
È uscito il rapporto annuale che non avremmo mai voluto (e dovuto) leggere: The Pecking Order, il report che valuta come le grandi catene di ristorazione in sette Paesi affrontano il benessere dei polli allevati nelle loro filiere. E noi italiani non ne usciamo per niente bene: il nostro Paese, infatti, si posiziona al penultimo posto insieme alla Polonia, superando di pochissimo solo la Romania. Il pollo presente in nuggets, alette di pollo e panini delle principali catene di fast food come Mc Donald's, Burger King o KFC, potrebbero provenire ancora da allevamenti intensivi che utilizzano razze a crescita rapida.
Cosa dice il report
Sono 81 le aziende prese in esame in 7 Paesi – Danimaca, Francia, Italia, Polonia, Repubblica Ceca, Romania e Svezia – nell'edizione 2025 del report annuale The Pecking Order, realizzato con la collaborazione di diverse organizzazioni europee, tra cui Essere Animali per l'Italia. Il monitoraggio si basa sugli impegni pubblicamente dichiarati dall'aziende rispetto ai criteri dell'European Chicken Commitment che, tra le altre cose, prevede densità di allevamento più basse, uso di razze a crescita lenta e metodi di stordimento meno impattanti per gli animali. Per quanto riguarda l'Italia, sono state analizzate le comunicazioni di Autogrill, Burger King, Ikea, KFC, Mc Donald's, Starbucks e Subway. Dai dati emerge che solo una minima percentuale delle aziende italiane ha mostrato un impegno concreto per abbandonare l'utilizzo di polli a crescita rapida.

Come sostiene Il Fatto Alimentare, le catene in questione utilizzano nelle loro preparazioni solitamente polli broiler. Una situazione in netto contrasto con quello che in realtà comunicano le aziende italiane: secondo il report, infatti, nonostante le dichiarazioni a favore del benessere dell'animale, i progressi risultano molto limitati. Fatta eccezione per Ikea, che ha pubblicato alcuni impegni in linea con gli standard europei, le altre società non hanno comunicato progressi significativi né obiettivi verificabili.
La situazione in Europa
Secondo le analisi, comunque, nel confronto europeo la situazione appare leggermente migliore in altri Paesi: al primo posto troviamo la Francia con un punteggio del 42%, seguita da Svizzera al 40% e Danimarca al 37%. Subito dopo, al 23% si trova la Repubblica Ceca, seguita da Italia e Polonia, entrambe al 16% e, per finire, la Romania con l'11%. Ricordiamo che queste percentuali indicano il livello di impegno e trasparenza dichiarato dalle aziende analizzate nel report, e non la qualità complessiva degli allevamenti nazionali.
Il caso KFC Italia
Come sottolinea Essere Animali sul proprio sito, i dati emersi risultano particolarmente critici per alcune realtà, come per l'Italia che ha guadagnato due punti percentuali rispetto all'edizione del 2024, quando occupava l'ultimo posto, ma il miglioramento appare marginale. Tra le situazioni più controverse, confermano, c'è sicuramente quella di KFC Italia. Secondo quanto riportato, tra il 2022 e il 2023, l'azienda sembra aver ridotto notevolmente l'impiego nella sua produzione di polli allevati con una crescita più lenta, passando dal 7,21% a solo lo 0,9% del totale. Un'azienda dal fatturato di 179 milioni di euro e con l'obiettivo di aprire oltre 200 punti vendita entro il 2027 che sostiene un sistema che contribuisce ad aumentare la mortalità degli animali l'utilizzo di antibiotici per il loro sviluppo. Un dato che stride decisamente con la situazione europea: la filiale italiana, infatti, risulterebbe essere l'unica, all'interno del gruppo KFC Western Europe, a non aver assunto impegni pubblici in linea con l'European Chicken Commitment.