
Da fuori ROOTS sembra un ristorante come gli altri: una porta aperta, i tavoli, il menu. Poi ci si siede e si capisce che non è solo una questione di cucina. Perché qui ogni piatto è anche un passaggio: imparare a lavorare in sala, reggere i ritmi di una brigata, costruire un’esperienza professionale che possa diventare un’occupazione stabile.
Il progetto nasce a Modena con AIW (Association for the Integration of Women) e prende forma attorno a un’idea semplice: la cucina come spazio dove le donne migranti possono trasformare un sapere personale in competenza riconosciuta e, quindi, in autonomia.
Un ristorante, ma soprattutto un progetto sociale
ROOTS nasce dall’Association for the Integration of Women (AIW), associazione fondata da Caroline Caporossi, nel 2020 con l’obiettivo di sostenere le donne migranti nel loro percorso di inserimento sociale e lavorativo. Ma non è solo un progetto “sociale”: a renderlo solido anche dal punto di vista professionale ha contribuito Jessica Rosval, chef che ha aiutato a costruire metodo, organizzazione e qualità. Qui non si fanno eventi "folcloristici": si lavora davvero, con competenze reali e i ritmi di un ristorante aperto alla città.
L’idea è semplice e potente insieme: valorizzare competenze, storie e culture che spesso restano invisibili, facendole emergere in un contesto dove diventano risorsa. In una città abituata a misurare il valore anche attraverso la cucina, ROOTS ha scelto proprio il cibo come chiave per aprire porte.

Perché “Roots”: le radici come identità e ripartenza
Il nome ROOTS richiama immediatamente il concetto di “radici”, ma qui non è solo un riferimento culturale o simbolico: è un modo per raccontare una condizione concreta. Le donne coinvolte nel progetto arrivano da Paesi diversi, con esperienze diverse, spesso con vite spezzate e ricostruite più volte. Portano con sé un patrimonio fatto di memoria, tradizioni, lingua, sapori.
ROOTS parte da una convinzione precisa: l’integrazione non deve cancellare ciò che una persona è stata, ma deve darle gli strumenti per diventare ciò che vuole essere. E le radici, in questo senso, non sono qualcosa che trattiene, ma qualcosa che sostiene.
La cosa che distingue ROOTS da molte iniziative “belle da raccontare” è che non si limita a organizzare eventi o cene multietniche: qui si lavora davvero, e si impara davvero. Il progetto offre percorsi di formazione e tirocinio nel settore della ristorazione: competenze di cucina, organizzazione, norme igienico-sanitarie, gestione della sala, ritmi e responsabilità del lavoro quotidiano. È un percorso che punta a rendere le partecipanti autonome e spendibili sul mercato del lavoro, non a tenerle dentro un’esperienza temporanea. In pratica, ROOTS non crea un palco: crea una professione.
Un menù che cambia, come cambiano le storie
La cucina di ROOTS è il punto in cui tutto si tiene insieme. Perché è qui che le storie diventano materia concreta: ingredienti, tecniche, gesti ripetuti mille volte, ricette tramandate o reinventate. I menù cambiano nel tempo e seguono le provenienze e i percorsi delle donne coinvolte: Ghana, Nigeria, Pakistan, Marocco e altri Paesi entrano in cucina senza chiedere permesso, portando sapori spesso lontani dall’immaginario modenese, ma capaci di farsi capire al primo assaggio. Ed è proprio questo il passaggio interessante: non si tratta di “folclore etnico”, né di una cucina adattata, ma di qualcosa che racconta un passato e, allo stesso tempo, è in continua evoluzione, proprio come le identità delle persone che qui lavorano.
ROOTS, inoltre, non è pensato come un progetto chiuso dentro sé stesso: è un luogo che vuole stare dentro la città, e dialogare con la città. Per questo accanto al ristorante si sviluppano attività culturali, incontri, momenti formativi e iniziative di comunità.

Un riconoscimento internazionale che dice molto
Nel 2024 ROOTS ha ricevuto il Champions of Change Award assegnato da The World’s 50 Best Restaurants, un premio che riconosce realtà capaci di portare un cambiamento concreto nel mondo dell’ospitalità.
È un riconoscimento che conta perché conferma una cosa: ROOTS non è un’idea carina. È un modello che funziona, e che può essere replicato. Funziona come ristorante, funziona come percorso formativo, funziona come proposta sociale dentro un territorio che (anche grazie al cibo) può permettersi di essere più aperto e più intelligente.
Alla fine ROOTS racconta una verità semplice: il cibo non risolve tutto, ma può cambiare molto, perché può diventare lavoro, autonomia, dignità. Può creare relazioni senza forzarle. Può far emergere competenze che altrimenti resterebbero sommerse. E in una città come Modena, dove la cucina è tradizione e futuro insieme, ROOTS dimostra che le radici non sono solo quelle che vengono da lontano: sono anche quelle che si costruiscono qui, giorno dopo giorno, tra una cucina accesa e una sala piena.