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10 Febbraio 2026 18:00

Cosa si nasconde dietro la crisi dell’olio italiano tra importazioni e prezzi in caduta

L'aumento dell'olio tunisino a basso costo nel nostro Paese sta facendo crollare i prezzi di quello italiano. Coldiretti ha denunciato la vendite sottocosto, la mancanza di controlli adeguati e una tracciabilità spesso poco trasparente.

A cura di Arianna Ramaglia
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Non è un buon momento per il nostro olio d'oliva: nel 2025 tutto il comparto ha attraversato un periodo di forti turbolenze dovute a diversi fattori. Secondo Coldiretti, la causa principale sarebbe da ricercare nella massiccia importazione di olio proveniente dalla Tunisia: negli ultimi mesi, la quantità di olio arrivata da questo Paese è cresciuta di circa il 40%, proprio nel momento in cui prendeva avvio la raccolta qui in Italia. Inoltre, il prezzo basso a cui viene commercializzato questo olio costringe i produttori italiani a dover ridurre il costo del proprio prodotto, arrivando a venderlo al di sotto dei costi di produzione.

Una produzione e una domanda insostenibile

A segnalare la gravità della situazione è stata Coldiretti, le cui preoccupazioni sono arrivate addirittura fino alle pagine del Financial Times. Secondo la principale organizzazione agricola, la forte presenza di olio straniero sul nostro territorio sarebbe la causa di un significativo ribasso delle quotazioni di quello italiano. Come già accennato, l'olio tunisino viene venduto a un prezzo decisamente inferiore, aggirandosi intorno ai 3,50 euro al chilo: un livello che rende insostenibile la competizione per molti produttori italiani, costretti a vendere il proprio prodotto a prezzi inferiori ai costi di produzione.

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David Granieri, vicepresidente di Coldiretti, ammette che sarà molto difficile recuperare i prezzi, mentre Assitol, associazione italiana dell'industria olearia, invita a guardare la situazione in una prospettiva più ampia: le importazioni dall'estero non devono essere considerate esclusivamente in chiave negativa, poiché contribuiscono a produrre una quantità di olio che l'Italia, da sola, non riuscirebbe a produrre.

Infatti, sembra che il nostro Paese non sia in grado di sostenere i ritmi di produzione, realizzando una quantità insufficiente rispetto alla domanda. Per chiarire le dimensioni del fenomeno, si stima che, nel 2025, siano entrate 500mila tonnellate di olio, a fronte di una produzione nostrana di 300mila tonnellate. Appare, quindi, evidente che il nostro sistema non riesca a tenere il passo rispetto alla richiesta, rimanendo dipendente dal mercato estero. A incidere su questa fragilità contribuiscono le difficoltà affrontate dagli olivicoltori negli ultimi anni, come condizioni meteorologiche avverse e malattie delle piante – come la Xylella in Puglia – che hanno decisamente rallentato la produzione.

Mancanza di trasparenza

L'articolo del Financial Times porta alla luce anche un ulteriore problema. Secondo un rapporto della Corte dei conti europea, ci sarebbero alcune lacune nei controlli dei prodotti importati, in particolare per quanto riguarda la presenza di residui di pesticidi e altri contaminanti: in diversi Stati, tra cui Italia e Spagna, i controlli risulterebbero inesistenti e molto limitati. Una situazione che rischia di compromettere la chiarezza dei prodotti immessi sul mercato, alimentando la sfiducia dei consumatori.

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L'aumento dei prezzi, inoltre, ha portato gli italiani ad acquistare prodotti più economici, talvolta delle vere e proprie imitazioni. Secondo Coldiretti, in alcuni casi, si tratterebbe di oli di semi colorati con clorofilla o, in altri, di semplici oli di oliva etichettati come "extravergine", pur non rispettando i requisiti previsti. Sulla questione è intervenuto un olivicoltore toscano, Michele Buccelletti, che ha affermato al Financial Times come "alcuni commercianti senza scrupoli stanno spacciando l'olio tunisino per italiano, sfruttando così il prezzo dell'olio d'oliva italiano, che altrimenti comporterebbe un sovrapprezzo". Granieri si è detto pronto ad affrontare questa inaccettabile situazione: "Combattiamo ogni giorno i trafficanti di olio. Aumentare gli arrivi a dazio zero favorirà ulteriormente l'immissione di olio extravergine d'oliva a basso costo, spesso di dubbia qualità, che colpisce gravemente il nostro patrimonio agroalimentare di eccellenza. Si tratta di un modello che incentiva l'industria a scegliere il prezzo più basso anziché la qualità incidendo sulla tenuta economica dei produttori agricoli. Non possiamo permettere che una concorrenza sleale danneggi il mercato dell'olio d'oliva e le nostre produzioni di alta qualità".

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