentina

Il monumento indiscusso dello street food salentino, nato nei forni dell'entroterra e diventato il pasto itinerante per eccellenza di locali e viaggiatori. La puccia è una forma di pane preparata con un impasto di semola di grano duro, acqua e olio d'oliva, la cui magia risiede nella cottura in forni caldissimi: l'alta temperatura fa gonfiare la pasta all'istante, creando una tasca d'aria quasi del tutto priva di mollica interna, racchiusa da una crosta sottile e fragrante. Una volta sfornata, viene tagliata a metà e farcita generosamente seguendo la tradizione delle storiche puccerie: il ripieno verace prevede un mix di pezzetti di cavallo al sugo, formaggi e verdure dell'orto (come le immancabili cicorine selvatiche).

Questo pane custodisce un legame viscerale con la cultura religiosa e contadina dei paesi dell'interno: la sua variante più antica e rituale è infatti la puccia uliata (o con le olive). Nata per il giorno di strettissimo digiuno della vigilia dell'Immacolata (il 7 dicembre), quando per devozione non si poteva consumare carne, questa puccia viene preparata incorporando direttamente nell'impasto una manciata di piccole olive nere locali intere, rigorosamente con il nocciolo. Sfornata calda dai forni di paese, profumata e sapida, rappresenta ancora oggi un rito collettivo irrinunciabile che unisce tutte le famiglie salentine attorno alla tavola.

Otranto e la costa adriatica, fra falesie selvagge e tradizioni di mare

Piegando verso est si raggiunge l'Adriatico e il profilo severo e fortificato di Otranto, la città più orientale d'Italia, dove l'alba sorge prima che nel resto del Paese. Qui la penisola salentina cambia bruscamente volto: svaniscono le spiagge basse e la roccia calcarea si fa improvvisamente alta, verticale e tormentata. Asperrime falesie grigie e candide scogliere si tuffano a picco in un mare blu profondo, quasi cobalto, mentre la spettacolare strada panoramica che scende tortuosa verso Castro, la baia di Porto Badisco e Santa Maria di Leuca regala scorci drammatici di struggente bellezza. Il profilo della roccia è interrotto solo dalle sagome solitarie delle antiche torri di avvistamento spagnole, che un tempo comunicavano tra loro con segnali di fumo, e da profonde grotte marine modellate dalla forza delle mareggiate.

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In questo contesto, Otranto si erge come un gioiello di pietra lambito dalle onde. Con la sua maestosa Cattedrale, che custodisce l'enigmatico e monumentale mosaico medievale dell'Albero della Vita, e la mole geometrica del suo Castello Aragonese, la città è stata per millenni la vera e propria "Porta d'Oriente", un avamposto di frontiera esposto ai venti, ai commerci e alle tragedie della storia. La cultura gastronomica di questa sponda risente profondamente di questo destino: è una cucina nata dagli antichi scambi marittimi con la Grecia e i Balcani, ma anche dalla necessità storica di difendersi dalle improvvise invasioni saracene, capace di unire con straordinario equilibrio il pesce azzurro del canale d'Otranto alle erbe resilienti e profumate della macchia mediterranea che crescono sfidando il sale e lo scirocco

1. La taieddha (riso, patate e cozze all'otrantina)

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Mentre a Bari si chiama tiedda ed è una teglia al forno, a Otranto la taieddha ha una sua identità precisa legata alla costa adriatica. È un piatto unico di terracotta dove si alternano a crudo strati di patate a fette, riso, zucchine (spesso presenti nella versione otrantina), pomodorini e le cozze locali aperte a metà. Il tutto viene irrorato con l'acqua stessa delle cozze, olio e pecorino, e cotto lentamente in forno fino a creare una crosticina dorata in superficie.

2. Spaghetti con la zuppa di pesce di scoglio

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Nota anche come "scorfano, tracina, gallinella e cernia", dai pesci che la compongono, la zuppa di pesci di scoglio è un piatto tipico della città. La costa adriatica di Otranto, infatti, è alta, profonda e rocciosa, ideale per i pesci di tana e di scoglio. Questa zuppa supergolosa viene mangiata così com'è o riutilizzata: il brodo denso e saporitissimo che se ne ricava viene utilizzato per condire gli spaghetti, che assorbono tutto il sapore del mare Adriatico, mentre i pesci possono essere anche serviti subito dopo, come secondo piatto.

3. Orecchiette e minchiareddhi (maritati)

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La pasta della domenica e delle grandi occasioni sulla costa adriatica. I maritati (letteralmente "sposati") uniscono nello stesso piatto due formati di pasta fresca di semola fatti a mano: le orecchiette, concave e rugose, e i minchiareddhi, dei piccoli maccheroncini rigati al ferretto. Questa unione simboleggia, nella tradizione contadina, l'incontro tra l'elemento femminile e quello maschile. Vengono conditi tradizionalmente con un sugo di pomodoro a lunga cottura e rifiniti con una generosa grattugiata di ricotta forte (chiamata localmente scante), di cui parleremo a breve.

4. Il sapore estremo del Salento: la ricotta forte (scante)

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Se c'è un ingrediente che divide i palati e definisce l'autenticità della tavola salentina, questo è la ricotta forte (chiamata localmente ricotta ‘scante o scantatizza, dal verbo dialettale che indica qualcosa che pizzica, che scotta). Lungi dall'essere la classica ricotta fresca e delicata, questa è una preparazione casearia fermentata, un tempo prodotta dai pastori per non sprecare le eccedenze di siero di latte di pecora e capra. Sottoposta a una stagionatura controllata che va dai pochi mesi fino a superare l'anno all'interno di vasi di terracotta, la ricotta viene costantemente rimescolata per favorire una lenta ossidazione. Il risultato è una crema densa, dal colore avorio e dal profumo penetrante, quasi primordiale. Il suo sapore è un'esplosione di intensità: cremoso, nettamente piccante, sapido e con un retrogusto animale persistente. Nella cucina salentina viene usata rigorosamente a crudo e con parsimonia, come un vero e proprio esaltatore di sapidità: ne basta la punta di un cucchiaino sciolta nel sugo di pomodoro bollente dei maritati o delle orecchiette per trasformare un piatto semplice in un capolavoro di carattere, oppure spalmata sulle friselle o utilizzata per dare una spinta ancestrale al ripieno dei calzoni e dei panzerotti d'entroterra.

Gallipoli e la costa ionica, le spiagge bianche e il pesce viola

Superato il capo di Leuca, la sponda ionica del Salento accoglie i viaggiatori con un paesaggio antitetico rispetto a quello adriatico: lunghe distese di sabbia bianca finissima, dune ricoperte di gigli selvatici e un mare calmo e trasparente, dalle sfumature turchesi che ricordano i Caraibi. È una costa che invita a un viaggio dal ritmo più lento, scandito dalla luce dei tramonti sul mare.

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Il fulcro di questo litorale è Gallipoli, la "Città Bella" di origine greca, divisa tra la modernità del borgo nuovo e il fascino labirintico del centro storico. Quest'ultimo sorge su un'isola di roccia cinta da bastioni cinquecenteschi, collegata alla terraferma da un ponte seicentesco in pietra. Gallipoli custodisce da secoli una flotta peschereccia leggendaria; ogni sera, al rientro delle paranze nel porto antico, sotto le mura del castello aragonese si accende un vivace mercato del pesce. Qui i banchi si riempiono delle meraviglie dei fondali ionici, dai crostacei al pesce di scoglio, celebrati nella cucina locale con preparazioni purissime o consumati direttamente crudi sul molo per esaltarne la freschezza assoluta.

1. La scapece gallipolina/otrantina

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Un piatto antichissimo che rappresenta un perfetto esempio di cucina di conservazione, diffuso nelle città di mare della costa. Sotto il nome di scapece si nasconde una preparazione nata nel Medioevo per conservare il pesce durante i lunghi assedi saraceni. Piccoli pesci interi (solitamente della famiglia dei pesci azzurri o dei crostacei) vengono infarinati, fritti e poi disposti a strati alternati all'interno di tipiche tinozze di legno chiamate calette, insieme a mollica di pane imbevuta di aceto di vino bianco e zafferano. Lo zafferano, oltre a dare il caratteristico colore giallo oro, unito all'aceto bloccava la degradazione del pesce, creando una marinatura pungente e aromatica. 

2. Gambero rosso – viola di Gallipoli

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La punta di diamante assoluta del mercato ittico ionico è il gambero rosso (o gambero viola) di Gallipoli. Questo particolare crostaceo viene pescato ad alte profondità, tra i 600 e i 1000 metri, nelle acque incontaminate dello Ionio. Si riconosce immediatamente per il suo colore rosso brillante con sfumature violacee sulla testa e sulla corazza. La sua carne possiede una compattezza e una dolcezza zuccherina uniche, con una nota marina pulita. La tradizione locale impone di gustarlo crudo, semplicemente sgusciato al momento con un filo di olio extravergine d'oliva locale, per non alterarne la straordinaria purezza aromatica.

3. Pittule salentine

Piatti tipici pugliesi: le pettole o pittule

Il cibo festivo e conviviale per eccellenza, tradizionalmente legato al periodo che va da San Martino a Natale, ma oggi ampiamente riproposto durante tutto l'anno nelle friggitorie e nelle trattorie della costa. Le pittule sono nuvole di pasta cresciuta, preparate con un impasto molto idratato di farina, acqua e lievito, lavorato a lungo a mano fino a renderlo liscio e fluido. Piccole porzioni di impasto vengono prelevate con le dita bagnate e tuffate nell'olio bollente, dove si gonfiano istantaneamente assumendo forme bizzarre. Possono essere consumate vuote, caldissime e fragranti, oppure arricchite nell'impasto con pezzetti di baccalà, cime di rapa, o alla "pizzaiola" (oovvero con pomodoro, capperi, olive e cipolla).

5. Polpo alla pignata

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Sebbene sia diffuso in tutto il Salento, a Gallipoli il polpo alla pignata è una vera e propria religione. Il polpo fresco dello Ionio viene tagliato a pezzi e inserito a crudo all'interno della pignata, il tipico orcio in terracotta. Secondo la regola d'oro gallipolina, il polpo deve cuocere a fuoco lentissimo "nella sua stessa acqua", insieme a pomodorini, cipolla, prezzemolo e un filo d'olio d'oliva. La cottura lenta nella terracotta concentra i sapori e rende le carni del polpo tenere come il burro.

Il bonus dei souvenir: Olio extravergine, tarallini e Negroamaro

Prima di concludere il viaggio tra le terre salentine, ci sono tre prodotti iconici che riassumono la forza di questo territorio e che non possono mancare nel bagaglio di chi desidera ricreare i profumi del Sud una volta a casa.

Il primo è l'Olio Extravergine d'Oliva del Salento (Dop). Frutto di cultivar storiche come l‘Ogliarola Salentina e la Cellina di Nardò, è un olio dal colore dorato con riflessi verdi, caratterizzato da un sapore fruttato medio con note di erba tagliata e un leggero sentore piccante sul finale, ideale per condire a crudo verdure e friselle. Accanto all'orcio di olio, è d'obbligo acquistare un sacchetto di tarallini salentini all'olio d'oliva. Rispetto alla versione barese, i taralli salentini sono spesso più piccoli e friabili, preparati rigorosamente senza lievito e aromatizzati tradizionalmente con i semi di finocchietto selvatico, perfetti per accompagnare l'ora dell'aperitivo.

Infine, lo spazio in cambusa va riservato a una bottiglia di Salice Salentino Doc o di un grande rosso a base di uva Negroamaro. Questo vitigno autoctono, principe indiscusso del tacco d'Italia, produce vini dal colore rubino profondo, quasi nero, dominati al naso da profumi di frutti rossi maturi, tabacco e spezie, con quel tipico finale piacevolmente amarognolo che si sposa divinamente con i pezzetti di cavallo in pignata e la cucina strutturata dell'entroterra.

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