
Un cliente torinese è rimasto di sasso quando, in uno Starbucks nel centro della città, ha visto lievitare il suo scontrino per un extra totalmente inaspettato. Il sovrapprezzo era di 1,50 euro per una fettina di limone aggiunta nel tè. Al momento dell'ordinazione, la commessa ha chiesto se volesse aggiungere una fetta di limone al suo tè, e il cliente, senza rendersi conto del sovrapprezzo, ha accettato. È stato proprio lui a contattare, indignato, il quotidiano la Repubblica per spiegare l'accaduto. Ha raccontato che si tratta chiaramente di una questione di principio e di trasparenza da parte della stessa celebre catena americana, ormai presente anche in tutto il territorio italiano con diversi locali. Non si tratta di un caso isolato: ovviamente, il fatto è rimbalzato fragorosamente sui social dividendo l'opinione pubblica e aprendo alcuni dibattiti.
È possibile far pagare ingredienti extra come una fetta di limone?
Prima di entrare nel merito, è doveroso rispondere a questa domanda. La risposta è sì, è possibile far pagare un extra come varie aggiunte considerate "normali" per esempio limone, sale o pepe. L’aspetto fondamentale è l’assoluta trasparenza da parte dei camerieri e dei gestori dei locali: bisogna quindi comunicare in anticipo o specificare nel menu che aggiunte del genere, se richieste, vanno pagate come voce aggiuntiva dello scontrino. La reazione degli utenti online è stata un coro di ironie e critiche: "Qui paghi la fetta di limone come se fosse un’opera d’arte", commentava qualcuno, mentre altri facevano confronti con costi aggiuntivi in ristoranti e bar. Ma al di là delle battute, va detto che nelle caffetterie di catene globali come Starbucks, alcuni ingredienti extra possono avere un costo aggiuntivo se non inclusi nella ricetta base di una bevanda. Tutto ciò è specificato nelle linee aziendali e nei listini, anche se spesso poco visibile all’atto dell’acquisto. La discussione in rete si riflette dunque in una domanda più ampia sul rapporto tra prezzo e valore percepito, soprattutto quando il supplemento sembra sproporzionato rispetto al servizio o al prodotto base richiesto.

Tornando all'episodio di Torino, il cliente "per una questione di principio", aveva addirittura chiesto un rimborso. Starbucks ha risposto che, secondo una politica aziendale, non è previsto per gli ingredienti extra applicati correttamente, ma ha riconosciuto l'errore, ammettendo che il personale non aveva rispettato le linee guida. La società ha assicurato che il fatto non si ripeterà, offrendo anche un tè gratuito al cliente qualora decidesse di ripresentarsi al locale.
Altri esempi di "extra pazzi" che hanno infiammato i social
La vicenda torinese non è isolata nel panorama italiano degli "scontrini che fanno discutere". Diversi mesi fa, in una pasticceria in provincia di Treviso, un sovrapprezzo di 10 centesimi applicato per tagliare a metà una brioche, ha trasformato una colazione in un caso virale. Commenti e critiche sulla trasparenza e sul valore percepito del servizio non sono chiaramente mancate. Ugualmente, un altro esempio arriva da Bari, dove una cliente di una pizzeria del centro si è vista addebitare 50 centesimi in più per una spolverata di pepe extra sulla pizza.

Insomma, tutti questi casi hanno alimentato i dibattiti sulla correttezza delle pratiche commerciali nel settore della ristorazione e sull'importanza di comunicare chiaramente (e in anticipo) ogni eventuale costo aggiuntivo. Tutto ciò dovrebbe servire non solo per rispettare le regole, ma anche per mantenere e creare un rapporto fiduciario con chi consuma quel determinato servizio.