Ti è mai capitato di prendere in mano una vaschetta di datterini, girarla per cercare il prezzo al chilo e rimetterla sul banco con la delicatezza che si riserva alle cose che non ci si può permettere?
Il datterino, il pomodorino dolcissimo che deve il suo nome alla somiglianza con il dattero, ha superato i 7 euro al chilo all'ingrosso in diverse piazze italiane, raggiungendo un prezzo al dettaglio di 8-9 euro. Questa cifra deriva da cinque passaggi, ciascuno dei quali aggiunge una voce di costo specifica al totale. Per capire come si arriva agli 8 euro stampati sull'etichetta abbiamo seguito l'itinerario di un chilo di pomodorini, dalla serra siciliana fino alla cassa del supermercato.
Quanto costa produrre un chilo di pomodorini in serra
Il calcolo parte da una cifra che sorprende chiunque consideri l'agricoltura un mestiere a bassa intensità di capitale.
Nel ragusano, dove si concentra gran parte della produzione invernale italiana di pomodorini, coltivare un ettaro di datterini e ciliegini sotto serra costa secondo le elaborazioni dell'Ismea, l'istituto pubblico che monitora i mercati agricoli italiani, poco più di 82mila euro.

Con una resa media intorno ai 550 quintali per ettaro, quella somma si traduce in un costo al produttore di circa 1,50 euro al chilo, secondo una stima basata su costi e rese medie.
La voce più pesante del computo è la manodopera, che nelle coltivazioni protette assorbe fino al 50-60% del totale, davanti a spese per concimazione, teli di plastica ed elettricità. L'energia, considerata da molti la prima responsabile dei rincari, incide assai meno.
Il pomodoro sconta per di più i costi di coltivazione per ettaro più alti dell'intero comparto orticolo, a causa della difesa fitosanitaria e del lavoro manuale necessari a ogni singola pianta.
Perché un raccolto scarso incide sul prezzo più dei costi stessi
L'agricoltore, quegli 82mila euro per ettaro li spende in anticipo, in ogni caso e senza sapere quanti chili di prodotto riuscirà a raccogliere: il meccanismo si inceppa proprio sul divario fra la spesa certa e il raccolto incerto. Sì perché le serre, le piantine e gli stipendi si pagano mesi prima di riempire concretamente le cassette.
Se il raccolto si dimezza, lo stesso investimento grava sulla metà del prodotto, e il costo unitario sale a tre euro al chilo, cioè il doppio.

Nel 2026, in particolare, le rese siciliane sono calate per due ragioni:
1 Le ondate di calore di luglio e agosto hanno danneggiato le piante e impedito i trapianti previsti in quelle settimane, ovvero il trasferimento delle piantine dal vivaio al terreno.
2 La diffusione del ToBRFV, sigla del virus del frutto rugoso bruno del pomodoro. Le piante colpite da questo virus danno meno frutti e di calibro inferiore, inoltre le unità intaccate vengono scartate anche quando sono perfettamente idonee al consumo.

Toni Margiotta, rappresentante dei grossisti del mercato ortofrutticolo di Vittoria, tratteggia il quadro con una proporzione: "Se in questo periodo prima producevano 100, oggi producono 20". Il prezzo alto, aggiunge, non si traduce in guadagno per i produttori, perché il caldo ha falcidiato gran parte dei frutti ben prima della raccolta.
Chi è il "commissionario" e quanto trattiene su ogni chilo
Quasi nessun agricoltore vende la propria merce in maniera diretta, fatta eccezione di piccole realtà animate da mercatini ortofrutticoli. Il percorso abituale passa infatti per il mercato all'ingrosso, dove il raccolto viene affidato al commissionario, l'intermediario che lo vende per conto del produttore e gli versa il ricavato al netto della provvigione.
Il regolamento del mercato di Vittoria, in provincia di Ragusa, uno dei principali mercati alla produzione italiani, fissa un tetto a quella provvigione, che non può superare il 10% del prezzo di vendita.

Quel 10% remunera tutte le operazioni svolte all'interno del mercato, dallo scarico del camion alla consegna all'acquirente. Comprende inoltre una garanzia dal nome antico, lo "star del credere", in forza della quale il commissionario paga il produttore anche quando il compratore non salda il conto.
Se un chilo di datterini viene venduto a 5 euro, all‘agricoltore ne spettano quindi 4,50.
Quanto incide il trasporto sul prezzo dei pomodori
Quando i prezzi salgono, il primo accusato è sempre il trasporto su gomma, ma se andiamo ad analizzare i numeri notiamo che i suoi costi non sono così determinanti.
Il trasporto refrigerato si paga a pedana, cioè per ogni bancale di merce caricato su un autoarticolato, che di norma ne porta venticinque o ventisei per volta. Una pedana che parte dalla Sicilia diretta in Calabria, Basilicata o Puglia costa dai 40 ai 60 euro, per raggiungere il mercato di Fondi servono 70-80 euro, mentre per Milano si sale a 100-120 euro.
Un bancale da 500 chili portato da Vittoria a Milano costa quindi intorno ai 140 euro, compresa la traversata dello Stretto. Rapportata al peso, la voce del trasporto cuba 28 centesimi al chilo, pari al 3,5% degli 8 euro finali.
Quanto pesano confezionamento e IVA
La vaschetta di plastica e il film che la sigilla costano pochi centesimi. Per quanto riguarda il contributo ambientale sugli imballaggi, questo si paga a peso, in euro per tonnellata (un contenitore da mezzo chilo pesa una manciata di grammi).
Le regole sul confezionamento sono cambiate due volte in due mesi: il decreto di agosto aveva imposto imballaggi compostabili per l'ortofrutta fresca sotto il chilo e mezzo, ma la legge 173 del 5 ottobre 2026 che lo ha convertito ha sospeso l'obbligo per pomodori e pomodorini.

La sospensione resterà in vigore fino alla pubblicazione degli orientamenti della Commissione europea, attesi entro febbraio 2027, mentre dal 1° gennaio 2030 scatterà il divieto europeo per quel tipo di confezione.
Anche l'imposta incide poco sul conto finale, perché frutta e verdura fresche scontano l'aliquota minima del 4%, riservata ai beni di prima necessità, che su una vaschetta venduta a 8 euro al chilo corrisponde a 31 centesimi.
Come si divide il prezzo di un chilo di pomodorini
Quel chilo di datterini cambia proprietario tre volte prima di finire nella tua dispensa e il prezzo si alza a ogni passaggio di mano.
Il primo prezzo si definisce al mercato all'ingrosso di Vittoria, dove un chilo di datterini viene venduto a 5 euro. L'agricoltore ne incassa 4,50, mentre 50 centesimi spettano al commissionario per la vendita.
Il viaggio verso i mercati di destinazione costa altri 40 centesimi al chilo, 28 per il trasporto refrigerato e 12 per la movimentazione nei magazzini. Il supermercato acquista quindi quel chilo a 5,40 euro.
L'ultimo rialzo scatta sullo scaffale, dove il cartellino segna 8 euro. Dei 2,60 euro di differenza, circa 31 centesimi corrispondono all'IVA, mentre i restanti 2,29 euro comprendono confezionamento, eventuali scarti, costi di gestione e margini commerciali. Senza dati dettagliati non è possibile stabilire quanto di questa somma rappresenti il guadagno effettivo del supermercato.

Che cosa determina il prezzo di un chilo di pomodorini, dalla serra allo scaffale
Al produttore: 4,50 euro, di cui almeno 1,50 di costi di coltivazione
Confezionamento e margini commerciali: 2,29 euro
Mercato e trasporto: 0,90 euro, fra commissione del mercato (0,50), trasporto refrigerato (0,28) e logistica (0,12)
IVA al 4%: 0,31 euro
Fra le quattro voci, quella del confezionamento e dei margini commerciali è l'unico passaggio fumoso su cui persiste una certa reticenza.
Proprio su questo l'Autorità garante della concorrenza e del mercato ha aperto un'indagine sul ruolo della grande distribuzione nella filiera agroalimentare, che si concluderà entro la fine di dicembre.

Perché al supermercato i prezzi non calano quando crollano all'origine
Il prodotto scartato per ammaccature o perdita di freschezza incide fra lo 0,5 e l'1% di quello acquistato dal negozio, quota minima sui pomodori dalla buccia spessa e ben più alta sulle insalate in foglia.
Una parte importante della differenza di prezzo è legata quindi ai costi e ai margini della distribuzione, che seguono una logica diversa da quella dei campi. Il prezzo all'origine lo ricontrattano grossisti e produttori a ogni consegna e sulla base della merce disponibile in quei giorni. Nell'ultima rilevazione di ottobre l'Ismea ha registrato per i pomodori un rialzo del 138% su base annua, con i ciliegini di serra al 250%.
I supermercati, invece, rivedono i prezzi a intervalli più lunghi, quindi assorbono quegli sbalzi in ritardo e in minima parte. Nello stesso mese l'Istat ha segnalato un aumento del 30,9% per gli ortaggi a frutto, cioè pomodori, peperoni e melanzane.
Il divario tra i due aumenti mostra che i rincari registrati all'origine non si trasferiscono nella stessa misura sui prezzi al consumo. Le rilevazioni, però, riguardano categorie di prodotti differenti e non permettono di stabilire con precisione quanto pesino le scelte della distribuzione. Lo stesso vale quando le quotazioni agricole crollano: i prezzi sugli scaffali non necessariamente scendono con la stessa rapidità. E qui sta il paradosso: mentre noi paghiamo sempre di più un chilo di pomodorini, chi li coltiva può ritrovarsi con metà del raccolto, costi sempre più alti e guadagni tutt'altro che garantiti. Perché un pomodoro più caro non significa necessariamente un agricoltore più ricco.