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11 Febbraio 2026 15:00

Etichette sbagliate e menu contraffatti: secondo la Fao fino al 30% del pesce è sottoposto a frodi

Un nuovo rapporto rivela come salmone, branzino e altri prodotti ittici vengano spesso venduti con nomi falsi o indicazioni ingannevoli, con rischi per salute, ambiente e consumatori.

A cura di Francesca Fiore
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Ogni volta che scegliamo un filetto di branzino, un trancio di salmone o una scatoletta di tonno, facciamo un gesto quotidiano apparentemente semplice: fidarci di ciò che dice l’etichetta o il menù. Eppure, secondo il nuovo rapporto della Fao (Food and Agriculture Organization of the United Nations), questa fiducia non è sempre riposta correttamente. Il documento, sviluppato in collaborazione con il Centro Congiunto FAO/AIEA per le Tecniche Nucleari in Alimentazione e Agricoltura, analizza un fenomeno globale: una quota significativa dei prodotti ittici commercializzati non corrisponde alla specie dichiarata.

Le frodi alimentari in etichette contraffatte e menu errati

Il mercato mondiale della pesca e dell’acquacoltura vale circa 195 miliardi di dollari, con migliaia di specie commercializzate in ogni continente. Non sorprende che circa il 20% dei prodotti nel commercio globale sia soggetto a frodi alimentari, una percentuale che può salire fino al 30% nei ristoranti, che i proprietari ne siano consapevoli o meno. Studi citati dalla FAO riportano casi di etichettatura errata dai chioschi di ceviche in America Latina ai locali di pesce in Cina, fino al tonno in scatola nell’Unione Europea.

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Queste frodi non riguardano solo l’inganno economico: possono avere impatti concreti sulla salute e sulla sostenibilità degli stock ittici, minacciando la fiducia dei consumatori e la trasparenza della filiera.

L'elenco mirato delle specie a rischio

Il rapporto FAO evidenzia alcune delle pratiche più diffuse:

  • Salmone: il salmone allevato dell’Atlantico viene spesso spacciato per salmone selvaggio del Pacifico, con un margine di guadagno fino a 10 dollari al kg.
  • Branzino: il pesce allevato venduto come “locale” o “pescato in natura” può costare due o tre volte di più rispetto a quello importato da Grecia o Turchia.
  • Tilapia e dentice rosso: casi documentati di tilapia venduta come dentice, specie percepita come più pregiata.
  • Cozze e altri molluschi: spesso l’etichetta non riflette l’origine reale o il tipo di allevamento.
  • Gamberi e surimi: imitazioni o prodotti lavorati spacciati per gamberi veri o granchi.
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Queste manipolazioni non sempre sono visibili: in alcuni casi il pesce appare perfettamente fresco e di qualità, rendendo necessarie tecniche di analisi scientifica per verificarne l’autenticità.

Il motivo principale è economico: vendere un prodotto meno costoso come se fosse uno più caro aumenta i margini di profitto. Ma le conseguenze vanno oltre: dal punto di vista sanitario, alcuni pesci possono essere rischiosi se consumati crudi o mal trattati; dal punto di vista ambientale, nascondere la reale provenienza può mascherare pesca illegale o non sostenibile.

Gli strumenti per difendere i consumatori dalle frodi

Il rapporto FAO indica alcune strade per ridurre le frodi:

  • Etichettatura chiara e standardizzata, con indicazione dei nomi scientifici delle specie.
  • Tracciabilità completa dalla cattura alla tavola.
  • Analisi scientifiche avanzate, come spettrometria o analisi isotopiche, per verificare l’autenticità dei prodotti.

Questi strumenti aiutano non solo a proteggere i consumatori, ma anche a sostenere pratiche di pesca più responsabili e a tutelare gli stock ittici.

Mangiare pesce è un gesto quotidiano che unisce gusto e nutrizione, ma anche consapevolezza. Il rapporto FAO ci ricorda che la trasparenza è parte integrante dell’esperienza gastronomica: sapere con certezza cosa c’è nel piatto non è solo una questione di gusto, ma di salute, sostenibilità e fiducia.

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