
È la bevanda nazionale di buona parte dell’Africa occidentale, in particolare del Senegal, mentre in Europa è meno diffusa, seppure c’è stato un tempo in cui in Italia si consumava molto. Il karkadè, noto anche come tè d’Abissinia, è un infuso di colore rosso rubino e dal particolare sapore agrumato e un po’ aspro. Originario dell’Africa, dove simboleggia ospitalità e condivisione, si ottiene dall’infusione dei fiori di Hibiscus sabdariffa, una pianta perenne che fiorisce generosamente nei climi tropicali. Il karkadè, oltre ad essere apprezzato per il suo piacevole sapore rinfrescante (si consuma principalmente freddo), è noto anche per le sue molte proprietà benefiche e per una particolarità: è naturalmente privo di caffeina, il che lo rende un'alternativa perfetta al tè tradizionale. Scopriamo insieme il karkadè, la sua storia, i suoi benefici (oltre a qualche piccola controindicazione) e il modo migliore per gustarlo.
Che cos’è il karkadè
Il karkadè è un infuso rosso accesso che si ottiene dall’infusione dei calici essiccati dell’Hibiscus sabdariffa, pianta perenne appartenente alla famiglia delle Malvacee nota proprio per i suoi bellissimi fiori scarlatti e carnosi. Diffusa prevalentemente nei paesi con climi caldi e umidi, come quelli africani e asiatici (ma prospera anche in aree tropicali come i Caraibi), la pianta di solito cresce con il calore estivo.
A differenza di quanto si possa pensare, il karkadè non si ricava dai delicati petali del fiore, che appassiscono subito dopo la fioritura. La parte preziosa è costituita dai calici e dagli epicalici: si tratta della base del fiore che, una volta caduti i petali, si ingrossa, diventa carnosa e assume quel tipico colore rosso scarlatto. Sono proprio queste strutture a racchiudere tutti gli acidi organici e i pigmenti naturali che donano all'infuso il suo sapore aspro e il colore rubino."
Infatti la raccolta dei calici floreali avviene verso fine estate/inizio autunno, quando i fiori maturano completamente. Una volta raccolti, i fiori vengono stesi su reti metalliche e lasciati essiccare al sole per 3-4 giorni: è un processo cruciale, perché in questo modo si preservano le proprietà benefiche e il sapore caratteristico del karkadè. Dopo l'essiccazione, i calici vengono separati manualmente dal resto del fiore e confezionati per la vendita.

Nelle regioni tropicali dove la pianta è molto diffusa è particolarmente alto il consumo di karkadè: i fiori, e di conseguenza l’infuso, hanno una buona capacità dissetante e rinfrescante. Nei paesi dov'è abitualmente coltivato, il fiore viene raccolto in due diverse fasi di maturazione, ottenendo due tipi di karkadè diversi: il verde, il cui uso è però quasi esclusivamente limitato ai luoghi di colture, e il rosso, che è invece comunemente esportato e commercializzato. In Sudan occidentale esiste anche una particolare tipologia di ibisco bianco usato per preparare un particolare karkadè: di colore chiarissimo e dal gusto più amaro, è la bevanda tradizionale che si offre agli ospiti per accoglierli.
Origini e storia del karkadè
La pianta di ibisco da cui si ricava il karkadè è originaria dell’Africa subsahariana, in particolare di Sudan, Senegal e Etiopia: il nome stesso della bevanda deriva dal termine "karkadeb", usato nel dialetto etiope Tacruri. La pianta viene coltivata da centinaia di anni in questi territori come aiuto per sopportare il caldo estremo che li caratterizza. Addirittura, in Etiopia, tradizionalmente, i fiori rossi essiccati dell’ibisco venivano masticati durante i lunghi viaggi, proprio per combattere la sete e la disidratazione.
Oggi la pianta di ibisco è diffusa in buona parte dei paesi tropicali, diffusione che come sempre si deve al commercio: per primi la scoprirono le carovane transahariane, che la trasportarono dal Sahel e dal Sudan fino all'Egitto e al Nord Africa. Durante i secoli XVII e XVIII, gli schiavi africani portarono con sé i semi dell'ibisco nei Caraibi, in America Centrale e in Messico, dove la pianta trovò un clima ideale per fiorire e divenne l'ingrediente base di famose bevande tradizionali (come il sorrel). Inoltre le compagnie commerciali e i botanici europei introdussero le varietà africane nei territori tropicali asiatici e nel Pacifico, dando inizio alla sua diffusione su scala mondiale È anche per questo che il karkadè ha tantissimi altri nomi, tra cui i più diffusi sono come tè d'Abissinia, tè nubiano e acetosa giamaicana.

In Italia il karkadè ha una storia particolare, essendo arrivato nel XVIII secolo attraverso le esplorazioni e l'espansione coloniale. Nel 1935, infatti, era una delle bevande più consumate nel nostro paese, annoverato tra i "prodotti coloniali" provenienti dall'Eritrea, a suo tempo dominio italiano. Contribuirono a questa grande esplosione le sanzioni economiche che la Società delle Nazioni impose a seguito della guerra d'Etiopia. Per sostituire il tradizionale tè nero e altre bevande d'importazione, divenute costosissime, il regime fascista promosse l'uso del karkadè, rendendolo un'alternativa popolare e patriottica, spesso definita il "tè degli italiani".
Oggi il karkadè è apprezzato in tutto il mondo e non solo come bevanda o come ingrediente nel mondo della cucina: ha trovato impieghi nella medicina naturale e viene molto utilizzato nella cosmetica naturale, grazie alle sue proprietà lenitive per la pelle infiammata. La storia del karkadè testimonia una lunga tradizione di utilizzo che si estende attraverso continenti e culture diverse, consolidando il suo ruolo non solo come bevanda rinfrescante ma anche come rimedio naturale dalle molteplici proprietà benefiche.
Benefici e controindicazioni del karkadè
Il grande utilizzo del karkadè, come infuso e come prodotto sia curativo sia cosmetico, si deve alle diverse proprietà benefiche che offre all’organismo grazie alla sua composizione. Grazie alla presenza di vitamina C, flavonoidi e antociani, il karkadè svolge un'importante funzione antiossidante, mentre gli acidi organici come l'acido citrico e tartarico conferiscono all’infuso ottime proprietà diuretiche. Il karkadè è noto anche per la sua azione antinfiammatoria, per via delle mucillagini presenti, e per le proprietà digestive; inoltre le mucillagini, una volta nell’acqua, svolgono anche un’azione leggermente lassativa, combattendo così anche la stipsi. Come già accennato, il karkadè è naturalmente privo di caffeina: nonostante sia noto come “tè”, infatti, non contiene sostanze eccitanti ed è ideale da consumare a qualsiasi ora, anche prima di coricarsi.

Tutte queste proprietà rendono il karkadè una bevanda preziosa, non solo per il suo sapore gradevole ma anche per i numerosi effetti positivi che può avere sulla salute. Però, come ogni prodotto, presenta anche alcune controindicazioni che è importante considerare. Attenzione al consumo di questa bevanda se soffri di pressione bassa, perché ha proprietà anti-ipertensive che potrebbero abbassare ulteriormente la pressione sanguigna, causando ipotensione. Inoltre, come spiegato, il karkadè possiede un'azione leggermente lassativa: meglio evitarlo se soffri già di colite o dissenteria, perché potrebbe aggravare i sintomi. È bene consultare un medico prima di integrare il karkadè nella propria dieta quotidiana in presenza di condizioni mediche preesistenti, terapie farmacologiche, stato di gravidanza e fase di allattamento.
Usi alimentari (e non solo) del karkadè
L’impiego principale dei fiori di ibisco è per preparare il karkadè: i fiori vengono infusi in acqua e si ottiene una bevanda di colore rosso intento, dal sapore agrumato ma piacevolmente acidulo. Il karkadè si può consumare anche caldo, ma solitamente l’uso tradizionale è come bevanda fredda: soprattutto nei paesi molto caldi, in particolare in Africa e nei Caraibi, si beve con il ghiaccio e con l'aggiunta di zucchero, limone e talvolta spezie come zenzero e cannella.
Ogni paese, poi, ha il suo modo particolare di preparare e consumare il karkadè. Nel Medioriente e nel Sudan la bevanda viene preparata lasciando per tutta la notte i fiori immersi nell’acqua con zucchero e lime, in Nigeria invece viene chiamata zobo e vengono aggiunti succhi di frutti come ananas e anguria. In Senegal è noto come "bissap" ed è spesso aromatizzato con menta o zenzero. In Giamaica e Panama il karkadè è una delle "aguas frescas" più comuni e viene preparato macerando i calici floreali con zenzero in acqua bollente, aggiungendo poi zucchero e spezie come chiodi di garofano e noce moscata. In Asia, specialmente in Thailandia, il karkadè è molto dolce, spesso venduto in sacchetti di plastica pieni di ghiaccio fuori dalle scuole e nei mercati locali.

In Occidente, invece, è più comune che il karkadè venga bevuto come infuso caldo, inoltre i fiori di ibisco sono un ingrediente comunissimo nelle tisane miste. Inoltre i fiori di ibisco essiccati stanno diventando sempre più anche un vero e proprio ingrediente nelle cucine occidentali, usati soprattutto dagli chef sempre in cerca di elementi particolari per i loro piatti. Vengono spesso usati per sfumare risotti in abbinamento a gamberi o capesante, oppure ridotto in salsa per accompagnare secondi piatti di carne, pesce, tofu o seitan. Hanno un buon impiego nel campo dei dessert, dove vengono aggiunti a a sorbetti, creme, gelati, glasse e macedonie per arricchirli con una nota acidula e un colore brillante, e sono ottimi pigmenti naturali usati per tingere glasse, panna montata, o persino le uova di Pasqua.
Il karkadè è apprezzato anche per i suoi usi cosmetici ed erboristici grazie alle sue proprietà lenitive e idratanti: gli impacchi a base di karkadè possono essere utilizzati per la cura dei capelli, rendendoli lucidi e morbidi per trattare la pelle. L'infuso, infatti, è utile come lenitivo o doposole grazie alla presenza di mucillagini e polifenoli, oppure in generale per trattare zone arrossate o irritate. È particolarmente adatto alle pelli sensibili e può essere combinato con altre erbe lenitive come malva, ippocastano e calendula.